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Usa: i repubblicani brancolano nel buio

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Usa: il leader del Senato uscente Mitch McConnell è sotto pressione per la gestione del processo d’impeachment contro l’ex Presidente. Intanto, crescono le voci sul Patriot Party di Trump

Il leader della maggioranza al Senato Mitch McConnell parla ai media a Capitol Hill a Washington, Usa, 30 settembre 2020. REUTERS/Joshua Roberts

Se c’è una caratteristica che contraddistingue la vita interna del Partito repubblicano Usa da quella del democratico è la capacità di compattarsi e remare nella stessa direzione in situazioni di difficoltà o di potere. Lo abbiamo visto con l’opposizione a Obama e con Trump, avversario del partito tutto alle primarie del 2016 e, poi, capo indiscusso.

Con la sconfitta del Presidente uscente e la vittoria di Biden le cose sembrano un po’ cambiate: Bernie Sanders sembra incoraggiato dalle prime mosse del Presidente democratico, mentre i repubblicani brancolano nel buio – e nel buio se le danno di santa ragione. Proviamo a capire come mai partendo dalla notizia di qualche giorno fa secondo la quale il leader del Senato uscente Mitch McConnell (non lo è più dopo la sconfitta per i due seggi della Georgia) starebbe riflettendo sulla possibilità di votare a favore dell’impeachment contro Donald Trump. E se la voce è circolata è perché è lo stesso senatore del Kentucky ad aver autorizzato qualcuno dei suoi a parlare in forma anonima con i media. McConnell ha poi votato una risoluzione del senatore Paul che sostiene che il processo di impeachment non è valido perché è un meccanismo pensato per rimuovere un Presidente (su questo vedremo i costituzionalisti americani fare grandi discussioni).

Ma perché McConnell si comporta così? Perché il suo partito rischia di avere a che fare con Donald Trump o con la sua eredità per gli anni a venire e questo rischia di rendere le tensioni interne tra Ocasio Cortez e gli altri socialisti e l’ala moderata del partito democratico una scampagnata.

Trump: un nuovo partito all’orizzonte?

Mettiamo in fila qualche informazione circolante e qualche fatto. Le informazioni non verificate vengono da “casa Trump”. C’è l’invenzione dell’Ufficio del già Presidente a Mar-a-Lago, con tanto di stemma che richiama quello presidenziale e c’è la frase “ci rivedremo presto in un modo o nell’altro” pronunciata lasciando al Casa Bianca. Due fatti che indicano la volontà di Trump di continuare a esserci. Poi ci sono le voci sulla possibilità che l’ex Presidente fondi il suo MAGA Patriot Party. Un SuperPac (Political action committee indipendente che può raccogliere fondi per finanziare campagne elettorali in forma anonima) con questo nome è nato in questi giorni, ma dalla campagna Trump giurano di non aver nulla a che fare con la persona che ha depositato il nome, il repubblicano della Florida James Davis. Questi spiega: “Noi speriamo che ci segua, ma nostro intento non è distruggere il partito repubblicano, solo incalzare e sfidare quei repubblicani che non lo sostengono”.

I fatti riguardano invece il ritiro del senatore Tom Cotton in Ohio e la candidatura di Sarah Huckabee Sanders, ex portavoce del Presidente, alle primarie per il governatorato dell’Arkansas nel 2022. Huckabee ha un padre importante (nel senso che è un ex governatore dello Stato) e ha impostato la sua campagna come trumpismo allo stato puro. Cotton invece è un moderato che si ritira perché non vede come si possa riuscire a legiferare in un Congresso tanto diviso. Le primarie in Ohio e in Pennsylvania, dove si ritira il senatore Pat Toomey, saranno un bagno di sangue possibile tra trumpiani a ala tradizionale del partito.

Parallelamente il partito dell’Arizona censura la Cindy McCain, il governatore Ducey e l’ex senatore Flake per aver flirtato con i democratici e quello del Wyoming censura Liz Cheney per aver votato l’impeachment. Segnale che in diversi Stati i trumpiani hanno in mano la macchina – che per quanto leggera esiste.

Torniamo a Trump e McConnell. Il senatore è stato un buon alleato del Presidente, ha gestito il Senato in maniera spregiudicata e così facendo ha portato a casa il taglio delle tasse in deficit, giudici federali a non finire e tre seggi alla Corte Suprema. Sulle stravaganze ha taciuto e quando si è trattato di parlare di certificazione del processo elettorale, ha nicchiato (“Tutti hanno diritto a vedere il loro voto contato”, è una presa di posizione da perfetto cerchiobottista). Dopo il voto in Georgia è tutto cambiato. McConnell tende ad avere come principale interesse la conservazione del proprio ruolo e, perdendo i due senatori georgiani, lo ha perso. Poi c’è stato l’assalto al Congresso, che forse ha colpito il senatore perché lo ha messo di fronte alla portata della rivolta trumpiana – che ricordiamolo, quel giorno era anche contro il vice Presidente Mike Pence.

Ora c’è la minaccia di un partito – improbabile per via del sistema elettorale Usa – o comunque di una carica di candidati trumpiani che sfideranno l’ala moderata del partito ovunque. Alle elezioni di mezzo termine, per usare un esempio passato, i repubblicani persero l’Alabama perché candidarono un estremista sostenuto dal Presidente. Il 2022, con i due seggi in Stati tradizionalmente in bilico che si ritirano, rischia di diventare un rebus di difficile soluzione se Trump decidesse di mettersi di traverso, pretendere invece di, semplicemente, animare la propria base e convincerla a votare qualsiasi repubblicano. E allora, non perché preoccupato per la democrazia, ma perché rabbioso per aver perso la leadership, McConnell ha parlato di impeachment. E poi, registrando l’insurrezione nel partito, ha votato contro il primo passo dell’impeachment (che andrà avanti ma verrà bocciato, richiedendo i due terzi dei voti del Senato).

Come si vede la situazione nel partito repubblicano è fluida e molto complicata, specie per i moderati che vedono allungarso l’ombra di Trump sui loro destini.

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L'AUTORE

Martino Mazzonis

Giornalista e ricercatore, è autore di Come cambia l’America (con Mattia Diletti e Mattia Toaldo, 2009) e di Tea party (con Giovanni Borgognone, 2011).
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