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TECNOLOGIA & RISORSE – La diaspora degli scienziati

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I comportamenti dei “cervelli in fuga” hanno caratteristiche uniformi.

È importante favorire il movimento dei ricercatori. No, dobbiamo evitare la fuga dei cervelli migliori dal nostro Paese. Cervelli in fuga lasciarli andare o trattenerli?

La ricerca scientifica è un motore fondamentale per lo sviluppo di un paese, e se la mobilità dei ricercatori sia producente in questo senso o no, ancora non è chiaro. Alcuni ricercatori del Politecnico di Torino hanno provato a misurare gli effetti del movimento internazionale degli scienziati sulla ricerca.

Secondo loro il beneficio c’è. Non solo, contrariamente a quanto potremmo supporre, a guadagnarci sono sia i paesi che perdono i loro scienziati, sia quelli che li acquisiscono. 

Le politiche per favorire la mobilità dei ricercatori sono in aumento: il programma europeo Erasmus, o il Marie Curie, sono un esempio. Allo stesso tempo però i paesi sono preoccupati della partenza dei propri talenti, dopo averli ben formati, per non vederli più tornare.

La Spagna ha sviluppato il programma Ramon y Cayal per richiamare i propri scienziati. Cina e India hanno avviato programmi per offrire salari competitivi ad espatriati qualificati desiderosi di tornare in patria.

Sembra essere cominciato un braccio di ferro. I paesi attrattori di cervelli non sono inattivi e desiderano trattenere questo capitale. Gli Stati Uniti stanno considerando di offrire la green card a ricercatori stranieri che ricevono un PhD in uno dei loro campus in settori STEM (scienze, tecnologia, ingegneria e matematica). Nessuno ha voglia di formare menti capaci per poi lasciarle emigrare, partire, sviluppare tecnologie, brevettare invenzioni in altri Paesi.

Il fenomeno della cosiddetta diaspora degli scienziati (il termine diaspora si estenderebbe anche alla migrazione di lavoratori qualificati) è un dato di fatto. La scienza vive dei network tra i ricercatori. Senza questi network, la ricerca stagna.

Giuseppe Scellato, a capo del team che ha compiuto la ricerca dice: “L’impatto del movimento degli scienziati è positivo. Il Paese che rinuncia al ricercatore non ha necessariamente perso in potenziale produttivo”. Insomma secondo lui c’è beneficio anche per i paesi che perdono talenti accademici.

Una delle ragioni di questo è stata evidenziata proprio dal loro studio sulla diaspora qualificata. Lo studio è basato su un questionario compilato da 47000 ricercatori in 16 paesi (10 in Europa, più USA, Giappone, Cina, India, Australia, Brasile).

“Abbiamo visto che gli expat e i rientranti hanno un network di contatti più ampio dei connazionali che non hanno compiuto studi o programmi all’estero”, spiega Scellato. Chi emigra in un ente di ricerca straniero stabilisce network più ampi. C’è di più, il network è un capitale che non si lascia nel paese ospite: “Chi torna in patria porta con sé una rete di contatti molto importante”, dice ancora. E quindi ben venga il rientro del ricercatore.

Ma, attenzione, anche il ricercatore emigrato e tuttora all’estero supporta il proprio paese d’origine. Il 40% dei ricercatori emigrati sostiene di mantenere forti legami (sviluppa network) con colleghi del proprio paese. Anzi, l’effetto diaspora, l’animo del migrante, è così sviluppato che molti ricercatori preferiscono allacciare nuovi network con colleghi connazionali anch’essi migrati all’estero.

Abbiamo radici flessibili e profonde, insomma, che si possono dilatare geograficamente, fino a generare un flusso di sapere con colleghi connazionali che vivono in un altro, remoto, capo del mondo.

Questi network, sia con i propri connazionali ma anche con colleghi stranieri, sono esportabili: sono un bagaglio che il ricercatore porta con sé nelle proprie migrazioni, spiega ancora Scellato.

Infine, la capacità dell’Unione Europea di attrarre scienziati è molto aumentata. Fino a 20 anni fa il dominio degli Stati Uniti era indiscusso mentre oggi paesi come Germania, Olanda, soprattutto Svizzera (56% dei ricercatori sono di origine straniera, Italia penultima con 3%, sopra a India 0.8%) attraggono sempre più stranieri nelle proprie accademie.

Un altro risultato dello studio: la più alta incidenza di collaborazioni si sviluppa tra ricercatori già in possesso di dottorato, che migrano per un Postdoc o per una posizione di ricercatore. Un risultato atteso, questo, ma confortato dai numeri e che può essere un’indicazione per i policy makers: quando l’obiettivo è il potenziamento dei network tra ricercatori, allora meglio puntare sulla mobilità di ricercatori che abbiano già conseguito il dottorato.

In questo senso l’Unione Europea si è già preparata introducendo lo schema Carta Blu che semplifica il movimento di immigrati altamente qualificati. Canada e Australia hanno introdotto un sistema a punti che favorisce l’ingresso di lavoratori con qualifiche superiori.

Secondo Scellato, non esistono vincenti o perdenti nella diaspora dei talenti scientifici: il beneficio c’è sia per chi sa attrarre gli scienziati, sia per chi li saluta all’aeroporto, senza sapere se assiste a una partenza permanente o temporanea di un valido generatore di sapere.

 

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