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LA NOTIZIA DEL GIORNO

Thailandia, lo stato d’emergenza non ferma le proteste

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La Thailandia ha imposto lo stato d’emergenza nella capitale, con l’obiettivo di calmare le manifestazioni che vanno avanti da mesi. Ma i giovani sfidano il Governo e il re

I manifestanti pro-democrazia fanno il saluto con tre dita mentre protestano a Bangkok, Thailandia, 15 ottobre 2020. REUTERS/Jorge Silva

Ieri in Thailandia le autorità hanno imposto lo stato di emergenza nella capitale Bangkok che vieta i raduni di più di quattro persone e la pubblicazione di notizie che possano “creare paura o distorcere intenzionalmente l’informazione”. È il secondo stato di emergenza in vigore nel Paese: mentre quello dello scorso marzo era legato al contenimento dei contagi da coronavirus, quello adottato ieri ha l’obiettivo di bloccare le manifestazioni anti-governative che vanno avanti da mesi.

Le forze di polizia hanno già arrestato una ventina di persone, tra cui tre leader delle proteste: Parit Chiwarak, Panusaya Sithijirawattanakul e l’avvocato Arnon Nampa. Sfidando il divieto, i manifestanti si sono comunque riversati nelle strade e hanno occupato pacificamente uno degli incroci più importanti di Bangkok.

Cosa chiedono i manifestanti

Le proteste in Thailandia sono iniziate a febbraio dopo che un tribunale aveva ordinato lo scioglimento del Future Forward Party (Fpp), un partito molto popolare fra i giovani che si opponeva al Primo Ministro Prayut Chan-o-cha, il generale che ha guidato il colpo di stato del 2014.

Dopo lo “stop” imposto dall’epidemia di Covid-19 e dalle conseguenti restrizioni, le proteste sono ricominciate – con sempre più partecipazione, soprattutto studentesca – dallo scorso giugno, alla notizia del rapimento di un attivista thailandese a Phnom Penh, in Cambogia.

Le richieste dei manifestanti sono essenzialmente tre: le dimissioni di Prayut, dopo la sua sospetta vittoria alle elezioni del 2019, la fine delle violenze verso gli attivisti, la stesura di una nuova Costituzione veramente rappresentativa, che sostituisca quella approvata nel 2017 dalla giunta militare.

La riforma della monarchia

I manifestanti vogliono una riforma della monarchia, che dal 2016 è guidata dal re Maha Vajiralongkorn; i più radicali di loro, però, si spingono oltre e ne chiedono l’abolizione. La questione è divisiva, perché in Thailandia il re è una figura semi-divina e molto rispettata, al punto che la lesa maestà è punita anche con quindici anni di carcere.

Questo non significa che il re non sia oggetto di critiche. Al contrario, gli attivisti pro-democrazia ritengono che la monarchia (costituzionale, in teoria) stia compiendo dei passi indietro verso l’assolutismo, abolito nel 1932. Re Vajiralongkorn viene inoltre accusato di essere molto vicino ai militari, che hanno tradito le promesse di riforma e di apertura democratica, muovendosi anzi in senso contrario. La lesa maestà, poi, è proprio uno dei reati che i manifestanti vorrebbero abolire o almeno depenalizzare.

Lo stato dell’economia

Il malcontento studentesco è alimentato dalla cattiva situazione economica e dall’alto livello di disoccupazione, che interessa soprattutto i giovani con un buon livello di istruzione.

L’economia, già in difficoltà, è stata danneggiata pesantemente dalla pandemia, che ha abbattuto le (fondamentali) entrate del turismo. Il prodotto interno lordo della Thailandia è crollato del 12,2% nel secondo trimestre di quest’anno.

@marcodellaguzzo

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