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ITALIA CHIAMA EUROPA

Ue: fare la storia o subirla?

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L’Unione europea ha tutte le risorse per emergere, oggi forse anche la volontà politica. Per affermarsi, occorre mantenere le giuste distanze tra Usa e Cina

Militari francesi durante una parata. Molti Paesi europei della Nato hanno ridotto i fondi destinati all’Alleanza. Ludovic Marin/Pool via REUTERS

In un mondo trasformato da anni in una corsa per la leadership globale che impegna soltanto due colossi, Usa e Cina, quale è il ruolo – sempre che esso esista! – da destinare a una Unione europea evidenziatasi sino a oggi soprattutto per la sua assenza dalla scena internazionale nei momenti più critici?

La tentazione immediata sarebbe quella di rispondere seccamente “Nessuno”, salvo perdersi poi in lunghe e articolate spiegazioni di come nulla si possa fare senza una politica estera comune e tutto ciò che da essa deriva. Rifugiandosi cioè nella solita musica suonata ormai sino alla nausea per cercare di coprire il fatto che l’Unione avrebbe tutti i mezzi che le servirebbero per emergere, mentre ciò che le manca è unicamente la volontà di farlo.

La leadership dell’Ue in ambito regionale

Per convincersene, basta pensare a ciò che una Ue decisa e solida sarebbe in grado di realizzare anche solo agendo in ambito regionale. Si va dalla stabilizzazione della Libia al termine di una trattativa ove Germania e Italia sarebbero inevitabilmente i principali mediatori, integrata poi dalla garanzia fornita da una forza di peacekeeping europea da schierare sul terreno, a una Conferenza che affronti realmente con tutti i protagonisti il problema di una divisione equa delle grandi risorse del Mar Mediterraneo, ponendo in tal modo fine alle tensioni attualmente in crescita fra Egitto, Libia, Turchia, Cipro, Grecia e tanti altri… noi compresi.

Per non parlare poi di ciò che potrebbe succedere nel nord-est del continente, se una Ue credibile offrisse alla Russia il riconoscimento della annessione della Crimea in cambio della fine della rivolta del Donbass in Ucraina. O in Medio Oriente, qualora l’Unione si facesse mallevadore di un piano di pace più equilibrato di quello presentato recentemente dagli Stati Uniti. O infine in un Libano e in una Siria disperatamente bisognosi di una ricostruzione che sia anche prospettiva di pace futura.

Non è vero che mancano le risorse…

Vi sono però due elementi che frenano qualsiasi progetto in questo senso che vada oltre l’iniziativa personale di qualche Stato membro. Il primo consiste nell’illusione che i meravigliosi decenni di pace che la costruzione europea ci ha donato si identifichino con un traguardo raggiunto in via definitiva, e non siano invece frutto di un precario equilibrio che richiede una costante, costosa e attiva manutenzione per non alterarsi rovinosamente. Il secondo si identifica poi col dubbio di disporre realmente di tutti gli elementi che ci consentirebbero di esercitare un peso diverso in ambito internazionale. Un grave errore, considerato come gli strumenti del potere rimangano anche al giorno d’oggi quelli che l’uomo ha ben individuato sin dall’inizio della sua storia, vale a dire il peso politico/culturale di un soggetto, la sua capacità economica e infine la sua potenza militare.

Si tratta tra l’altro di tre elementi che l’attuale formula ibrida di una Unione in cui non si capisce ancora bene se il Consiglio conti più della Commissione o viceversa potrebbe addirittura contribuire a esaltare, permettendo alla Ue, quando e dove necessario, di muoversi con una geometria variabile, vale a dire sommando di volta in volta al proprio soft e hard power quello di alcuni dei Paesi membri. Per quanto poi riguarda l’economia, il problema dell’Unione e dei suoi membri non è certo quello di non disporre di adeguate risorse. Semmai è quello di impiegarle male, come dimostra l’azione internazionale di amplissimo respiro che riescono a compiere Russia e Turchia con un Pnl nettamente inferiore a quello dell’Italia.

La potenza militare dell’Unione

Più complesso, infine, il discorso della potenza militare, per troppi anni affidata unicamente alla spada americana e allo scudo della Nato, mentre la maggior parte dei Paesi europei dell’Alleanza riduceva in continuazione gli strumenti di difesa nonché i bilanci a essi destinati nella convinzione, di cui il tempo e le circostanze hanno evidenziato i limiti, che in caso di necessità i G.I. americani sarebbero stati disposti a morire per noi per la terza volta. Per fortuna comunque nel settore della potenza militare all’Unione rimangono capacità tecniche e produttive tali da permetterci di mutare in breve tempo il senso dell’ondata, sempre che si riuscisse a superare il disarmo morale di una generazione che negli ultimi tempi si è dimostrata purtroppo bravissima soprattutto nel prendere più che nel dare, scaricando tra l’altro sui propri figli problemi che andrebbero risolti adesso, se non ieri.

Per il momento comunque il punto più importante è che l’Unione riesca rapidamente a rendersi conto di disporre di tutti gli elementi necessari per passare dalla inerzia all’iniziativa. Il rischio altrimenti sarebbe per lei quello di essere coinvolta come un corpo inerte nella disfida in atto fra Stati Uniti e Cina. Entrambi infatti amerebbero molto averla dalla sua parte, ma solo come socio di minoranza o junior partner, mentre nessuno dei due sembra per ora disposto a riconoscerle invece quella condizione di parità che in realtà le spetterebbe. Ciò dovrebbe indurci a seguire lo scontro in atto con attenzione e lucidità, considerandoci come un protagonista autonomo ed evitando di conseguenza di lasciarci incondizionatamente coinvolgere da uno dei due colossi anche se, almeno in partenza, le nostre simpatie andranno di sicuro più al Grande Fratello americano, cui ci legano un legame transatlantico solido e vecchio di decenni nonché una serie di valori pressoché interamente condivisi.

L’Europa tra Usa e Cina

Questo non dovrà però impedirci di respingere con durezza ogni tentativo statunitense di mantenerci divisi in “vecchia e nuova Europa” o di incidere sul nostro benessere con provvedimenti restrittivi di carattere commerciale o finanziario, o di adottare infine altre misure che ostacolino in qualsiasi maniera le prospettive di crescita armonica dell’Unione. In pari tempo però dovremo anche essere capaci di lavorare con la Cina, prima di tutto al grande progetto One Belt, One Road (OBOR) che se ben condotto potrebbe rivelarsi l’occasione del secolo per progredire insieme, ma certo non soltanto a quello.

Anche qui però dovremo sempre ricordarci come Pechino miri essenzialmente al primato globale e come in tale quadro l’OBOR si evidenzi quale una grande strategia politico/economica che esalterebbe unicamente il colosso cinese qualora noi gli permettessimo di accentuare quella divisione che anche egli ha mirato subito a creare fra gli altri aderenti all’iniziativa, e in particolare fra i singoli Paesi dell’Unione.

Presa fra Scilla e Cariddi cosa dovrebbe dunque fare l’Ue per rimanere fra i soggetti che fanno la storia evitando di scivolare definitivamente fra quelli che la subiscono soltanto? Innanzitutto rendersi conto della propria forza e di quali potrebbero essere le possibilità che essa le conferisce in tutti i possibili settori d’azione. Poi, come dice la canzone, rimanere “la bella che sta al verone”, mantenendosi in equilibrio fra i due contendenti, evitando assolutamente di schierarsi con uno di loro e cogliendo ogni occasione favorevole per esprimere una politica autonoma all’altezza dei propri mezzi. Come già detto, è ovvio che noi saremo nel complesso più vicini agli Stati Uniti, e ciò soprattutto nei momenti in cui nello scontro risulteranno coinvolti, come nel caso di quanto sta succedendo a Hong Kong, valori che per noi sono comuni e irrinunciabili.

Sarà essenziale però mantenere sempre quella sostanziale equidistanza che faccia comprendere a tutto il mondo, e prima che a tutti gli altri agli Usa e alla Cina, che l’Ue si considera anche essa in gara per il primato e non è assolutamente disposta ad accettare alcun ruolo secondario.

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di settembre/ottobre di eastwest.

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