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Vaccini in Lombardia: il caso Cremona

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Disorganizzazioni, ritardi, omissioni, medici di famiglia abbandonati a se stessi, case di riposo riempite di malati Covid senza criteri di sicurezza e soprattutto una campagna vaccinale che procede nel caos

Un operatore sanitario in un reparto di terapia intensiva dell’ospedale dell’Oglio Po, a Cremona, Italia. 19 marzo 2020. REUTERS/Flavio Lo Scalzo

Erano 600 le dosi di vaccino a disposizione di Cremona, ma si sono presentati solo in 58 all’hub di CremonaFiere per la somministrazione. No, i no vax non c’entrano. Ancora una volta era un errore relativo alle prenotazioni gestite dalla Regione Lombardia, ovvero da Aria, la società controllata al 100% dall’ente governato da Attilio Fontana e contro la quale si era scagliata ieri persino l’assessora al welfare Letizia Moratti con un tweet di fuoco.

L’inghippo non è nuovo: Aria non è riuscita a mandare numerosi sms di avviso agli utenti che si erano prenotati sulla piattaforma delle Regione. Quando riusciva a mandarli, si trattava di messaggi contradditori e confusi. Se un giorno l’azienda socio-sanitaria territoriale invitava attraverso messaggi WhatsApp la popolazione over 80 e il personale scolastico a recarsi a fare la vaccinazione, l’indomani il messaggio era opposto: nessuno doveva raggiungere la Fiera senza prenotazione. L’Azienda sanitaria territoriale ha poi gestito in prima persona le chiamate, sulla base dei nominativi di chi aveva aderito alla campagna, e alla fine è riuscita comunque a vaccinare oltre 600 cittadini. Soprattutto coloro che si trovavano da quelle parti, come raccomandava il generale Figliuolo, commissario della campagna vaccinale nazionale. E così la Lombardia vanta il primato nella categoria dei “vaccinati per caso”.

In Lombardia sul fronte vaccini stiamo assistendo a scene dell’altro mondo, non certo degne della Regione dell’Expo. Quando sono arrivati i vaccini a Cremona, Giuseppe Papa, sindaco di San Bassano, un comune di duemila anime della provincia, si è precipitato in municipio, ha aperto gli elenchi degli ultraottantenni residenti, è andato a prenderli casa per casa e li ha portati a Cremona su due pulmini messi a disposizione dalla Fondazione Vismara. Ma i disservizi non si contano: gente di Pavia che deve fare i vaccini a Luino, disdette dell’ultimo minuto, chiamate all’ultimo secondo. Il governatore Fontana, furente, ha azzerato i vertici di Aria Spa, che verranno sostituiti con personale delle Poste, ma il caos non è finito. Anche perché ha radici antiche.

Per la Lombardia, infatti, il Covid è stato un problema nel problema. Disorganizzazioni, ritardi, omissioni, medici di famiglia abbandonati a se stessi, case di riposo riempite di malati di Covid senza criteri di sicurezza e una campagna vaccinale che procede a passo di tartaruga. Al 16 marzo erano 332mila i lombardi che hanno ricevuto entrambe le dosi. Uno su 30. Ritmi lentissimi; di questo passo ci vorrebbero sei anni per coprire il resto della popolazione. È il risultato di un sistema che ha puntato sui centri di eccellenza a scapito della medicina territoriale.

Una delle cause del caos organizzativo è stata la riforma (a metà) della sanità del 2015 di Roberto Maroni, nata a sua volta per “correggere” il sistema ospedalocentrico di Roberto Formigoni (condannato per corruzione), che ha governato la Regione per quasi vent’anni. Il risultato è che i principali soggetti delle somministrazioni del siero brancolano nel buio e pochi sanno che cosa devono fare. La disorganizzazione è grande sotto il cielo di Lombardia, così bello quando è bello, la regione locomotiva d’Italia, porta dell’Europa in Italia e porta dell’Italia in Europa. L’esempio che non necessariamente alla potenza produttiva corrisponde il benessere e l’organizzazione del bene più prezioso dei cittadini: la salute.

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L'AUTORE

Francesco Anfossi

Caporedattore di Famiglia Cristiana e responsabile web per lo stesso settimanale.
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