Una lezione universale


Premesso che di Silvio Berlusconi ce n'è uno (e tutti gli altri son nessuno), la condanna a quattro anni confermata ieri dalla Cassazione e la tragicomica reazione delle falangi dell'Esercito di Silvio mi hanno fatto tornare alla mente un episodio indiano di qualche tempo fa.

Premesso che di Silvio Berlusconi ce n’è uno (e tutti gli altri son nessuno), la condanna a quattro anni confermata ieri dalla Cassazione e la tragicomica reazione delle falangi dell’Esercito di Silvio mi hanno fatto tornare alla mente un episodio indiano di qualche tempo fa.

Nel 2011 in India arrivano i primi arresti per il megascandalo passato alla storia indiana col nome di 2G scam. Brevemente: nel 2008 il governo indiano, tramite il Ministero delle Telecomunicazioni, mette all’asta una serie di licenze per operare servizi di telefonia mobile sul territorio nazionale; una gara d’appalto alla quale partecipano i big delle telecomunicazioni indiane, alcuni in joint venture con compagnie straniere.

Al tempo il mercato della telefonia mobile era una prateria vergine, un Far West dell’imprenditoria pronto ad essere preso d’assalto nella frenesia della modernità di un telefono a portata di mano che non solo metteva in connessione con gli altri, ma anche con la Rete. Parlo per esperienza personale: connettersi a internet via cellulare da una baita ai piedi dell’Himalaya o – quasi giornalmente – in mezzo alla vegetazione selvaggia del Bengala occidentale, è un prodigio della tecnologia che si apprezza solo tornati nel mondo moderno.

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