Terre rare: il braccio di ferro tra Usa e Cina


La Cina punta a frenare l'export delle terre rare per ostacolare la difesa statunitense. Ma il braccio di ferro tecnologico con gli Usa riguarda anche i semiconduttori

Martino Mazzonis Martino Mazzonis
Giornalista e ricercatore, è autore di Come cambia l’America (con Mattia Diletti e Mattia Toaldo, 2009) e di Tea party (con Giovanni Borgognone, 2011).

La Cina punta a frenare l’export delle terre rare per ostacolare la difesa statunitense. Ma il braccio di ferro tecnologico con gli Usa riguarda anche i semiconduttori

La miniera di Bayan Obo contenente minerali delle terre rare, nella Mongolia Interna, Cina. REUTERS/Stringer

Non è una novità, Stati Uniti e Cina dipendono in maniera crescente l’uno dall’altro. Il problema e il paradosso per i due colossi mondiali è che l’integrazione crescente cammina di pari passo con il crescere delle tensioni. L’ultima partita sembra essere quella delle terre rare, minerali indispensabili alle tecnologie del settore militare, ma anche a diverse altri settori destinati a crescere nei prossimi anni, specie in America, come le energie rinnovabili – auto elettriche, turbine eoliche. La Cina ha un quasi monopolio nell’estrazione e anche del know-how necessario alla raffinazione, l’80% delle importazioni americane provengono da quello che di recente Biden ha definito “serious competitor”.

Negli anni dell’amministrazione Trump, gli Stati Uniti si sono posti il problema di questo controllo cinese delle catene del valore dei minerali, immaginando di incentivare nuove ricerche minerarie e anche di ricostruire una filiera nazionale. E di recente il Pentagono ha firmato un contratto da 30 milioni con la australiana Lynas, la più grande azienda di estrazione e lavorazione delle terre rare fuori dalla Cina. Ed è probabile che l’idea della nuova amministrazione di coordinare con gli alleati l’atteggiamento nei confronti di Pechino avrà delle conseguenze anche su questo terreno.

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