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Tunisia, il racconto di chi è partito per il jihad

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“Mio fratello si chiama Hamza, ha 25 anni, un gravissimo handicap fisico e l’anno scorso è andato in Siria per combattere con i jihadisti”. Gli occhi di Mohamed Iqbel Ben Rejeb si riempiono di lacrime mentre racconta la storia di Hamza. Lui, grande e grosso, è rimasto paralizzato dal dolore quando ha saputo della decisione di suo fratello.

 https://www.facebook.com/RATTA.TN?fref=ts

“Ero preoccupato per lui, è malato, e non riuscivo a capire l’assurda scelta di vita che aveva fatto. Qualcuno su Internet aveva fatto credere ad Hamza di avere un’intelligenza superiore alla media e che era un peccato non metterla al servizio di una causa importante. Ma non è vero, Hamza è un ragazzo normale, anzi, ha una malattia che non gli permette di essere “normale” come tutti gli altri”.

Grazie alle pressioni della famiglia Hamza è rientrato in Tunisia dopo dieci giorni, ma da quando è tornato si è chiuso in un silenzio impenetrabile. “I nostri ragazzi non ci raccontano niente di quello che è accaduto in guerra perché lo hanno giurato, e il giuramento li fa sentire forti, uniti, come se fossero parte di un gruppo. Inoltre temono rappresaglie sulle famiglie”, spiega Rejeb, il quale insieme ad altre quattro persone ha fondato l’organizzazione RATTA, che si occupa proprio di recuperare i tunisini bloccati all’estero o dispersi. E che oggi sono principalmente gli aspiranti martiri partiti alla volta della Siria, della Libia o dell’Iraq.

“Ennahda non ha saputo tenere a bada gli estremismi. Qualche suo parlamentare durante i lavori della Costituente aveva persino esortato i ragazzi a partire per la Siria perché si trattava di una giusta causa”, spiega con tono concitato. Il processo di reclutamento dei combattenti è piuttosto subdolo. Qualcuno lo fa su Internet attraverso i social network, qualcun altro utilizza degli intermediari, di solito nelle moschee, che guadagnano dai tremila ai diecimila euro per ogni volontario procacciato. Rejeb sostiene che i soldi provengono dal Qatar passando per le banche turche, le tariffe, invece, variano in base alle qualifiche richieste: più basse per la manovalanza, più alte per i professionisti, perché ISIS ha una struttura gerarchica ben definita. “Anche se poi – aggiunge –   non riusciamo a spiegarci perché in Siria i tunisini siano sempre i primi a morire. La loro vita viene messa a repentaglio più facilmente di quella delle altre”.

Secondo la ricerca dell’istituto di intelligence americano Soufan, i tunisini partiti per la Siria sono tremila; secondo il ministero dell’Interno sono di più, mentre almeno novemila sarebbero stati fermati prima di andare. Molti di quelli rientrati sono stati arrestati, anche se sono in tanti a credere che più della galera per questi ragazzi servirebbe un piano serio di recupero che liberi le loro teste da tutta la dottrina jihadista di cui sono impregnate. Ed è uno degli obiettivi che si prefigge RATTA: creare dei programmi di riabilitazione ad hoc per aiutare i sopravvissuti al jihad a tornare a vivere. Hamza è rientrato sano e salvo anche grazie all’aiuto della famiglia.

Ma Nidhal Selmi per esempio non ce l’ha fatta. Lui, giocatore della nazionale tunisina e dell’Etoile du Sahel, nonostante la promessa di un futuro brillante ha preferito la guerra in nome di Allah. Ed è morto a ottobre, a 20 anni. Lo stesso destino è toccato a suo fratello Rayan, anche lui caduto in Siria.

E non ce l’ha fatta Walid, 24 anni, residente nella zona di Kairouan, che invece è morto in Libia il 25 novembre. Walid lavorava come infermiere a Ben Arous prima di partire. Dopo la sua morte gli abitanti della regione di Kairouan hanno organizzato un funerale simbolico per protestare contro la partenza dei giovani tunisini verso i vari fronti del jihad.

“Bisogna far capire ai nostri ragazzi che Islam non significa andare a combattere contro un nemico in terra straniera, ma restare nel proprio paese e combattere contro l’ignoranza e la povertà. Questo è l’Islam, questo è il jihad. In Tunisia abbiamo i nostri imam, non abbiamo bisogno di quelli stranieri inviatici dall’Arabia Saudita”, conclude Rejeb.

 

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