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Turchia, la rivincita del Jinn

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Turchia: Santa Sofia è stata riconvertita in moschea. Il Consiglio di Stato si piega al volere del Sultano e dichiara che la moschea è ancora proprietà di Mehmet il Conquistatore. All’interno podcast di Giuseppe Scognamiglio

Turchia: Santa Sofia è stata riconvertita in moschea. I musulmani si riuniscono per le preghiere serali di fronte alla moschea di Santa Sofia, dopo la decisione del tribunale che apre la strada per la sua riconversione da museo a moschea, a Istanbul, Turchia, 10 luglio 2020. REUTERS/Murad Sezer

I musulmani si riuniscono per le preghiere serali di fronte alla moschea di Santa Sofia, dopo la decisione del tribunale che apre la strada per la sua riconversione da museo a moschea, a Istanbul, Turchia, 10 luglio 2020. REUTERS/Murad Sezer

Istanbul non ha un simbolo, non vi è in questa città una Tour, un Bridge o una Statue che la identifichi. Come il popolo che la abita ha mille volti, Istanbul ha mille simboli: la Torre Galata, che racconta degli accordi commerciali che l’hanno resa cuore del Mediterraneo; i ponti sul Bosforo, che collegano Europa e Asia; le statue di Atatürk, disseminate ovunque, che ricordano chi e su quali principi ha fondato la Repubblica. Tuttavia, chiunque viaggi verso Istanbul non può fare a meno di visitare Ayasofya.

Basilica bizantina dedicata alla Santa Saggezza (Hagia Sophia) e costruita (532-537) per volere di Giustiniano sulle spoglie di precedenti chiese, saccheggiata e profanata dai Latini della Quarta Crociata, alla conquista ottomana di Costantinopoli nel 1453 divenne proprietà del Sultano Mehmet, il Conquistatore che ne affidò la gestione a una fondazione religiosa e ne ordinò l’immediata conversione all’Islam. Si racconta che per rispettare questa decisione del Conquistatore, un Jinn, facendo forza sulle colonne della Basilica (tanto che l’impronta del suo dito è ancora visibile ai turisti odierni), ne cambiò l’orientamento sull’asse terrestre, affinché potesse essere rivolta verso la Mecca.

Da quel giorno e per quasi cinque secoli, la Moschea di Ayasofya è stata il luogo in cui celebrare le vittorie dei Sultani e seppellire principi. Alla manutenzione della Moschea dedicarono la loro opera il grande architetto Sinan (durante il regno di Selim II), ma anche l’italiano Fossati che, oltre a realizzare un importante consolidamento, alla metà dell’Ottocento protesse con un’intonacatura i restanti mosaici dell’epoca bizantina. Alla fine dell’Impero, i kemalisti scelsero per Ayasofya una nuova destinazione d’uso e, con un decreto del 1934, la consegnarono alla storia come un museo in cui ammirare una fusione unica al mondo fra la Cristianità e l’Islam. Riconoscendo questa unicità, nel 1985 l’Unesco l’ha infatti inserita nella lista del Patrimonio Mondiale dell’Umanità.

La conversione in museo, tuttavia, è sempre stata controversa. Se il Patriarcato ortodosso ha spesso ricordato che quella è la sua sede originaria, nella visita del 2006, Papa Benedetto XVI ha scelto di utilizzare la sala di preghiera disponibile a questo scopo per i fedeli di qualunque religione. Molti musulmani, inoltre, hanno chiesto con insistenza il ritorno alla destinazione d’uso d’epoca ottomana, sostenendo che la scelta di Atatürk fosse stata dettata dalla sola volontà di compiacere l’Occidente in quel determinato periodo storico e arrivando a mettere in dubbio l’autenticità della sua firma sul decreto del 1934. Nei fatti, la riconversione in moschea è avvenuta gradualmente. Dapprima, sono state nuovamente convertite in moschea le omonime strutture di Trabzon e Izmir, poi dal 2013 i minareti di Ayasofya in Istanbul hanno cominciato a chiamare alla preghiera due volte al giorno. A questi eventi si è intrecciata una vicenda giuridica surreale.

Nonostante avesse già dichiarato infondata la richiesta di annullare il decreto del 1934 contenuta in una petizione avanzata nel 2005 da una associazione locale, il 2 luglio 2020 il Consiglio di Stato ha deciso di esaminare nuovamente la petizione, ripresentata nel 2016, a seguito della dichiarazione di irricevibilità per incompetenza da parte della Corte costituzionale del 2018. Così, il 10 luglio, il Consiglio di Stato ha stabilito che la struttura è ancora sottoposta al mandato con cui Mehmet il Conquistatore l’aveva affidata a scopo di culto alla fondazione religiosa, invalidando così il decreto del 1934. Nelle more della decisione, non sono mancate pressioni politiche da parte degli esponenti del Governo, che hanno sempre considerato la pronuncia dell’alta corte amministrativa come un mero passaggio procedurale e hanno più volte ribadito la volontà di tenere quanto prima la preghiera nella rinnovata Moschea di Ayasofya.

A conferma di ciò, solo poche ore dopo la pronuncia del Consiglio di Stato, il Presidente Erdogan, che in spregio alla legge aveva già declamato versi del Corano in Ayasofya nel 2018, ha emesso un nuovo decreto con cui si trasferisce la gestione della struttura dal Ministero della Cultura e del Turismo al Diyanet, il Ministero degli Affari Religiosi, e si consente il culto islamico al suo interno. In una dichiarazione resa nella serata del 10 luglio, infine, il Presidente ha detto che il pieno ritorno di Ayasofya alla funzione di moschea è un primo passo che prelude a una simile sorte auspicata per la moschea di Al-Aqsa, e che ogni critica verso la decisione del Consiglio di Stato e il decreto presidenziale sarà accolta come un affronto alla sovranità turca. Allo stesso tempo, Erdogan ha ribadito che la scelta di ricominciare quanto prima la pratica del culto in Ayasofya non esclude l’ingresso dei turisti.

Le modalità di questo ingresso restano ancora da chiarire, così come la possibilità che, in conformità con quanto accade con la dirimpettaia Moschea di Sultan Ahmet (nota anche come Moschea Blu), la conversione di Ayasofya in moschea comporti la rinuncia agli ingenti introiti che il museo attualmente assicura. Intanto, l’Unesco ha espresso la propria preoccupazione, soprattutto perché ancora non è chiaro come si procederà a coprire i mosaici bizantini duranti la pratica del culto.

In verità, la scelta di Erdogan ha sollevato critiche anche a livello politico. Il Patriarca di Costantinopoli ha evidenziato come questa evoluzione possa creare nuovi motivi di tensione tra cristiani e musulmani nel mondo, mentre la Ministra della Cultura greca non ha esitato a definirla come una vera e propria provocazione. Se questa mossa ha sicuramente contribuito a rendere ulteriormente critica la posizione della Turchia nello scenario internazionale, i vantaggi a livello interno sono ancora da comprendere. Forse, si è trattato di un controverso passo per rilanciare il Paese nel ruolo di guida della comunità islamica internazionale, ovvero di un tentativo maldestro dell’Akp di rinsaldare i legami con una base elettorale che i sondaggi danno sempre più come transfuga verso altre formazioni politiche.

Resta da chiarire che la riconversione in moschea di Ayasofya, pur fortemente voluta dal partito al potere, aveva in realtà il placet anche di altri partiti. Il leader del Movimento Nazionalista (Mhp), Devlet Bahçeli, ha infatti espresso il proprio plauso per la decisione del Consiglio di Stato così come hanno fatto il capogruppo dello Iyi Parti, Müsavat Dervişoğlu e il leader del Partito della Felicità, Temel Karamollaoğlu. Vaghi richiami alla necessità che la nuova destinazione d’uso non danneggi il patrimonio culturale che Ayasofya rappresenta sono invece venuti dalle fila del Partito Repubblicano del Popolo (Chp) e del Partito Democratico del Popolo (Dhp).

Mentre tutto questo accadeva, dinanzi alla Moschea di Ayasofya centinaia di fedeli ripetevano “Allahu Akbar” (Allah è grande). Forse, in questa occasione, il Jinn ha scelto la via del diritto per (ri)portare all’Islam il tempio della Santa Sapienza.

Scrive Valentina Rita Scotti, Ricercatrice in Diritto Pubblico Comparato, Koç University, Istanbul.

[PODCAST] Sulla decisione di Erdogan di convertire la Basilica di Santa Sofia in moschea si è espresso il Direttore di eastwest, Giuseppe Scognamiglio. A suo parere, la decisione innervosisce il mondo ortodosso (Grecia, Russia) e non ottiene alcun vantaggio, anzi, peggiora le relazioni della Turchia con l’Europa e la Russia. Istanbul non può ormai ambire a riacquisire centralità nel mondo islamico, ed Erdogan – preoccupato per il suo partito, in calo nei sondaggi – non riuscirà certo a riconquistare l’elettorato con gesti simili, seppur di elevata valenza simbolica. Potete ascoltare la puntata intera di oggi (11 luglio 2020) su Rai Radio 3 a questo link.

 

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