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Turchia e Siria: dialogo e riavvicinamento


Il presidente turco Erdoğan ritorna ai toni di apertura regionale che hanno contraddistinto una prima parte del suo mandato e invita Damasco alla cooperazione politica

Matteo Meloni Matteo Meloni
Giornalista, è membro del comitato editoriale di eastwest. Si occupa di geopolitica di Medio Oriente e Nord Africa, Stati Uniti, rapporti tra Paesi Nato, di organizzazioni internazionali. Già Addetto Stampa al Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, ha lavorato come Digital Communication Adviser alla Rappresentanza Italiana presso le Nazioni Unite a New York.

Il presidente turco Erdoğan ritorna ai toni di apertura regionale che hanno contraddistinto una prima parte del suo mandato e invita Damasco alla cooperazione politica

C’è stato un periodo nella recente storia della Turchia nel quale Recep Tayyip Erdoğan ha manifestato una propensione pacifica nel rapporto con gli Stati confinanti, una politica di apertura riassunta egregiamente dall’ex Ministro degli Esteri Ahmet Davutoğlu con la dottrina zero problems with our neighbors e la profondità strategica, che avrebbe rappresentato per Ankara il viatico per la crescita economica e nelle relazioni internazionali.

 

La guerra civile in Siria e numerose altre questioni regionali — dalla crisi in Libia alle esplorazioni del gas nel Mediterraneo Orientale, passando per il raffreddamento delle relazioni con Israele e l’altalenante rapporto con Ue, Stati Uniti e Nato — hanno sostanzialmente spodestato la dottrina Davutoğlu, dovendo scendere a più pragmatici compromessi che hanno trovato sfogo con l’azione diretta turca in vari contesti. Ma recentemente il Presidente turco sembra voler tornare ai fasti propositivi di un decennio or sono, parlando esplicitamente di pace e cooperazione con le nazioni vicine alla Turchia.

 

“Vogliamo stabilire e sviluppare le migliori e più avanzate, sincere relazioni con tutte le nazioni e i popoli. Puntiamo a realizzare un corridoio per la pace e la cooperazione attorno a noi, partendo dai nostri vicini”, ha dichiarato Erdoğan nel corso di una cerimonia all’accademia della Gendarmeria e della Guardia Costiera. “La Turchia non prova ostilità verso nessuno né verso alcuna nazione”, ha proseguito il Presidente, ricordando i processi di normalizzazione avviati con Israele, gli Emirati, l’Arabia Saudita e l’Armenia.

 

Ma una nazione in particolare è stata per anni ago della bilancia nella politica interna ed estera turca. Parliamo della Siria, croce e delizia di Erdoğan, che per via della guerra nel Paese confinante ha gestito problematiche di carattere umanitario non indifferenti, riuscendo allo stesso tempo a trarre vantaggio dal caos verificatosi con l’instabilità a Damasco. Infatti, Ankara si è trovata a fronteggiare l’esodo di profughi dalla Siria, utile mossa servita per controbilanciare le pressioni in arrivo dall’Ue. Allo stesso tempo, l’impatto sociale dei profughi siriani nel Paese è costato qualche punto percentuale all’immagine del Presidente, che ha affrontato inoltre una crisi economica e inflazionistica di notevole portata.

 

È in questo contesto che vanno lette le dichiarazioni di Erdoğan, che nel corso di un’intervista televisiva ha annunciato che la Turchia farà passi in avanti verso la Siria. “In questo modo cambieremo alcuni degli equilibri dell’area. Il dialogo politico e la diplomazia tra Stati non possono essere cancellati”, ha rimarcato il leader turco, aprendo così al dialogo diretto con Bashar Al-Assad. Ci si aspetta maggiori contatti a livello d’intelligence, così come un’evoluzione della dimensione politica del rapporto tra Ankara e Damasco.

 

Lo scorso mese di luglio, i tre Paesi del formato Astana — Iran, Russia e Turchia — si sono riuniti proprio per discutere di Siria, che torna sempre più sul palcoscenico internazionale. Il meeting si è svolto a Teheran tra i Presidenti Ebrahim Raisi, Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdoğan, a dimostrazione dell’importanza che la nazione di Assad gioca nel quadro della geopolitica regionale. Damasco potrebbe, inoltre, rientrare nella Lega Araba dopo 11 anni di sospensione, ancor di più con il ripristino delle relazioni con gli Emirati e il dialogo ripresi con altri membri dell’organizzazione.

 

Un cambio necessario che andrebbe a impattare positivamente sull’intera popolazione siriana, ma che dipende anche da come la Turchia intende rapportarsi con il difficile vicino, uscente da una devastante guerra civile. Dalle parole ai fatti: Erdoğan ha dimostrato, nel bene e nel male, di essere interventista, le mosse che compirà nel prossimo futuro andranno a chiarire che posizione intende assumere, considerando anche le imminenti elezioni politiche che si terranno nel 2023, anno del centenario della Repubblica di Turchia.

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