Trump e Floyd: le due anime degli Stati (dis)Uniti


Trump-Floyd: due anime opposte, simboli di un Paese che, oggi più che mai, appare spaccato e incapace di riconoscersi. Ecco perché il mondo esulta con Biden

Trump-Floyd: due anime opposte, simboli di un Paese che, oggi più che mai, appare spaccato e incapace di riconoscersi. Ecco perché il mondo esulta con Biden

Il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump durante un evento nel North Carolina, Stati Uniti, 8 settembre 2020. REUTERS/Jonathan Ernst

Tutti gli anni chiediamo ai lettori di eastwest di scegliere, per la nostra ultima copertina, il personaggio che ha maggiormente influito sugli equilibri mondiali dell’anno trascorso. Questa volta, attraverso le pagine social della rivista, abbiamo chiesto ai nostri sostenitori di indicare anche chi è stato il peggiore, cioè chi ha influito sulla geopolitica mondiale nella maniera più negativa.

I nostri lettori hanno scelto per la prima copertina George Floyd, il cittadino afroamericano ucciso durante un fermo della polizia a Minneapolis; e, per la seconda, l’ex Presidente Donald Trump, due anime dell’America, due simboli diversi e lontani di un Paese che, oggi più che mai, appare spaccato e incapace di riconoscersi.

Le fratture degli Stati Uniti

La profonda polarizzazione sociale, politica e culturale degli Stati Uniti è emersa in maniera drammatica anche nella recente campagna elettorale americana, dove sono venute a galla tutte quelle profonde fratture, di cui proprio Donald Trump è stato uno dei più feroci istigatori.

Certamente, le divisioni dell’America di oggi sono precedenti all’arrivo di Trump, ma il tycoon le ha rese uno strumento della sua ascesa politica, cavalcandole in maniera spregiudicata. A Trump sembra mancare quella cultura politica necessaria per promuovere uno sforzo di distensione, che oggi appare urgente, mentre il Paese va incontro a una crescita costante delle tensioni e al rischio concreto di una deriva violenta.

Le disparità socio-economiche, la disoccupazione, le crescenti tensioni razziali, sono fratture antiche che Trump ha alimentato, gettando benzina sul fuoco e sfruttando la rabbia e la paura per fini elettorali.

Dall’inizio delle proteste per la morte di George Floyd, il Presidente Trump ha spesso invocato l’uso del “pugno duro” (law and order), descrivendo i manifestanti come “anarchici, agitatori e saccheggiatori”. Pur esprimendo solidarietà alle famiglie delle persone uccise (George Floyd non è stata l’unica vittima della polizia), l’ex Presidente ha più volte descritto le proteste come violente e pericolose, come manifestazioni in cui le forze dell’ordine non potevano fare altro che intervenire con la forza. L’invito sul palco della Convention repubblicana della coppia di Saint Louis che ha puntato le armi contro i manifestanti del Black Lives Matter è stata l’ennesima provocazione in un clima già tesissimo.

Le elezioni non vinte

L’epilogo della presidenza Trump ha aperto un’ulteriore ferita nel Paese. L’ex Presidente, che già durante la campagna elettorale ha fatto di tutto per delegittimare il voto, creando il sospetto che un successo democratico trainato dall’early voting fosse frutto di brogli, si è dichiarato vincitore, mentre lo scrutinio delle schede era ancora in corso, rifiutandosi poi di accettare la sconfitta anche davanti all’evidenza. Ho vinto, perché lo dico io.

La delegittimazione dell’avversario è per Trump un elemento funzionale al mantenimento del consenso, che si tratti di politica interna o anche di quella estera. In questi anni, anche i Paesi stranieri, non solo quelli apertamente rivali, sono stati additati come i responsabili dei problemi interni che affliggono gli Stati Uniti.

Non è un caso che la risposta alla crisi sanitaria ed economica provocata dalla pandemia di Covid-19 si sia manifestata con un inasprimento del conflitto con la Cina. Il virus straniero, il virus cinese. Una risposta semplice e soprattutto riduttiva, considerando la gestione della pandemia da parte della sua amministrazione.

Nazionalismo e unilateralismo

La sua politica fortemente antagonistica nei confronti dei Paesi rivali ma anche di quelli alleati (l’Europa, ad esempio) ha portato al graduale allontanamento americano dalle relazioni multilaterali: dall’accordo di Parigi sul clima a quello sul nucleare iraniano, ai vari trattati sulla riduzione degli armamenti.

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