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Turchia-Russia: nemici ma alleati

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Turchia-Russia: un complicato rapporto strategico che, complici l’ambiguità Ue e l’indifferenza Usa, si alimenta di nuovi interessi tattici. Un’intesa precaria ma stabile

Turchia-Russia: un complicato rapporto strategico. Il Presidente russo Vladimir Putin e quello turco Tayyip Erdogan si stringono la mano durante una conferenza stampa a Mosca. Pavel Golovkin/Pool via REUTERS

Il Presidente russo Vladimir Putin e quello turco Tayyip Erdogan si stringono la mano durante una conferenza stampa a Mosca. Pavel Golovkin/Pool via REUTERS

Kars è una remota città della Turchia orientale il cui invernale manto nevoso è stato reso famoso dalla narrativa di Orhan Pamuk. Teatro secolare di battaglie tra Impero Ottomano e Impero Russo, ma anche brevemente annessa all’effimera repubblica armena sorta al termine della Prima guerra mondiale, essa venne ceduta alla Turchia dall’Unione Sovietica con il trattato di Kars del 1921 e invano rivendicata da quest’ultima a conclusione della Seconda guerra mondiale. Lasciati i tanti edifici dall’indelebile impronta architettonica russa, si arriva al sito archeologico di Ani con le sue chiese armene. Al di là del fiume tortuoso che oggi segna il confine con l’Armenia, trent’anni fa passava l’estremità meridionale dell’invalicabile cortina di ferro con l’Unione Sovietica. Nessun luogo meglio di Kars simboleggia il difficile, altalenante e spesso ostile rapporto tra il mondo turco e quello russo.

La politica estera di Ankara prima della caduta del muro di Berlino era incrollabilmente rimasta nei termini che la geografia, la storia e soprattutto le esigenze della Guerra fredda imponevano al fedele alleato turco, definito da tutti il baluardo della Nato a fronte dell’Unione Sovietica. Eppure, questo era stato il primo Paese a riconoscere la Repubblica di Turchia proclamata nell’ottobre 1923, e non pochi tra i Giovani Turchi avevano intrecciato rapporti con i bolscevichi negli anni precedenti, tra il Trattato di Sèvres e quello di Losanna.

I Balcani

Dissoltasi l’Unione Sovietica, la rivalità turco-russa proseguì tra alterne vicende, in particolare nei Balcani e nelle repubbliche turcofone dell’Asia Centrale ma anche nel Caucaso, dove Ankara recepì male la decisione russa di riconoscere Ossezia del Sud e Abkhazia. Rivalità temperate tuttavia dall’esigenza turca di salvaguardare le relazioni energetiche con Mosca pur senza inimicarsi la Georgia, attraverso la quale passa l’unica alternativa al gas russo, l’oleodotto Baku-Tbilisi- Ceyhan, che compie una lunga e innaturale curva per evitare l’Armenia. Così come negativamente venne recepita ad Ankara l’annessione russa della Crimea nel 2014, anche per le profonde connessioni con i Tatari di Crimea, la cui diaspora in Turchia è assai significativa.

Dopo le vicende caucasiche l’allora Presidente turco Gùl si recò in visita a Mosca nel febbraio 2009, centrando i colloqui al Cremlino sui temi energetici e ponendo le basi per la successiva visita ad Ankara di Putin in agosto, cui si aggiunse all’ultimo momento anche Berlusconi. I risultati scaturirono con la missione del maggio seguente ad Ankara di Medvedev, accompagnato da ben 7 Ministri, per la firma di numerosi accordi che consolidarono progetti come South Stream, Blue Stream 2, Samsun-Ceyhan nonché la prevista costruzione da parte di imprese russe della prima centrale nucleare in Turchia a Akkuyu, attualmente in corso. Il progetto South Stream venne sospeso in seguito all’abbattimento di un caccia russo da parte turca nel novembre 2015 ma, dopo il netto miglioramento delle relazioni bilaterali a seguito del fallito colpo di Stato in Turchia del 15 agosto 2016, venne sostituito dalla costruzione di TurkStream divenuto da poco operativo. Con esso la Turchia si è definitivamente affermata come hub energetico di primo piano.

Gli sviluppi in Medio Oriente

I più recenti sviluppi delle relazioni russo-turche sono naturalmente connessi con la guerra in Siria ma per comprenderli appieno occorre partire dalla constatazione che, se fino a qualche anno fa la politica estera turca era soprattutto centrata sul negoziato di adesione all’Ue, attualmente sono gli eventi del Medio Oriente e nel Mediterraneo orientale a modellarne le iniziative. Gli archi temporali sono ben definibili: dal 2004 al 2009 il tema centrale è stato certamente l’Europa. Le motivazioni erano varie: la nuova classe dirigente dell’AKP aveva compreso che per la sua legittimazione interna e internazionale l’adesione all’Ue rappresentava il motore trainante, ma accanto a un calcolo politico c’era la consapevolezza che più Europa significava anche un impulso economico senza precedenti. I due calcoli si sono rivelati esatti.

La coincidenza dell’assunzione della guida della politica estera turca da parte di Ahmet Davutoglu, la cui teoria del “nessun problema con i vicini” era stata formulata parecchi anni prima, con la comprensibile sfiducia dell’opinione pubblica determinata dall’ostruzionismo di diversi Paesi europei sul negoziato –  e siamo sullo spartiacque del 2009 –  ha determinato un‘inversione di rotta, o almeno una sua significativa correzione.

Gli sviluppi in Medio Oriente, dalle primavere arabe – per le quali Ankara si era illusa di rappresentare se non un modello almeno un’ispirazione e quindi di estendervi la propria influenza – alle guerre civili e locali, hanno fatto il resto, focalizzando l’attenzione della diplomazia turca su quanto accadeva alle porte di casa. Non solo dal punto di vista dell’opportunità di contenere i rischi per la propria sicurezza nazionale, ma anche attraverso una scelta di campo ideologica centrata sul sostegno alla fratellanza musulmana sunnita, da cui l’intesa con il Qatar, anche nelle sue espressioni meno palatabili. Con le porte del negoziato europeo chiuse e i contrasti con gli Usa, la Turchia ha quindi puntato lo sguardo a est e nord: Russia, Asia Centrale, Cina, con le Nuove vie della seta di fondamentale importanza per Ankara. Certo, questo cambio di strategia turca va messo in relazione anche al conflitto siriano.

La guerra in Siria

L’avventura siriana della Turchia è cominciata nel 2011 con lo scopo di abbattere Assad giocando le carte dei suoi nemici sul campo, in particolare islamisti e “ribelli moderati”. Ma di fatto la Turchia non solo non ha abbattuto Assad, non solo ha importato il terrorismo jihadista, non solo ha dovuto accogliere milioni di rifugiati siriani con i problemi che ne conseguono, ma è dovuta venire a patti con Russia e Iran, quindi proprio con i sostenitori di Assad. E per di più mettendosi in rotta di collisione con gli Usa. Erdogan ha tuttavia saputo giocare la partita siriana con grande abilità, ben consapevole che si trattava di una questione vitale anche per la sua stessa sopravvivenza politica.

È proprio rispetto a tale ineluttabilità – non compresa dall’Europa, preoccupata esclusivamente di bloccare l’afflusso di nuovi rifugiati dalla Turchia –  che si deve apprezzare la cauta abilità di Russia e Usa a trattare con Ankara. Trump ha consentito la creazione da parte turca di una fascia di sicurezza al confine siriano – destinata a rimanere nei futuri assetti anche tenuto conto dell’esigenza turca di farvi defluire almeno una parte dei rifugiati siriani che ospita – favorendo lo sgombero delle milizie curde. Putin vi ha egualmente consentito, in cambio di ogni salvaguardia per Assad – di cui ovviamente la Turchia non si fida data anche la sua antica consuetudine familiare con il PKK – e da qualche settimana militari turchi e russi pattugliano insieme il confine siriano. Quindi sia Washington che Mosca hanno riconosciuto la legittimità delle esigenze di sicurezza della Turchia e ne hanno rafforzato la posizione negoziale in vista di una futura conferenza di Ginevra sul futuro della Siria. In questo quadro, la Turchia finisce curiosamente per essere formalmente alleata Usa senza più esserne un partner mentre è diventata partner della Russia senza esserne alleata.

Verso le sanzioni

In questo quadro va naturalmente tenuta presente l’evoluzione delle relazioni turco-russe.  È inutile nasconderci che la mancanza di progressi sulla politica europea, giunta gradualmente fino al punto morto attuale, ha inevitabilmente indotto la Turchia a riconsiderare le proprie relazioni con la Russia. Il complicato rapporto strategico con il vecchio nemico storico dell’Impero Ottomano è quindi tornato di attualità. Del resto, della caduta del muro di Berlino e dei conseguenti dividendi della pace, la Turchia aveva tratto pochi benefici: le guerre balcaniche hanno costretto all’esodo verso la Turchia gran parte dei cittadini di origine turca, e poi si sono verificati la crisi in Georgia e i disastri mediorientali. La Turchia è vissuta e vive in mezzo a queste turbolenze e per di più non condivide quella che ritiene essere ancora una mentalità da guerra fredda nei confronti della Russia da parte degli altri Paesi della Nato.

Ankara ha raccolto i frutti di una sensibile crescita del commercio bilaterale, dovuta anche al fatto che non ha aderito alle sanzioni; di un crescente afflusso di turisti russi, facilitato dall’abolizione reciproca dei visti di ingresso; di un rapporto in qualche modo privilegiato nel settore energetico; ed anche nel settore militare, con l’acquisto dei sistemi missilistici russi S-400 giustificato con la necessità di dotarsi di un sistema di contraerea, dato che gli americani non intendevano  consegnare i Patriot e gli F35 alle condizioni di Ankara. Come noto, gli S-400 non si integrano con i sistemi di difesa missilistica della Nato, e quindi ne deriva un problema non secondario per l’Alleanza.

Il rapporto con la Nato

È vero che l’avvicinamento della Turchia alla Russia contribuisce all’allontanamento di Ankara dalla Nato, ma è altrettanto vero che la Turchia ha interesse a restare nella Nato perché non può fidarsi della Russia, e che la Nato ha interesse a tenersi stretta la Turchia perché essa detiene le chiavi del Medio Oriente e di ogni strategia di contenimento dei nemici dell’Occidente, terrorismo internazionale incluso.

Certo, la Russia sostiene il nemico Assad, ma realisticamente Erdogan è dovuto addivenire a più miti consigli come i frequenti incontri con Putin di questi ultimi tempi hanno dimostrato. La Russia d’altro canto ha bisogno della Turchia per poter avere accesso al Mediterraneo in termini sia commerciali che militari. Quindi sussiste un interesse reciproco, che l’intesa personale e certe somiglianze di tratto, e non solo tra Erdogan e Putin, non fanno che rafforzare. Ma i nuovi rapporti turco-russi vanno ben oltre l’intesa siriana, comportando anche altre variabili: quella iraniana, dati i legami di Teheran con Mosca, e quella libica, dove la Russia sostiene Haftar e la Turchia al-Sarraj sia per motivazioni di fratellanza musulmana sia per gli indiretti ma tangibili benefici sulle contestate prospezioni energetiche nel Mediterraneo orientale, figlie anch’esse dell’irrisolta questione cipriota.

Il Mediterraneo

Con le oscure prospettive della crisi economica, pesantemente aggravata dalla pandemia virale in atto, Erdogan sa di poter riprendere terreno solo nel campo della politica estera e del ruolo internazionale della Turchia: un punto su cui tutta l’opinione pubblica del suo Paese è particolarmente sensibile. Attualmente, parzialmente tamponata la questione siriana, spicca quella libica in cui la Turchia si inserisce per non correre il rischio di diventare l’anello debole del Mediterraneo, un mare che le è diventato stretto sotto la pressione dell’asse antiturco che vi si sta delineando ad est tra Grecia, Cipro, Egitto, Israele e Giordania e la cui prima realizzazione concreta è l’intesa sul gasdotto EastMed. In questa situazione, Ankara ha bisogno della Russia, anche a fronte del disimpegno americano, dell’inconsistenza della politica estera europea e del tramonto di quella italiana. Così come ha avuto bisogno della Russia per imporre il cessate il fuoco ai due contendenti libici e forzare la mano alla Germania fino alla conferenza di Berlino del 19 gennaio scorso da cui è scaturito l’embargo sull’arrivo di nuove armi, già rilevatosi scarsamente efficace, e un’ipotesi di soluzione politica del conflitto tutta da verificare.

Il recente insorgere della pandemia tende del resto a produrre effetti opposti sulla politica turca in Siria e in Libia. Limiterà le sue operazioni in Siria, dove Ankara ha ammassato molte truppe al confine con il rischio del contagio, mentre avrà maggiore mano libera in Libia dove mantiene un relativamente piccolo contingente e i droni fanno la differenza, minimizzando i rischi epidemici.

I nodi tornano sempre al pettine. Quando abbiamo chiuso la porta in faccia alla Turchia avremmo dovuto aspettarci che essa trovasse un’alternativa, e l’ha trovata nella Russia, sia in Medio Oriente – a seguito del conflitto siriano – sia nel Mediterraneo – a seguito del conflitto libico. Essa è peraltro è quanto mai precaria, sia per la sperimentata volubilità di Erdogan che per l’ambiguità di Putin che, soprattutto in Libia, agisce contemporaneamente da incendiario e da pompiere. Ma la storia insegna che a volte il precario finisce col diventare stabile. Sta a noi attivarci con la Turchia per non renderlo tale.

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di giugno/luglio di eastwest.

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@carlo_marsili

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