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ITALIA CHIAMA EUROPA

Sui cocci del muro di Berlino

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Trenta anni dopo riemergono tensioni e divisioni sulle armi nucleari. L’Ue potrebbe riappropriarsi di una strategia di difesa ridando centralità alla sicurezza comune

L’analisi politica ricorre spesso al concetto di critical juncture − in Italiano, “episodio di rottura” − per spiegare i momenti di svolta che hanno determinato un nuovo corso della storia. Forse non si potrebbe spiegare in altro modo quello che accadde il 9 novembre 1989, quando la caduta del muro di Berlino segnò il punto di non ritorno più importante della storia contemporanea (insieme al più recente 11 settembre 2001). Si tratta di uno snodo tra epoche, che ha permesso l’affermarsi di nuove direzioni di sviluppo plasmando gli aspetti positivi e negativi del nostro tempo. In quest’ottica si collocano mega-trend di cambiamento apparentemente indipendenti tra loro, ma tutti ispirati dallo spirito di fiducia di una stagione che sembrava avesse superato la contrapposizione tra i blocchi: da quella economica a quella ideologica, da quella tecnologica a quella nucleare.

In poche parole, oltre la riunificazione della Germania, il riverbero degli eventi della sera del 9 novembre ha abbracciato il mondo riportandolo alla sua interezza, spalancando le porte alla globalizzazione, in un ripensamento degli equilibri tra stati e negli Stati.

Trent’anni dopo quella data storica che ha rappresentato l’inizio di una sempre maggiore interdipendenza globale, per la prima volta non celebriamo solo un anniversario molto significativo, ma siamo costretti a riconoscere che la politica internazionale si trova in un’altra fase. Il mondo vive un nuovo status quo dove la spinta propulsiva di quegli eventi è finita ormai da tempo e altre forze hanno preso il sopravvento, denunciando molte delle conquiste della globalizzazione e spingendoci in un ritorno al passato.

Nell’ultimo decennio, sono riemersi altri modelli di contrapposizione e si è definitivamente rotta quella virtuale pangea geopolitica, di un mondo dove erano scomparse distanze e divisioni. Sarebbe impossibile, condensare la complessità di questi processi in poche righe, ma vale la pena soffermarci su una prospettiva di cui ormai si parla sempre di più negli affari internazionali e che è stata la costante più drammatica della Guerra fredda: il rischio nucleare.

Gli esperti dicono, a volte scherzando, che le armi nucleari hanno mantenuto “fredda” la Guerra fredda, facendo riferimento alla teoria della deterrenza secondo la quale le armi nucleari avrebbero la forza di difendere prevenendo il conflitto, cioè evitando un attacco nemico e facendo leva sui rischi di una possibile reazione. Tuttavia, recenti eventi tra Mosca e Washington pongono in dubbio la validità dell’idea stessa della deterrenza nucleare e non si esclude una nuova escalation.

Già nel celebrare il venticinquesimo anniversario della fine della Guerra fredda, uno dei suoi protagonisti, Henry Kissinger, lamentava la crescente minaccia della diffusione delle armi nucleari e la tentazione di trasformarle in una nuova categoria di armi convenzionali. In quell’occasione, Kissinger aggiunge: se dovesse succedere, allora le grandi potenze nucleari (Usa e Russia in particolare) dovranno porre fine al dilagare di questi ordigni prima che siano fuori controllo.

Purtroppo, il mondo non sta andando nella direzione indicata da Kissinger, ma in direzione opposta. Nonostante le parole pronunciate da Obama nel 2009 per ribadire l’impegno di un mondo “senza armi nucleari”, nei primi anni della presidenza Trump l’approccio americano alle armi nucleari è cambiato notevolmente, destando preoccupazione in molti Governi europei. L’anno scorso, la Casa Bianca ha pubblicato la Nuclear Posture Review, indicando una nuova politica finalizzata a sviluppare testate nucleari di dimensioni e potenza ridotta, che potrebbero essere usate anche per reagire ad attacchi non-nucleari. Ad agosto, gli Stati Uniti si sono ritirati dal Trattato INF (Intermediate-Range Nuclear Forces), cancellando l’intesa voluta da Reagan e Gorbaciov nel 1987 per vietare ad America e Russia di disporre di missili balistici e cruise (nucleari e convenzionali) di media o corta gittata. I timori europei sono infine accresciuti dalle critiche del Presidente Trump verso l’alleanza atlantica e l’Europa, che ha definito un insieme di stati free rider che godono della sicurezza a spese degli americani. Critiche che potrebbero compromettere la credibilità della missione della Nato con conseguenze imprevedibili.

A est, la Russia, spaventa, soprattutto dopo il caso Crimea. Nonostante il Cremlino si dichiari disponibile a rinnovare il trattato anti-proliferazione nel 2021, lo scorso agosto, l’incidente di Severodvinsk ha svelato al mondo che continuano i test di nuove armi nucleari, tra le quali quella del missile Skyfall. Il messaggio dovrebbe essere abbastanza chiaro: Mosca non vuole rimanere indietro nella nuova corsa agli armamenti nucleari. Infine, la minaccia iraniana si aggiunge a questo contesto. L’Iran continua i suoi programmi in ambito nucleare mentre prende forma lo European Phased Adaptive Approach, il sistema di difesa delle truppe americane in Europa promosso da Stati Uniti e Nato, contro possibili attacchi missilistici dall’Iran

In questo clima di incertezza l’Europa si ritrova, ancora una volta, tra due o più poli, al centro del confronto, impreparata e divisa. Infatti, nonostante dal 1989 il progetto europeo sia andato avanti sia in termini di allargamento sia di integrazione, non c’è una linea comune sull’argomento. Gli Stati europei sono divisi da molti punti di vista: alcuni di essi hanno delle armi nucleari (1), proprie come nel caso di Francia e Regno Unito, o straniere, come quelle americane presenti in Italia, Germania, Olanda e Belgio; o perché hanno posizioni politiche divergenti (2), tra chi si schiera per il disarmo quasi incondizionato, chi come Polonia e Romania cerca di entrare nel club degli stati dotati di armi nucleari, e chi si pone a metà tra questi due orientamenti.

Il dibattito più importante si è aperto a Berlino dove lo scorso anno, il settimanale conservatore Welt am Sonntag ha pubblicato un articolo dal titolo: “Abbiamo bisogno della bomba?” ponendo un problema nuovo per la Germania. Anche questo interrogativo agita l’Europa. Chi è fautore di una Germania dotata di proprie armi nucleari scommette sulla possibile fine della protezione americana e vuole evitare che dopo Brexit la Francia sia l’unica potenza nucleare dell’Ue. Chi è contrario invece, parla di un possibile effetto domino. L’ambasciatore tedesco Wolfgang Ischinger sostiene quest’ultima linea e come leader della conferenza di Monaco sulla sicurezza ha lanciato un monito: “Se la Germania diventasse una potenza nucleare, cosa vieta a Turchia e Polonia, di seguire il suo esempio?”

Tra queste posizioni, è scomparsa la linea proposta dalla Germania, già negli anni Settanta, di dotare le istituzioni europee della necessaria capacità nel settore delle armi nucleari. La priorità europea è sicuramente non rimanere senza una difesa credibile, anche in termini di deterrenza, nel settore nucleare. Se dovesse venir meno l’impegno americano verso l’Europa, e Brexit dovesse determinare una politica estera di Londra indifferente alla sicurezza nucleare del continente, l’ultima speranza è nella capacità nucleare francese (ma anche questa via non è priva di problemi per i partner europei). Forse l’ultima chance è quindi l’Ue, che potrebbe trovare un nuovo ruolo ponendosi come fulcro di una strategia comune di difesa, evitando ulteriori divisioni e ridando centralità al tema della sicurezza nucleare, che torna a imporsi come priorità in Europa.

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di novembre/dicembre di eastwest.

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