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RETROSCENA

Trump condannato solo a parole: assolto dal Senato

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I repubblicani hanno deciso di assolvere Trump dall’accusa di impeachment. Il verdetto dimostra quanto potere l’ex Presidente abbia ancora sul partito. Ma sono in molti ad andarsene…

Jamie Raskin, capo responsabile dell’impeachment della Camera degli Stati Uniti, parla durante una conferenza stampa a Washington, Usa, 13 febbraio 2021. REUTERS/Al Drago

Dunque i senatori del Partito repubblicano hanno in grande maggioranza deciso di assolvere Donald Trump dall’accusa di “incitamento all’insurrezione” mosse dal Partito democratico. Come probabilmente sapete già, sette repubblicani hanno sostenuto la condanna: si tratta di Richard Burr (N.C.), Bill Cassidy (La.), Susan Collins (Maine), Lisa Murkowski (Alaska), Mitt Romney (Utah), Ben Sasse (Nebraska) e Patrick J. Toomey (Pennsylvania). Ne sarebbero serviti diciassette. Solo uno tra i senatori vedrà il suo seggio in palio nelle elezioni di metà mandato del 2022, gli altri sono appena stati rieletti per sei anni o hanno deciso di ritirarsi. Come ha fatto notare il manager del processo, il rappresentante del Maryland Jamie Raskin, quei voti repubblicani sono importanti: solo una volta i membri del partito del Presidente sottoposto a impeachment avevano votato a favore della condanna. A dire il vero, quella volta è il primo processo contro Trump e a votare fu Romney. Il voto, insomma, segnala che le colpe dell’ex Presidente vengono riconosciute anche da una parte importante del partito.

La discussione al Senato

Durante le ultime ore del processo in Senato abbiamo assistito a un piccolo giallo: i due partiti e i due team legali sembravano essersi accordati per non chiamare nessuno al banco dei testimoni, decisione che per circa un’ora i democratici sembravano essersi rimangiati. La ragione per cui sarebbe stato utile ascoltare dei testimoni è per capire se nelle ore durante l’assedio al Congresso il Presidente fosse in qualche modo intervenuto per placare gli animi o se viceversa se ne fosse rimasto a guardare la scena in tv. “C’è stata una gran discussione su ciò che il Presidente sapeva e quando. Ci sono alcune cose che non sappiamo”, ha detto il rappresentante David N. Cicilline (D-R.I.) durante la sua arringa finale. Ma siccome sappiamo che ci sono state telefonate, come pure sappiamo che l’ordine di far intervenire agenti federali non è venuto dalla Casa Bianca, ascoltare testimoni avrebbe gettato nuova luce sugli accadimenti.

Dopo aver discusso al loro interno, i Dem hanno deciso di rinunciare. La giustificazione è che gli appariva chiaro che qualsiasi informazione i testimoni avessero rivelato, non avrebbero spostato un voto. Probabile sia così, come è pure vero che chiamare testimoni avrebbe potuto significare allungare i tempi del processo paralizzando le attività del Senato. Il team legale di Trump avrebbe infatti a sua volta minacciato di chiamare centinaia di testimoni e né Biden, né il caucus democratico vogliono dover aspettare a portare in aula il pacchetto di contrasto alla crisi economica. Meglio voltare pagina dopo aver ribadito al pubblico americano le colpe dell’ex Presidente.

In questo sono stati aiutati anche dai senatori repubblicani con i loro voti. Il loro leader McConnell ha fatto un discorso durissimo contro Trump: “Il Presidente è praticamente e moralmente responsabile di aver provocato gli eventi del 6 gennaio, e siccome in questo Paese abbiamo una giustizia ordinaria, ora che è un privato cittadino, se sarà necessario verrà giudicato per questo”, ha detto in sintesi il senatore del Kentucky. Poi però ha votato contro l’impeachment spiegando che, in quanto ex Presidente, Trump non è processabile dal Senato. Il discorso di McConnell verrà usato dai democratici contro Trump, ma anche contro lo stesso leader repubblicano. Sostenere che il Presidente ha commesso un fatto tanto grave e poi appellarsi a un cavillo discutibile – come hanno scritto molti costituzionalisti – è nascondersi dietro un dito. Un atteggiamento simile McConnell lo aveva tenuto nei giorni successivi al voto, non complimentandosi per la vittoria con Joe Biden se non dopo il voto dell’Electoral college il 15 dicembre. Normalmente un risultato tanto schiacciante e incontrovertibile si riconosce nella notte elettorale.

Con il loro silenzio, McConnell e la larga maggioranza dei suoi colleghi repubblicani hanno in qualche modo contribuito ad alimentare le denunce di Trump sul furto del voto. Alcuni tra loro hanno sostenuto e avallato le teorie bislacche sulle macchine conta voti prodotte nel Venezuela chavista e altro ancora.

Il caos nel Partito repubblicano

Questo risultato mostra una volta di più come e quanto il Partito repubblicano sia nelle mani dell’ex Presidente, che dopo l’assoluzione ha diffuso un comunicato in cui parla “della più grande caccia alle streghe della storia d’America” e promette un ritorno in qualche forma. Qualche giorno fa la maggioranza dei rappresentanti repubblicani aveva evitato di condannare la rappresentante estremista, razzista e QAnonista della Georgia Marjorie Taylor Greene, segno che alla Camera, dove il ricambio è più rapido, i trumpiani nel gruppo sono molti, se non in maggioranza. Sebbene farebbero volentieri a meno di Trump e dei suoi numerosi seguaci, i repubblicani sanno che andare contro di lui è un rischio enorme. C’è una parte di elettorato che non tornerebbe a votare se Trump condannasse il suo partito. Oppure voterebbe solo i candidati con il bollino di “trumpiano”.

Parallelamente, in queste ore, alcuni media segnalano che migliaia di persone stanno abbandonando il partito. Anche di questi i repubblicani hanno bisogno e per quello condannano Trump almeno a parole. L’interpretazione del voto e del discorso di McConnell dividono i commentatori conservatori che hanno condotto una crociata per de-trumpizzare il loro partito. George Will, forse il più importante tra loro, spiega che la scelta del senatore sia frutto di un calcolo astuto: per fare fuori Trump occorre evitare una rivolta interna e un suo voto a favore dell’impeachment ne avrebbe generata una. Jennifer Rubin guarda invece al cinismo del capo dei senatori, tutto calcolo e niente principi: prima McConnell ha fatto in modo di calendarizzare il processo dopo l’uscita di Trump dalla Casa Bianca, poi ha usato il fatto che questi non sia più Presidente per giustificare il suo voto contro l’impeachment, “questo è McConnell”. Il capo dei senatori repubblicani vorrebbe riuscire a non scontentare né l’estrema destra, né i moderati o conservatori rimasti scioccati dall’assalto del 6 gennaio. Ma prima o poi si voterà e i il partito di Reagan dovrà decidere quali candidati presentare e con quale profilo chiedere voti. Non ci si può nascondere dietro a un dito per sempre.

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L'AUTORE

Martino Mazzonis

Giornalista e ricercatore, è autore di Come cambia l’America (con Mattia Diletti e Mattia Toaldo, 2009) e di Tea party (con Giovanni Borgognone, 2011).
GUALA