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Usa: la Major League Baseball contro le nuove norme sul voto in Georgia

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La MLB ha spostato l’All-Star Game da Atlanta a Denver: la scelta riguarda le leggi elettorali della Georgia, troppo discriminatorie. Il repubblicano McConnell si scaglia contro le imprese

Una partita di baseball a Denver. Ron Chenoy-USA TODAY Sports

La storia a volte fa degli strani giri. Qualche giorno fa la Major League Baseball (MLB), la lega che gestisce il campionato professionistico dello sport dove giocano i giapponesi, i cubani, gli italoamericani e un numero esiguo di atleti afroamericani, ha deciso di spostare il suo All-Star Game annuale da Atlanta a Denver. La scelta non riguarda la logistica o il meteo ma le leggi elettorali della Georgia.

Lo Stato del sud – vinto a sorpresa da Biden dopo uno sforzo da parte di diverse organizzazioni di far crescere la partecipazione al voto delle minoranze lungo molti anni – ha infatti approvato una legge che fa di tutto per rendere faticoso il voto. Le nuove norme, votate da un’Assemblea statale a maggioranza repubblicana, trovano giustificazione nelle grida trumpiane al furto elettorale che, in Georgia come altrove, non c’è stato. Nello Stato del sud, tra l’altro, la maggioranza repubblicana gestisce tutto il processo di voto e tutti i funzionari incaricati di verificarne la bontà hanno più volte spiegato che tutto si è svolto in maniera regolare.

Cosa fanno le nuove norme? Restringono i tempi e complicano la possibilità di votare a distanza, rendono più complicato registrarsi al voto e, ma ci sarebbero altri esempi da fare, rendono un reato distribuire acqua e cibo alle persone in fila al seggio. Dovete sapere che le file ai seggi in genere si creano nelle aree ad alta presenza di afroamericani, che talvolta passano ore ad aspettare.

Le norme sono palesemente discriminatorie e inutili e sono le uniche approvate tra centinaia di leggi simili presentate in quasi tutti gli Stati dell’Unione dal Partito repubblicano per garantire la sicurezza delle elezioni. La ratio per presentarle sono i presunti brogli del 2020 che decine di tribunali sollecitati dal partito repubblicano hanno negato. Il partito di Trump ha chiaro che senza restringere l’accesso al voto rischia di perdere elezioni in serie e corre ai ripari: invece di cambiare linea politica, linguaggio, cambia le regole.

Torniamo al baseball e non solo. Di fronte alla legge della Georgia le multinazionali con sede ad Atlanta hanno protestato. James Quincey, AD e presidente di Coca-Cola, ha espresso il suo disappunto: “Nostro obiettivo è ora quello di sostenere la legislazione federale che protegga l’accesso al voto (…) Abbiamo tutti il dovere di proteggere il diritto di voto di tutti, e continueremo a sostenere ciò che è giusto in Georgia e in tutti gli Stati Uniti”. Parole simili sono venute dall’AD della Delta. Dalla Georgia le proteste di UPS, HomeDepot, il cui boss Ken Langone ha votato Trump nel 2016 e donato milioni ai repubblicani anche nel 2020. Dopo di loro più di 1100 manager (Twitter, Uber, Levi’s, HP) hanno firmato un appello e fatto creare un sito per la promozione del voto con l’obiettivo di una “partecipazione all’80%”. L’idea di questo gruppo sembra essere quella di sostenere la legge federale votata dai democratici alla Camera che semplifica le operazioni di voto, ad esempio rendendo possibile registrarsi per votare nel giorno delle elezioni.

Lo scontro con il Partito repubblicano

Apriti cielo: il Partito repubblicano, campione degli interessi di questi gruppi, favorevole alla partecipazione dell’impresa alla politica attraverso le donazioni illimitate e anonime garantite dalla sentenza della Corte Suprema Citizen United del 2010, ha scatenato l’inferno. Mitch McConnell, che negli ultimi 2 anni ha raccolto 3,6 milioni di dollari in donazioni da imprese, ha diffuso un comunicato nel quale dice: “Il nostro settore privato deve smettere di prendere spunti dal complesso industriale dello sdegno. Gli americani non vogliono che le grandi aziende amplifichino la disinformazione o reagiscano a ogni controversia lanciando messaggi di sinistra. Dalla legge elettorale all’ambientalismo a un’agenda sociale radicale al secondo emendamento (quello delle armi, ndr) parti del settore privato continuano a comportarsi come un governo parallelo. Le corporations subiranno serie conseguenze se si faranno veicolo per le folle di estrema sinistra per dirottare il nostro Paese al di fuori dell’ordine costituzionale… Il mio consiglio ai CEO d’America è di stare fuori dalla politica”. In risposta Patagonia ha annunciato che donerà un milione di dollari per proteggere il diritto di voto in Georgia e invitato altri gruppi a farlo.

Le imprese, insomma, sono il pilastro della società americana se e quando donano fondi in cambio di favori legislativi, ma non se esprimono opinioni. E così il senatore Hawley, quello del pugno chiuso agli assalitori del Congresso il 6 gennaio, twitta che occorrerebbe eliminare i privilegi fiscali della MLB, il suo collega alla Camera Duncan sta scrivendo una legge in materia che due senatori sono pronti a sponsorizzare. Il capo del partito del Texas suggerisce invece di eliminare i bonus fiscali per Microsoft, American Airlines e altri gruppi.

In sala stampa i giornalisti di FoxNews chiedono alla portavoce di Biden, Jen Psaki, come mai MLB si trasferisce in Colorado “dove le leggi elettorali sono molto simili a quelle della Georgia” (falso: in Colorado quasi tutti votano per posta o in anticipo da molto prima del coronavirus).

Lo scontro al quale stiamo assistendo è attorno alle regole democratiche e dopo l’assalto a Capitol Hill e il tentativo di cambiare l’esito del voto nei tribunali, è normale che anche i manager americani, come gli sportivi e molte altre categorie, entrino in questa tenzone. Il Partito repubblicano, usando la carta anti-corporation proprio mentre l’amministrazione Biden propone di alzare le tasse sui profitti delle imprese, rischia di tagliare il ramo sul quale siede, facendosi dei nemici anche tra quelli che sono i suoi naturali alleati.

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L'AUTORE

Martino Mazzonis

Giornalista e ricercatore, è autore di Come cambia l’America (con Mattia Diletti e Mattia Toaldo, 2009) e di Tea party (con Giovanni Borgognone, 2011).
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