Un budget senza il botto


Sabato il ministro delle Finanze Arun Jaitley ha presentato in parlamento il budget di governo per il 2015-16, il primo dell'era Modi. Le promesse di mettere le basi per una ripresa vigorosa sono state parzialmente mantenute, in particolare per i tagli alle tasse per chi vuole investire o fare business in India. Ma anche all'educazione.

Sabato il ministro delle Finanze Arun Jaitley ha presentato in parlamento il budget di governo per il 2015-16, il primo dell’era Modi. Le promesse di mettere le basi per una ripresa vigorosa sono state parzialmente mantenute, in particolare per i tagli alle tasse per chi vuole investire o fare business in India. Ma anche all’educazione.

La “legge di stabilità” indiana per il prossimo anno fiscale è stata varata nel solco delle promesse elettorali di Narendra Modi: crescere il più in fretta possibile, facilitare la vita a chi vuole investire nel paese, aumentare il Pil. L’ultimo dato, occorre specificarlo, è frutto di un gioco di prestigio statistico. Il mese scorso il governo aveva di New Delhi aveva introdotto una nuova metodologia per calcolare la crescita del Pil, spostando la base di partenza per valutare la variazione al 2011. In questo modo, Jaitley ha potuto sbandierare alla comunità internazionale una crescita prevista che si attesterebbe, per il prossimo anno, intorno all’8,5 per cento (più della Cina). Un salto enorme, considerando che solo due mesi fa il tasso – calcolato col vecchio metodo – si fermava a un misero 5,3 per cento.

Detto questo, ci sono alcuni passaggi del budget che rispecchiano più di altri la filosofia del governo del Bjp, la ricetta con la quale ha intenzione di far ripartire la locomotiva indiana.

I soldi ricavati dalla tassazione nazionale (sulla quale il prossimo anno, secondo Jaitley, verranno apportate modifiche e semplificazioni) saranno messi sempre più a disposizione degli stati federati, gestiti a livello locale e non dal governo centrale. In cifre, la fetta di torta che gli stati potranno gestirsi con maggiore autonomia sale dal 32 per cento al 42, un primo passo verso una progressiva decentralizzazione delle competenze assistenzialiste del governo indiano. Il modello d’ispirazione dovrebbe portare a una minor influenza dei programmi di welfare federali (dai sussidi per il cibo ai lavori del programma MNREGA), sollevando le casse di New Delhi dall’onere di agire pesantmente nell’ambito del welfare nazionale: in parole povere, si spera che saranno i mercati a migliorare il tenore di vita della popolazione, non la mano santa del governo.

In questo senso, il governo Modi spenderà molto per potenziare le infrastrutture (oltre 10 miliardi di euro) e, in particolare, ha tagliato la tassa sulle rendite delle società (corporate tax) dal 30 al 25 per cento per i prossimi quattro anni, due manovre che dovrebbe incentivare chi vuole fare business in India.

Inoltre, come già suggerito due anni fa dall’amministrazione dell’Indian National Congress, gli aiuti del governo saranno progressivamente erogati direttamente nei conti correnti degli indiani – a seguito della campagna nazionale per l’apertura di libretti bancari in tutto il paese – al posto che fornirli in termini di servizi e beni, nella speranza di arginare gli sprechi e combattere la corruzione.

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