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RETROSCENA

Climate change: la schizofrenia americana

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Mentre Donald Trump blocca i buoni propositi dei suoi predecessori, un’altra America si impegna a muovere azioni legali per combattere i cambiamenti climatici

La presidenza Trump non fa della coerenza un cavallo di battaglia. Eppure c’è un obiettivo che il Presidente e i suoi Segretari hanno perseguito con ostinazione: l’abolizione di ogni provvedimento varato durante gli otto anni della presidenza Obama.

In nessun campo come sul terreno della lotta al cambiamento climatico questa ossessione è tanto evidente. Eppure, non basta il fantasma di Obama a spiegare la meticolosità con la quale l’amministrazione Trump ha lavorato per sciogliere le briglie delle regole pubbliche per la protezione dell’ambiente e contro le emissioni inquinanti. Molto si spiega anche con l’importanza che hanno avuto alcuni Stati nel portare l’attuale Presidente alla Casa Bianca. La sorpresa Trump è venuta da Michigan, Pennsylvania, Wisconsin, Ohio. Tutti Stati che avevano votato democratico alle precedenti due elezioni e che hanno in comune il fatto di essere stati la spina dorsale industriale del Paese fino agli anni ‘70. Nelle città industriali della Rust Belt, la promessa di tornare al carbone e di far tornare il lavoro di fabbrica ha pagato eccome.

L’elettorato più fedele di Trump è quello dei maschi bianchi non giovani e senza istruzione superiore. Molti erano o sono lavoratori dell’industria che vedono il mondo correre in una direzione diversa da quella che hanno sempre conosciuto. Se geografia elettorale e necessità di mantenere il consenso del “suo” blocco elettorale più cruciale sono i primi elementi che spiegano questa guerra all’ambiente, il terzo fattore che ha determinato queste scelte è la posizione anti-scientifica dei repubblicani, che in maggioranza negano che il riscaldamento del pianeta e l’emergenza climatica siano un problema.

Il quarto si chiama lobby degli idrocarburi, che non vuole regole, né limiti alla propria azione ed è stata molto attiva e generosa in questi anni. Nel 2019 i contributi alle campagne politiche donati da imprese attive nel campo dell’energia sono già intorno ai 35 milioni di dollari, il 73% dei quali donati ai Repubblicani. Se parliamo di soldi spesi in lobbying, invece, siamo attorno ai 100 milioni e 679 lobbisti attivi a Washington per conto dell’industria degli idrocarburi. Il 44,5% dei lobbisti è passato da un impiego per il Governo a quello per i petroliferi, perché assicurare a qualcuno un futuro è il sistema migliore per comprarsi il suo presente. Le chiamano porte girevoli, si entra politico, si esce manager.

Ma torniamo al clima. Trump ha scelto di uscire dagli accordi di Parigi relegando il suo Paese ai margini della discussione globale sul futuro del Pianeta – ma i tempi per l’uscita dagli accordi sono tali per cui la decisione ultima sarà del prossimo Presidente, nel caso non sia lui stesso. L’amministrazione in carica ha anche ampliato la possibilità di trivellare alla ricerca di gas e petrolio in aree protette come parchi naturali o in alcune zone dell’Alaska. Il Presidente ha poi scelto di cambiare l’Endangered Species Act, legge che protegge le specie animali a rischio, alcune delle quali veri e propri simboli d’America (l’aquila, l’alligatore, il grizzly, il condor della California, alcuni tipi di balene) per, anche in questo caso, consentire trivellazioni in aree protette. Anche le regole di sicurezza sulle piattaforme petrolifere sono state alleggerite, così come le norme che prevedono che le compagnie che trivellano debbano adottare misure che impediscano la contaminazione delle falde acquifere.

Poi viene il ridimensionamento delle regole sulle emissioni di impianti industriali e dei nuovi veicoli messi in commercio, cancellato l’obbligo di rendere pubbliche le fuoriuscite di gas o petrolio, reintrodotti gli idrofluorocarburi come gas nei frigoriferi, ridimensionata una legge che stabiliva che la costruzione di nuovi impianti a carbone prevedesse anche dei filtri per azzerare le emissioni (un modo per disincentivare l’uso del carbone nei processi industriali e nella produzione di energia). A fine settembre 2019 le leggi e regolamenti in materia ambientale rivisti o aboliti dall’amministrazione Trump erano 85. La stragrande maggioranza dei quali cancellati con atti amministrativi o ordini presidenziali e nessun parere del Congresso.

Nel settembre 2019 sei scienziati impiegati dalla Environmental Protection Agency (EPA), hanno parlato con The Guardian riferendo di come il loro lavoro sia stato interrotto, boicottato, rinviato. I capi dell’EPA nominati da Trump parlano da soli: Scott Pruit, dimessosi in seguito a una serie di scandali, ha sempre negato il cambiamento climatico, mentre il suo successore Andrew Wheeler, faceva il lobbysta per un’impresa mineraria che estrae carbone. Infatti le porte girevoli possono funzionare anche al contrario: si entra manager, si esce politico che rappresenta gli interessi dell’industria di provenienza.

Le scelte di Trump in materia ambientale non hanno prodotto il ritorno del lavoro industriale e, men che meno, di quello nelle miniere. Da quando Trump è presidente alcune delle grandi compagnie minerarie hanno dichiarato bancarotta, la produzione e l’occupazione hanno avuto un lieve rimbalzo con l’abolizione delle regole, per poi tornare a declinare. Il 2019 è stato un anno di licenziamenti e chiusura di miniere. Tra l’altro anche in quelle contee della Pennsylvania che avevano creduto nella promessa del “ritorno del carbone” fatta da Trump con un casco da minatore in testa mentre faceva il gesto dello scavare con la pala.

Il lavoro manifatturiero, invece, ha conosciuto un lieve rimbalzo: in tre anni gli occupati in più nell’industria sono circa 500mila. Il fatto è che l’altro slogan di Trump “torneranno le fabbriche” evocava qualcosa di più e meglio: al picco dell’era Trump l’occupazione industriale negli States resta più bassa di quella pre-crisi di oltre un milione di posti.

Se Trump ha scelto questa linea, verrebbe da pensare, è anche perché negli Stati Uniti non si vedono ancora gli effetti del clima che cambia. Sbagliato. La temperatura in diversi Stati del nord-est del Paese ha già superato i 2 gradi in più della media attuale, l’erosione delle spiagge è un dato misurabile e misurato e le stagioni degli incendi in Colorado e California fanno ogni anno più danni – sia in termini ambientali che finanziari. E la stagione degli uragani è più intensa che in passato.

Le scelte dell’amministrazione hanno avuto come effetto quello di scatenare una battaglia legale tra lo Stato federale e diversi Stati che hanno le loro regole per le emissioni e per gli standard di produzione delle auto. In primo luogo la California, i cui cittadini sono i principali acquirenti di quattro ruote del Paese e che dalla fine degli anni ’60 fissa limiti di inquinamento più bassi di quelli consentiti nel resto degli Usa. Lo scontro legale è anche costituzionale, nel senso che l’amministrazione pretende di impedire allo Stato di poter decidere se adottare standard propri. Si tratta di una questione enorme: se la California è il più grande acquirente di auto, i produttori devono decidere se vogliono o meno avere una presenza nello Stato. Sulla materia si sono divisi anche gli automakers: Ford, Volkswagen, Honda e BMW hanno sottoscritto un protocollo con il governatore democratico Jerry Brown, mentre Toyota, Fiat Chrysler e General Motors si sono schierate con Trump   – che come vendetta per l’azione dei traditori ha lanciato un’indagine anti-Trust contro di loro.

La California è affiancata nella sua azione legale da altri 22 Stati. La battaglia riguarda appunto la qualità dell’aria, ma anche l’eterno braccio di ferro tra poteri federali e statali.

Quella raccolta dalla California non è l’unica coalizione di Stati ad aver sfidato l’amministrazione Trump in tribunale. Ventinove capitali, guidate stavolta da New York, hanno depositato una causa contro le nuove regole per le centrali a carbone. Le nuove norme spingono le centrali a carbone a una maggiore efficienza, il che le rende potenzialmente attive (e inquinanti) più a lungo.

Tutte queste battaglie legali e altre contro le concessioni a trivellare in aree interne a parchi nazionali, non avranno una breve durata. Si tratta di una specie di assicurazione degli Stati contro un’eventuale seconda presidenza Trump. Nel caso dovessimo avere altri quattro anni di politiche che ignorano il ruolo delle attività umane nella crisi climatica, le decisioni dei tribunali diverrebbero cruciali. Speriamo, non solo per i californiani, che non si arrivi ai verdetti.

@minomazz

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di gennaio/febbraio di eastwest.

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