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Una storia sbagliata


Se il prezzo del petrolio sostituisce la politica estera e l'impresa globale diventa il garante della democrazia, il terrorismo si organizza per rovesciare il sistema.

Se il prezzo del petrolio sostituisce la politica estera e l’impresa globale diventa il garante della democrazia, il terrorismo si organizza per rovesciare il sistema.

 

Il prezzo del petrolio non è mai quello giusto, come non lo è quello della pace, del nostro benessere o dei nostri valori. Ce ne accorgiamo, ogni tanto, quando una dolorosa striscia di sangue sull’asfalto di Parigi ci fa risvegliare come sonnambuli e strizzando gli occhi in preda alle vertigini tentiamo di mettere a fuoco la realtà. Ci rendiamo conto di avere fatto scelte sbagliate, di avere contribuito al disordine mondiale, di avere alleati ambigui e che difendono non la nostra ma la loro stessa sopravvivenza.

Se poi il nemico è subdolo e imprevedibile come il terrorismo si insinua anche la paura, che dobbiamo esorcizzare trovando un nemico da combattere. Siamo moralisti, militaristi e pacifisti allo stesso tempo. Ma per qualche giorno l’impotenza lascia il posto a un’atmosfera di unanimità molto simile a quella delle famiglie in crisi davanti al lutto. Per poi tornare, business as usual, a litigare, a dividerci, a tentare di prevalere sugli altri congratulandoci con noi stessi della nostra consapevole astuzia.

L’Europa oggi ha più paura della Jihad islamica che non del conflitto in Ucraina, così come durante la guerra dei Balcani poteva tollerare 200mila morti alle porte di casa senza fare nulla. 

I caschi blu dell’Onu olandesi in una calda estate del 1995 brindarono a Srebrenica con il generale serbo Ratko Mladić mentre si preparava a massacrare sotto i loro occhi oltre 7mila musulmani bosniaci. Nessuno mosse un dito fino a quando gli Americani decisero di intervenire. Vale la pena ricordare che l’Unione europea, 28 eterogenei Paesi, aspetta ancora una politica estera e di difesa comune proprio mentre gli stati sovrani non controllano più il gioco, sfidati dalla finanza, da imprese globali che producono le loro norme (Internet) e da attori che nei momenti e con le armi più imprevedibili possono attaccare e rovesciare il sistema.

Questo è oggi sostanzialmente il mondo in cui l’Occidente europeo galleggia all’inizio del 2015. Non ci sono più regole, non ci sono più previsioni attendibili. Il petrolio è un esempio, tra i tanti. Basta riaprire gli archivi dello scorso anno: l’Agenzia internazionale dell’energia aveva previsto un aumento della domanda pari a 1,3 milioni di barili al giorno. Una stima condivisa dagli addetti ai lavori secondo i quali il prezzo sarebbe rimasto “stabile, come negli ultimi cinque anni”.

Mentre l’Europa marciava per la strage a Charlie Hebdo il petrolio scendeva ai minimi da sei anni, perdendo il 45% del suo valore. Ma crollavano anche i prezzi di altre materie prime, il rame, il caffè e persino il succo d’arancia. Neppure le vitamine d’inverno attirano più. Dobbiamo essere contenti oppure anche questa è una storia sbagliata?

Tutto è partito con la decisione dell’Arabia Saudita di non diminuire la produzione all’Opec. Una mossa che probabilmente aveva come motivazione principale, oltre che catturare quote di mercato, mettere pressione all’economia dell’Iran e della Russia, in accordo con le linee strategiche americane: quale sanzione più efficace e punitiva nei confronti di paesi esportatori di gas e petrolio di un crollo dei prezzi energetici? Il cartello del petrolio ormai è un segnale arrugginito e pericolante piantato in mezzo alla confluenza tra i mercati e gli interessi geopolitici.

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