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Turkish Graffiti: le rivolte a.T. (avanti Twitter)


Ogni rivolta che si rispetti passa attraverso i muri. Non solo in senso metaforico, ma anche, e soprattutto, in quello letterale.

Ogni rivolta che si rispetti passa attraverso i muri. Non solo in senso metaforico, ma anche, e soprattutto, in quello letterale.

 

Dalla street art di cui sono ancora ricchi i resti del Muro di Berlino ai murales di Piazza Syntagma e Tahrir, fino ai “walls” di Facebook – che noi italiani conosciamo con il nome di bacheca, termine in realtà tradotto con la parola “muro” nelle principali lingue del più potente social network – i muri delle più sofferte capitali del mondo sono sempre stati testimoni involontari della Storia e del cambiamento.

Il termine “muro” per Facebook sembrerebbe essere stato scelto di proposito: è sui muri delle città in rivolta, infatti, che si scrive la Storia, che si cerca di lasciare un messaggio ai posteri con scritte indelebili. Compito che però sembra adesso essere stato affidato ai social network, che tra diari e pagine pubbliche hanno preso il comando delle rivolte civili.

Le bacheche Facebook sono diventate i muri del XXI secolo. Non si fa che parlare di questo, ormai. Ma in questo modo sembriamo aver dimenticato le rivolte stile ‘68 con musica, striscioni e al massimo foto sui giornali, sostituendole con una versione digitale. Piazza Taksim è l’esempio perfetto di un simile shift generazionale: Twitter ha ufficialmente sostituito i media tradizionali, soprattutto quando si tratta di eventi politici che coinvolgono la società civile.

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