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The Charlie Effect

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Pensieri e riflessioni di un musulmano contro lo scontro tra islam e Occidente.

 

Stiamo assistendo ai prodromi di una guerra religiosa? È l’inizio di una nuova epoca di violenza che non risparmierà nessuno? Cosa spera di ottenere l’integralismo con questi atti? Perché avvengono? Esiste una soluzione? Queste domande si riaffacciano regolarmente nei dibattiti e articoli sugli eventi parigini.

È fondamentale indagare i retroscena di questo stato di cose, particolarmente da una prospettiva mediorientale e musulmana, in modo da poter fornire analisi valide e soluzioni pratiche. In generale, il motivo fondamentale o almeno quello riconosciuto per gli attacchi parigini (che hanno provocato vittime cristiane, ebree e musulmane) sono state le caricature del Profeta Maometto pubblicate dal settimanale francese Charlie Hebdo. Queste caricature, oltre ad altri comportamenti simili, hanno offeso la popolazione musulmana che ha protestato e denunciato questi atti.

Siamo agli albori di un conflitto tra islam e Occidente? L’ovvia risposta è: NO. Le comunità musulmane in Europa e nel mondo hanno condannato gli attacchi a Parigi. Questa posizione è stata chiaramente espressa dal Primo ministro turco Ahmet Davutoğlu che si è detto contrario a ogni forma di violenza, pur condannando qualunque sorta di disprezzo o insulto contro li Profeta Maometto, percepito come “una coltellata” al cuore dei musulmani. Altri hanno poi ribadito questa posizione, in particolar modo dopo che la testata Charlie Hebdo ha deciso di ristampare le vecchie caricature che deridevano il Profeta. Il Qatar per esempio, ha considerato questo gesto un “fomentare l’odio e la rabbia”.

Vero è che la violenta ritorsione e il crimine commesso in risposta alla pubblicazione delle caricature è stato inaccettabile e va fortemente denunciato, ma l’eccidio sposta le questioni della libertà di parola su un nuovo piano. Per papa Francesco, la libertà di parola deve essere limitata. Commentando le caricature, il Papa ha detto: “La libertà religiosa e di espressione sono diritti umani fondamentali.” Ma non sono libertà assolute. “C’è un limite. Ogni religione ha dignità, ogni religione che rispetti la vita umana, la persona umana, io non posso prenderla in giro.” Perciò è fondamentale che vi sia una chiara linea di demarcazione intorno alla libertà di espressione e di parola così da garantire un trattamento equo in modo che non si consenta la libertà di parola su certe questioni mentre per altre il reo venga punito.

Detto questo, la questione va ben oltre la libertà di parola e supera perfino gli eventi di Parigi, la discussione sull’integralismo è molto più ampia e travalica questi aspetti. Un paio di settimane fa un attacco terrorista ha preso di mira la capitale canadese appena due giorni dopo un altro attacco in cui un uomo aveva investito un militare canadese. Molti attacchi terroristici di questa natura hanno avuto luogo intorno al globo, e in particolare nei paesi musulmani e mediorientali. È difficile valutare le motivazioni dei jihadisti. Ogni jihadista ha le proprie convinzioni, la propria psicologia ed è condizionato dalle circostanze. Si può però individuare una convergenza di fattori che hanno permesso l’espansione del fenomeno jihadista e semplificato il reclutamento da parte delle organizzazioni integraliste.

Il primo fattore è l’assenza di un referente religioso specifico e riconosciuto. Fino alla caduta dell’Impero ottomano dopo la Prima guerra mondiale, i musulmani avevano una sola figura guida – il Sultano – conosciuto per la sua saggezza, pietà e sapienza e unico punto di riferimento che garantiva una struttura per la vita dei musulmani. Con la caduta dell’Impero nel 1923 questo riferimento si è perduto e i potentati islamici hanno tentato di restaurare lo Stato islamico. Il primo tentativo prese il nome di Fratellanza musulmana, nata nel 1928, che portò alla proliferazione di centinaia di gruppi, movimenti e partiti. Ogni movimento aveva una propria interpretazione e spiegazione dell’islam e del termine Jihad, che in molti casi contemplava una visione rigida e infallibile della religione.

Il secondo fattore che ha giocato un ruolo cruciale nella crescita di questi gruppi e nel numero di reclute jihadiste sono stati gli errori occidentali, con gli Usa che detengono il triste primato. Secondo l’ex Primo ministro francese Dominique de Villepin le politiche occidentali sono responsabili della moltiplicazione dei focolai terroristici intorno al globo, e considera l’Is come un “figlio deforme” di queste politiche spesso arroganti e incoerenti e sollecita l’Europa e gli Usa ad imparare dai propri errori.

In un’intervista registrata per Newsmax TV, l’ex membro del congresso Usa Ron Paul sostiene che i jihadisti o integralisti esistono in ogni religione e non attaccano l’Occidente a causa della sua libertà e del suo benessere. A suo avviso coloro che commettono attacchi terroristici provengono da nazioni precedentemente occupate dagli Usa, dove sono state uccise migliaia di persone. Paul ha anche ricordato che lo stesso giorno degli attacchi a Parigi che hanno fatto 17 vittime, bombe americane hanno ucciso 50 “civili” in Siria, ma la cosa non ha fatto gran scalpore.

Un terzo fattore sono i gravi problemi economici e le rivendicazioni politiche e sociali all’interno delle società arabe e musulmane, aggravate da frustrazione e scetticismo verso i propri regimi, spesso considerati al servizio dell’Occidente. Le Primavere arabe hanno dato impeto a queste forze, e in particolar modo alle fazioni islamiche, che in precedenza si erano viste private dei propri diritti, espulse e perfino giustiziate.

È ora di ammettere che nessuna soluzione militare o di sicurezza può sperare di risolvere la questione del radicalismo. Solo un piano che abbia a cuore anche aspetti sociali, politici, culturali e mediatici può sperare di avere una qualche possibilità di successo in più. 

 

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