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Ue, l’evoluzione di Visegrád


A 31 anni dalla fondazione, oggi il fronte del V4 è spaccato a metà: Repubblica Ceca e Slovacchia si sono stancate di fare il gioco anti-Bruxelles di Ungheria e Polonia

Gabriele Rosana Gabriele Rosana
[BRUXELLES] Giornalista, è capo della redazione Affarinternazionali.it, la rivista dello IAI. Collabora con D e Dlui di La Repubblica, Linkiesta, Il Messaggero e Aspenia.

A 31 anni dalla fondazione, oggi il fronte del V4 è spaccato a metà: Repubblica Ceca e Slovacchia si sono stancate di fare il gioco anti-Bruxelles di Ungheria e Polonia

In un’Europa a più velocità c’è chi corre più degli altri. In che direzione, però, è tutto da vedere. Appena un anno fa il Gruppo di Visegrád (V4), baluardo dell’integrazione euro-atlantica dei tre (poi quattro) Paesi dell’Europa centro-orientale all’indomani della disgregazione dell’ex blocco socialista, celebrava il trentennale dalla fondazione, ricordando le aspirazioni di allora – era il 15 febbraio 1991 − e le sfide di oggi. Non più coeso come un tempo, il blocco che mette insieme Repubblica Ceca, Slovacchia, Polonia e Ungheria sperimenta al suo interno notevoli forze centrifughe che potrebbero innescare una nuova metamorfosi politica nel cuore d’Europa. Dopo aver mutato pelle rispetto alle origini liberaldemocratiche ed essersi accreditato nel dibattito politico Ue degli ultimi anni come fortezza sovranista nel cuore del continente, il V4 è infatti semmai descritto, talvolta pure dagli stessi protagonisti, come un V2+2, a marcare la faglia che si è aperta al suo interno.

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