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Torna la stagione della collera nella Tunisia a due velocità

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Le proteste partite dalle regioni più povere hanno raggiunto la capitale. In piazza i giovani disoccupati che 7 anni fa cacciarono Ben Ali. Il governo risponde con misure-tampone, ma il potere è fragile, spiega l’analista Kmar Bendana. E il divario geografico e sociale si fa sempre più ampio

La protesta è tornata ad occupare le strade della Tunisia, dilagando dalle stesse periferie in cui si era propagata sette anni fa. Non è una casualità. Dall’autunno il Paese ha osservato un’inesorabile progressione dei fenomeni di contestazione legati al deterioramento delle condizioni socio-economiche. Nel mese di settembre, giusto per offrire un termometro della situazione, le proteste collettive censite dall’Osservatorio sociale tunisino sono state 370, di cui un numero rilevante localizzate nei governatorati dove maggiore è l’emarginazione sociale: Sidi Bouzid, Kasserine, Sfax, Gafsa. Il 7 gennaio si sono estese oltre questo confine, lambendo la costa (Sousse e Ben Arous), il nord e i dintorni della capitale.

Sulle barricate sono saliti sempre loro: giovani e disoccupati – dei 773 arrestati il 54,95% è di età compresa tra i 21 e i 30 anni, il 31% tra i 15 e i 20 anni – che dopo le rivolte del 2010/2011 sono finiti al margine, esclusi da ogni livello di esercizio del potere. Se la legge finanziaria è stato il detonatore con la revisione verso l’alto dei prezzi e i tagli ai sussidi, l’alchimia esplosiva si è affinata su più livelli.

L’ultimo report del Forum tunisino per i diritti economici e sociali sottolineava già a novembre le fragilità del quadro economico. Ed emetteva una sentenza: “Lo Stato si è dimesso e ha rinunciato al suo ruolo economico e sociale, particolarmente verso quelle categorie sociali più deboli”. I numeri configurano la dimensione del problema. La disoccupazione è al 15,3% – 12,4% per gli uomini, 22,7% per le donne – ma con divari crescenti a seconda del grado di studio e della geografia. I laureati senza impiego sono il 31% (20,7% degli uomini, 42% delle donne), mentre l’assenza di lavoro mortifica le regioni rurali – più del 40% a Tataouine, oltre il 30% a Sidi Bouzid, 29% a Gafsa, 26% a Kasserine -. All’interno di questo quadro i giovani – 5,6 milioni di abitanti su 11,4 hanno meno di 34 anni – sono moderni apolidi dell’occupazione con cifre che spesso valicano il 50%.

Nel 2017 il volume del debito pubblico è cresciuto da 53,5 a 63,1 miliardi di dinari, con un’economia che respira solo per le iniezioni di denaro del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale – “Ma così facendo i governi hanno accettato di entrare a far parte del processo di mondializzazione selvaggia con soluzioni classiche in termini di equilibri finanziari che si abbattono sui ceti più fragili e sulla classe media” annota il Forum -.

Ancora: il 22% delle famiglie tunisine è privo di copertura sanitaria, il 25% dei bambini – sul totale di 3,4 milioni – vive in nuclei familiari poveri e di questi 10.000 ogni anno abbandonano la scuola primaria e 100.000 licei e college. Un altro elemento di ingiustizia sociale si consuma a livello di tassazione. I lavoratori dipendenti pagano più dell’80% delle imposte dirette – in un sistema dove l’evasione è praticata in modo intensivo, soprattutto nelle libere professioni – ma le prestazioni sociali dello Stato sono andate gradualmente assottigliandosi.

Il secondo capo del rovello è l’esilità della giovane democrazia sorta sulle ceneri dell’autoritarismo di Ben Ali, la cui fuga in Arabia Saudita è stata celebrata ieri. Fino ad ora si è affermata nella definizione della nuova Costituzione – una Carta che ha costruito un semi-presidenzialismo originale e scelto di operare una distribuzione del potere ma che ha risentito, nel contempo, dell’influenza del “costituzionalismo globale” – e nelle procedure. Le elezioni per l’Assemblea costituente del 2011 e per le legislative e presidenziali del 2014 sono state un esame di maturità importante ma, isolate da un contesto di politiche pubbliche efficaci, non sono sufficienti a garantire la democrazia.

E’ mancata in questi sette anni una classe dirigente adeguata – forse perché la continuità con l’esperienza neodusturiana si è affermata più della discontinuità annacquando la rivoluzione – e la stabilità del sistema politico con i governi durati in media meno di un anno. L’attuale alleanza tra Nidaa Tounes e Ennahda vacilla, mentre il premier quarantenne Chahed è uscito indebolito dalle proteste – con una sbrigativa attribuzione delle responsabilità al Fronte popolare, il quale chiede il ritiro di alcuni articoli della legge finanziaria – e deve arginare l’ostilità del partito di cui è espressione (Nidaa Tounes) per il varo del piano anti-corruzione che ha mietuto i primi arresti.

Una parte della Costituzione rimane inoltre inattuata. La Corte costituzionale non è stata ancora insediata, le elezioni municipali rinviate per tre volte nonostante siano il perno per ramificare la democrazia, soprattutto nella visione strategica degli islamisti di Ennahda, e offrire un altro livello di risposte ai cittadini.

«Queste proteste esprimono la stanchezza e l’assenza di credito maturata nel popolo da parte dell’attuale classe dirigente» spiega a eastwest.eu Kmar Bendana, docente di storia contemporanea all’università La Manouba e autrice di un blog molto seguito hctc.hypotheses.org «e si è innestata su una situazione economica che continua a diminuire il potere d’acquisto delle persone, che non riduce la disoccupazione e che non offre alcun segnale di un’inversione di tendenza. I governi precedenti si sono tenuti in piedi grazie a prestiti e sovvenzioni che stiamo pagando ora. Le classi medie e più vulnerabili sono state colpite maggiormente ma, dal 2011, si è formato un nuovo ceto di arricchiti che si è sommato a quello dei vecchi privilegiati. Di questo divario sociale i poteri pubblici non hanno coscienza. La corruzione generalizzata accentua poi il sentimento d’ingiustizia: la battaglia del premier Chahed è troppo debole e troppo lenta rispetto alle aspettative del popolo».

In questo modo, continua Kmar Bendana «chi può – medici, informatici, studenti di alta formazione – parte legalmente per l’Europa, mentre altri seguono la stessa rotta illegalmente». Sullo svolgimento dei prossimi passaggi politici, però, Bendana è cauta: «Il destino di Chahed è incerto. Essebsi – il 91enne presidente della Repubblica e fondatore di Nidaa Tounes, già ministro di Burghiba, ndr – è il solo padrone della scena politica e il presidenzialismo che è riuscito a ristabilire può partorire di tutto. Elezioni anticipate? Non so se sia un’ipotesi praticabile. Essebsi e Nidaa Tounes sanno di essere deboli e Ennahda è divisa».

Intanto Essebsi ha convocato sabato scorso la seconda riunione dei firmatari del Documento di Cartagine – tra i quali figurano il sindacato più rappresentativo (Ugtt), l’associazione degli imprenditori (Utica), l’Unione nazionale delle donne tunisine – per sollecitare la creazione di un plafond di risposte a chi ha animato le rivolte, incalzare il governo sulla loro realizzazione e offrire esteticamente l’immagine di un intervento sollecito. Poi ha accusato la stampa estera di acuire le tensioni e invitato partiti e popolo a unirsi sotto il comune denominatore del patriottismo. “Siamo condannati ad affrontare la situazione, ma insieme possiamo farcela se smettiamo di cercare capri espiatori” ha dichiarato Essebsi.

Il ministro degli Affari sociali Mohamed Trabelsi ha invece presentato un pacchetto di misure urgenti che perimetrano la nuova strategia di lotta alla povertà. Prevedono un reddito minimo per le famiglie bisognose, la garanzia della copertura sanitaria completa per tutti i cittadini, la gratuità delle cure per chi è disoccupato, un alloggio adeguato per le famiglie che non ce l’hanno, l’istituzione di un fondo di credito a sostegno di quei nuclei a reddito incerto che intendono acquistare la prima casa. In tutto 70 milioni di dinari di cui dovrebbero beneficiare 120.000 persone.

Ma nello scacchiere della crisi tunisina più che la contingenza conterà il progetto di lungo termine, dove s’impone il nodo ineludibile di un riequilibrio tra regioni prospere, comunque sotto stress per il calo del turismo, e aree rurali.

@simonecasalini

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