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The new Demography, tra incidenza economica e politico-sociale

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Negli ultimi anni si sta progressivamente assistendo all’affermazione di un fenomeno del tutto peculiare: per la prima volta nella storia umana, infatti, molti paesi del globo hanno visto rovesciarsi la propria “piramide di età”, registrando una assoluta prevalenza di persone over 60 rispetto a quelle che hanno meno di 20 anni d’età.

Questo dato, apparentemente marginale, è invece latore di una serie di considerazioni che vi si collegano a doppio filo, quali la constatazione che ormai sono sempre di più le persone che vivono nelle città piuttosto che nei contesti prettamente rurali ed anche l’interessante dato che sempre più persone nel mondo soffrono di obesità piuttosto che di fame.

Tutti questi elementi rappresentano singole “ossa” del più ampio scheletro di quella che in gergo viene chiamata “nuova demografia”, ovvero lo studio statistico delle dimensioni, della struttura e della distribuzione delle popolazioni umane come il risultato di alcune dinamiche basilari, quali nascita, migrazione, invecchiamento e morte.

Nuova” perché si attesta come il frutto maturo di un’ondata di cambiamenti demografici che hanno contribuito, e contribuiranno per tutto il corso del XXI secolo a rimodellare la società e l’economia della maggior parte dei paesi del mondo.

I cambiamenti demografici hanno, da sempre, accompagnato la storia dell’uomo e comprenderne la genesi rappresenta uno degli strumenti prediletti per analizzare gli indici dello sviluppo economico-sociale di uno stato.

Il ventesimo secolo, ad esempio, è stato, dal punto di vista demografico, un range temporale estremamente interessante: la fase iniziale è stata marcata da una lenta crescita della popolazione, dovendosi assestare la fase finale della grande migrazione transatlantica avviata nel tardo XIX secolo, seguita da un quarto di secolo di ristagno demografico durante la Grande depressione e la Seconda guerra mondiale.

La seconda metà del secolo si è caratterizzata invece da una rapida crescita a causa di un aumento della fertilità e di un calo del tasso di mortalità determinando un passaggio da 2,5 miliardi di persone nel 1950 a 6 miliardi nel 2000.

Il trend demografico inaugurato dal XXI secolo, al contrario, appare molto diverso rispetto a quello della seconda metà del Novecento: intorno al 2010 il tasso di fecondità totale è stato pari a meno di 2,5 figli per donna, dato specularmente opposto rispetto al secolo precedente, in cui si arrivava fino a quasi 5 figli per donna. Dato preoccupante se si considera come a parità di altre condizioni, sia 2 (per l’esattezza 2,06) il numero di figli che assicura la crescita zero della popolazione, dal momento che 2 figli garantiscono nel ciclo delle generazioni la pura sostituzione dei genitori.

Questo picco discendente di fecondità è anche conseguenza del forte calo dei tassi di matrimonio soprattutto in Europa, Nord America e Asia orientale.

Basti pensare al fatto che nel 2005, per la prima volta nella storia degli Stati Uniti, la maggioranza delle donne viveva stabilmente senza coniuge. Oppure alla sconcertante previsione che entro il 2020 in molte regioni della Cina circa venti-trenta milioni di cinesi maschi non sarà in grado di trovare una donna cinese da sposare nella medesima fascia d’età.

Guardando plasticamente alla crescita potenziale della popolazione mondiale rispetto ai singoli stati, è interessante notare come il “Global Economy Outlook” ad oggi, sottolinei che soltanto tre stati sono proiettati ad aumentare la loro quota di  popolazione durante il proseguo del secolo: Africa, Asiacentromeridionale (inclusi India, Pakistan e Bangladesh), e Asia occidentale (cioè il Medio Oriente).

Le quote del sud-est asiatico, Stati Uniti e America Latina  probabilmente resteranno stabili, mentre in Europa, compresa la Russia e Asia orientale (compresa la Cina, Corea del Sud e Giappone) ci sarà testimonianza di un precipitoso declino. Il contributo maggiore alla diminuzione della fecondità del mondo è venuto proprio dalla Cina, che in soli cinquant’anni (dal 1950 al 2000) ha visto ridursi il numero medio di figli per donna da 6,2 a 1,7.

Il progressivo declino della mortalità, il perdurare di una fecondità bassa o bassissima e l’aumento della speranza di vita sono fra gli elementi che si ritrovano alla base di una nuova transizione demografica, che sta conducendo il mondo verso nuove dinamiche e strutture della popolazione e della sua organizzazione sociale, la cui maggiore conseguenza è lo ‘sconvolgente’ mutamento nella struttura per età delle popolazioni, che si manifesta attraverso un progressivo, irrefrenabile, ma silenzioso  invecchiamento: infatti, per effetto di un’inderogabile legge demografica, quanto più forte è la discesa della fecondità tanto più forte risulta essere, a parità di altre condizioni, l’invecchiamento della popolazione.

Fra il 2005 e il 2050, ci si aspetta nel mondo un incremento di 1,013 miliardi di ultrasessantacinquenni, di cui 139 milioni nel mondo economicamente sviluppato (dove raggiungeranno la quota del 26,1% sul totale della popolazione) e 877 nei Paesi in via di sviluppo, dove, con un incremento di oltre il 300%, raggiungeranno la quota del 14,7%.

Secondo alcune stime delle Nazioni Unite, i primi stati ad aver raggiunto la maggioranza di persone con più di 60 anni di età rispetto agli under 20, sono state nel 2000 Germania e Italia; dal 2010 si sono aggiunti Giappone, Grecia, Portogallo, Spagna, Austria, Bulgaria, Slovenia, Croazia, Finlandia, Svizzera e Svezia. Nel 2025, 46 paesi o territori saranno in quella situazione. La Cina e la Russia si uniranno entro il 2030, gli Stati Uniti dal 2035, il Brasile dal 2040, Messico e Indonesia dal 2050, l’India dal 2070.

Un altro importante fattore da considerare, pietra angolare della “new demography” è l’urbanizzazione. Dal 2010, e per la prima volta nella storia umana, più della metà della popolazione mondiale vive nelle città. Le Nazioni Unite stimano che dal 2025 ci saranno nove città con più di venti milioni di persone ciascuna, soprattutto in Asia e in America Latina.

In aggiunta, uno dei più innovativi e significativi dati legati allo sviluppo demografico del ventunesimo secolo, è l’epidemia di obesità che sta travolgendo l’intero planisfero.

Le stime indicano che dal 2010 ci sono più persone che soffrono di obesità (circa 1 miliardo) piuttosto che di fame (800 milioni), soprattutto a causa di cambiamenti nella dieta indotti da un aumento del potere di acquisto e dello stile di vita sedentario in città.

È interessante notare come molti tra i paesi più poveri al mondo quali l’Algeria, il Botswana, Cuba, Haiti, Guatemala, Perù, Iraq sianotra le nazioni più colpite dall’obesità.

Spesso le persone pensano che il crescente problema dell’obesità influisca soltanto su specifici settori dell’economia quali quello sanitario e farmaceutico. Le conseguenze sono tuttavia suscettibili di essere sentite su tutta l’economia, soprattutto per le prospettive future: “statistiche del governo stimano che 6 donne adulte su 10 in Nord America sono sovrappeso, mentre più di un terzo sono obesi”,  osserva Euromonitor; “eppure, taglie di abbigliamento [dimensione 14 e superiori] rappresentano ancora meno di un quinto della vendita di abbigliamento. Sebbene la domanda di plus-size continui ad espandersi, le aziende non sono ancora pronte a ridefinire i loro marchi e le offerte di stile, per timori sull’immagine e l’eredita del marchio, ma questa reticenza durerà ancora per poco”.

E’ chiaro dunque che attraverso lo “specchio” della demografia si possono osservare riflessi e influenze su molti ambiti della vita associata: sul versante della geopolitica, ad esempio, si pensi a come le tendenze demografiche possano ribaltare e mutare consolidati rapporti soprattutto in aree particolarmente delicate dal punto di vista delle tensioni militari: per esempio nel 1950 la Russia (considerata nei confini attuali) aveva una popolazione (103 milioni) che era circa tre volte quella del Pakistan (37 milioni); nel 2050 il Pakistan potrebbe avere una popolazione pari a tre volte quella della Russia (292 contro 108), con ovvi cambiamenti nei rapporti, anche diplomatici, fra gli stati.

O si osservino le conseguenze delle grandi oscillazioni demografiche degli ultimi anni sull’ambito sociale: come la popolazione invecchia, le strutture familiari si trasformano.

La prevalenza di famiglie senza figli e di famiglie con più nonni che nipoti, è rapidamente aumentata in varie parti del mondo. Le persone in età avanzata tendono ad essere più interessate alla politica e a votare più di frequente, rispetto ai giovani, ed essendo in particolare maggiori sostenitori delle “destre conservatrici”, ciò può avere incidenza anche sul substrato politico.

Tirando le somme, è lampante che le sfide legate alla new demography siano immense.

Le tendenze economiche, demografiche, sociali e culturali in atto – che si manifestano nell’aumento degli scambi commerciali, dei flussi finanziari, dei flussi migratori e delle comunicazioni– alimentano un continuo incrociarsi e mescolarsi di culture e religioni, oltre che di popoli, di atteggiamenti e di comportamenti, e cancellano quindi o attenuano, magari con scontri, frontiere millenarie. Per contrastare positivamente la globalizzazione, questa dell’enorme dilatazione e della fortissima riduzione del numero delle entità politico-territoriali sembra essere una delle poche vie di uscita per ‘assorbire’ pressioni demografiche incontenibili e devastanti, perché relative a miliardi di persone, per rimanere appieno dentro l’economia globale e più in generale per stabilire, proprio grazie a queste tendenze, nuove relazioni internazionali al fine di ridurre le iniquità e le grandi disuguaglianze esistenti nel mondo e assicurare un futuro di pace, o forse solo limitare i rischi di tensioni e guerre.

Insomma, il ventunesimo secolo promette di superare di gran lunga i suoi predecessori in termini di produzione e di diversificazione di nuove tendenze demografiche.

I cambiamenti si sono verificati in tutte le parti del mondo e continuano a verificarsi, ed è soltanto tramite un attenta osservazione di tutti questi fenomeni che sarà possibile comprendere a pieno le sfide che si presenteranno di qui ai prossimi anni.

 

 

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