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Le ragioni della guerra


Proviamo a spiegare come sia possibile che scoppi una guerra, usando le argomentazioni dello storico greco Tucidide. L'articolo di Giuseppe Scognamiglio pubblicato oggi su La Sicilia

Giuseppe Scognamiglio Giuseppe Scognamiglio
Giuseppe Scognamiglio, nato a Napoli il 16 luglio 1963. Diplomatico, Manager, Giornalista, Professore. Direttore della rivista eastwest

Leggi anche l'intervista di Francesco Anfossi a Giuseppe Scognamiglio su Famiglia Cristiana: "Gli Stati Uniti sono caduti nella trappola di Tucidide".

Mentre i combattimenti in Ucraina si intensificano e cominciano ormai a intaccare anche le città, tristemente, con un inevitabile impatto sui civili, la politica internazionale si interroga su come sia stato possibile arrivare al punto di rottura, senza riuscire a evitarlo prima.

Tra le tante analisi che ho letto in questi giorni, una che mi è sembrata particolarmente centrata è quella frutto di approfondimenti da parte di analisti del Pentagono e politologi di grande reputazione, come Graham Allison e Francis Fukuyama, che viene definita come la “Trappola di Tucidide”.

La cosiddetta "trappola di Tucidide"

È infatti interessante il parallelismo tra le caratteristiche riscontrate dallo storico greco nello scontro fra Sparta e Atene e il dispiegamento a intermittenza dell’egemonismo statunitense, che ha portato negli ultimi venti anni a una competizione crescente con Cina e Russia. Tre sono i fattori che rendono inevitabile la contrapposizione, secondo Tucidide: interessipaura e onore.

Sono esattamente le cause della guerra di Putin e, al tempo stesso, spiegano perché il confronto con Pechino non si evolve nella stessa direzione.

Gli interessi, scrive Tucidide, riguardano la sovranità di uno Stato nell’agire libero da ogni coercizione esterna per la sua attività economica e politica. Allorché “l’implacabile espansione di Atene - precisa l’autore de La guerra del Peloponneso - cominciò a intaccare addirittura il loro sistema di alleanze, gli spartani, ritenendo intollerabile talecircostanza, mossero a guerra”.

L’assonanza con quanto denunciato da Putin è chiarissima: c’è stato certamente un errore americano nell’ignorare la sensibilità di un Paese che, fino al 2011, era nel G8, così come vanno tenute presenti le esigenze di un regime autoritario a nutrirsi di pericoli. E i

precedenti in Georgia e in Crimea avrebbero dovuto fungere da monito.

La paura e l’onore si riferiscono, da un lato, alla fretta di Washington di chiudere la partita con l’ex Unione Sovietica il più rapidamente possibile, dall’altro, alla leadership russa a non farsi schiacciare sugli Urali, timore storico fin dai tempi degli Zar.

I futuri scenari possibili

Cosa accadrà ora? Difficile fare previsioni, dal momento che le categorie razionali, che abbiamo provato a sintetizzare, spiegano solo una parte del problema. C’è anche una dimensione umana, infatti, da tenere conto: quella di un uomo al potere da 23 anni e alla soglia dei settanta. Quindi, non più lucido come una volta e soprattutto con una prospettiva limitata, che lo porta verosimilmente ad accelerare le soluzioni ai disagi che abbiamo elencato.

Difficile anche fare previsioni sulla capacità di resistenza degli ucraini e sulla volontà dei russi di restare impigliati in una guerra di quartiere. Si può prefigurare un accordo che instauri un Governo filorusso a Kiev e un’annessione del Donbass a Mosca.

Dal punto di vista geopolitico, la partnership con la Cina, suggellata alle Olimpiadi invernali di Pechino, è un effetto indiretto e certamente non desiderato del riassetto di alleanze che vede Washington protagonista schizofrenica.

E l’Unione europea? Ancora una volta, come in tutte le crisi gravi, Bruxelles sembra inadeguata, senza quella struttura federale che fatica ad affermarsi. Non riusciamo a essere interlocutori credibili, se procediamo in ordine sparso. Macron, Scholz e Draghi, pur

autorevolissimi leader nazionali, non rappresentano asset abbastanza consistenti da poter esercitare pressioni decisive. Eppure, l’interscambio commerciale della Russia è per il 40% con l’Unione europea e solo per il 3% con gli Stati Uniti.

Questo significa che l’impatto delle sanzioni allo studio sarà soprattutto sulle nostre imprese, non certo su quelle americane. E allora? Finché non avremo una politica estera comune e una difesa comune, non potremo giocare alcun ruolo nella soluzione e gestione delle crisi. Siamo riusciti a tamponare la pandemia, perché abbiamo accelerato verso l’emissione di eurobond, che ci hanno consentito il Next Generation EU Plan. Se scoppia una guerra in Europa, dobbiamo parlare con una sola e forte voce!

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