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In Iran la battaglia del velo nasconde una lotta politica interna al regime

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L’obbligo dell’hijab è di nuovo nel mirino delle proteste delle donne iraniane. Ma la questione del velo nasconde anche una lotta interna al regime, che spazia dalle questioni economiche ai diritti civili. Uno scontro da cui dipenderà la tenuta di Rouhani e la stabilità dell’Iran

Mentre il destino dell’Iran-deal, l’accordo sul nucleare siglato nel 2015, è ancora incerto e il presidente statunitense Donald Trump entro metà maggio dovrà decidere se certificare o meno l’intesa, a Teheran il governo guidato dal moderato Hassan Rouhani deve fare i conti con l’opposizione conservatrice e le eterogenee rivendicazioni interne.

Oltre alle questioni economiche che hanno scatenato le proteste di fine dicembre in tutto il Paese, al centro della diatriba tra moderati e riformisti da un lato e ultraconservatori dall’altro, c’è la gestione delle istanze femministe contro l’obbligo del velo, considerato un pilastro della Repubblica islamica. E la battaglia, non certo nuova nella storia della Paese, se analizzata attraverso le parole del potere assume una connotazione fortemente politica e diventa cruciale per l’identità futura del regime..

Tutto è (ri)cominciato il 6 del mese di Dey, il 27 dicembre del calendario gregoriano. Quel giorno, una donna decideva di salire su una centralina elettrica all’angolo di un marciapiede di viale Enghelab, la strada della rivoluzione, e togliersi il velo per poi fissarlo a un bastoncino. Era rimasta immobile, in silenzio, per diversi minuti interrotti da sguardi curiosi e increduli, mentre agitava quel foulard bianco che aveva attaccato al bastoncino a mo’ di bandiera.

È iniziata così l’ultima forma di protesta contro l’hijab obbligatorio nella Repubblica islamica. Poi sono arrivate migliaia di immagini di donne iraniane, soprattutto giovani, senza velo in testa per strada, nei parchi, in metro. Video e foto sono state postate su Telegram e su Youtube. È seguita la risposta della polizia che ha arrestato almeno 29 persone.

Il 4 febbraio – e la tempistica è cruciale – l’ufficio del presidente ha diffuso un report del Centro di Studi Strategici, datato 2015, che rivela numeri non sorprendenti per chi conosce la società iraniana: il 49.2% degli intervistati – sia uomini che donne – è convinto che l’hijab sia una questione personale e il governo non dovrebbe interferire. Lo studio mette a confronto i dati raccolti nel 2006, 2007, 2010 e 2014 e mostra che in otto anni gli iraniani a favore della libera scelta rispetto alla copertura del capo da parte delle donne siano aumentati del 15%.

La cifra politica del gesto di Rouhani è rilevante nei tempi e nelle intenzioni: rappresenta, da un lato, un chiaro segnale per gli oppositori e per i fautori della linea dura contro qualsiasi espressione di dissenso; dall’altro, è anche una mossa di ricerca del consenso dell’elettorato liberale che lo ha votato, prima nel 2013, per poi riconfermarlo nel 2017 alla presidenza. Qualche giorno dopo, l’11 febbraio, nel suo discorso in occasione dell’anniversario della rivoluzione del 1979, Rouhani ha lanciato un invito all’unità di tutte le correnti politiche, vista la rabbia popolare e l’insofferenza delle nuove generazioni, il presidente ha anche fatto appello a tutte le fazioni del regime affinché le persone siano messe a loro agio, suggerendo – ma senza specificarne modalità e obiettivi – anche un referendum.

Provando a riavvolgere il nastro della Storia, è evidente che la gestione delle istanze di piazza e la questione del velo siano solo la punta dell’iceberg di una lotta intestina al regime che spazia dalle questioni economiche ai diritti civili. Dalle dichiarazioni di Rouhani, è altrettanto chiara la ricerca di legittimazione della sua agenda di riforme, nonostante la reticenza e l’aperta opposizione degli ultra-conservatori. È in corso un negoziato politico sulla linea della Repubblica islamica e Rouhani sta cercando di salvare il suo governo.

A inizio gennaio, nel cortocircuito delle proteste anti-sistema e contro l’obbligatorietà del velo, ha detto: «Il problema che stiamo affrontando oggi è il divario tra noi, le autorità, e le generazioni più giovani (…) I giovani vedono il mondo e la vita in modo diverso da noi. La maggior parte della popolazione del Paese è giovane, il che significa che dobbiamo ascoltare i giovani».

Poche settimane prima, presentando il budget annuale aveva denunciato davanti all’intero Parlamento “una mafia finanziaria, retta da chi ostacola il percorso del governo e gestisce la ripartizione dei fondi statali, che sarebbe responsabile della rovina delle vite di milioni di iraniani. L’implicito riferimento era probabilmente rivolto alle fondazioni legate alle Guardie rivoluzionarie, di cui Rouhani sta cercando di limitare il patrimonio finanziario.

Andando ancora indietro nei mesi, quando a giugno 2017 il presidente aveva presentato il suo piano di riforme di stampo neoliberista per attrarre gli investimenti stranieri, la Guida Suprema, Ali Khamenei aveva commentato seccamente: «Il presidente ha menzionato molte cose che devono essere fatte… ma chi deve farle? È lui che deve».

Nonostante Rouhani sia un religioso, uomo figlio del sistema e rivoluzionario della prima ora, le sue dichiarazioni da presidente hanno sempre creato frizione con le frange conservatrici, non solo in materia economica ma anche sulle questioni civili. A maggio 2016 aveva apertamente criticato il dispiegamento massiccio di forze della polizia morale contro il mancato rispetto dei codici di vestiario per le strade delle città iraniane: «Il nostro primo dovere è rispettare la dignità e la personalità delle persone. Dio ha conferito dignità a tutti gli esseri umani e questa dignità precede la religione.

Un anno prima aveva attratto le critiche dei suoi oppositori affermando: «Molte questioni religiose sono solo questioni di fede individuale. La polizia entra in scena solo quando una legge va applicata, chiaramente ed esplicitamente. Per esempio, durante le preghiere di metà giornata, la polizia potrebbe entrare in una banca e dire ai dipendenti che devono interrompere il lavoro per pregare?». Nel 2014 le seguenti parole avevano fatto infuriare Khamenei: «Non possiamo portare le persone in paradiso con la forza (…). Non dovremmo interferire nella vita delle persone a tal punto, nemmeno per compassione: lasciamo che scelgano il loro percorso verso il paradiso».

Dunque, al di là dell’irrefrenabile attrazione dei media occidentali per la riduzione delle storiche e articolate istanze femministe all’ossessiva domanda velo sì o no, all’interno dell’apparato statale della Repubblica islamica, l’hijab, la copertura del corpo femminile e le libertà civili rappresentano un terreno di battaglia ma anche di negoziato politico che non finirà presto e che determinerà la tenuta del governo Rouhani e la stabilità dell’Iran.

 @transit_star

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