Venezuela: cronaca di un disastro annunciato


Nel paese con le maggiori riserve di petrolio al mondo, gli scaffali nei supermercati sono vuoti e la gente ha fame. Il crollo del prezzo del petrolio ha mostrato le disastrose finanze dell’esperimento chavista. Il default potrebbe essere solo questione di tempo.

Nel paese con le maggiori riserve di petrolio al mondo, gli scaffali nei supermercati sono vuoti e la gente ha fame. Il crollo del prezzo del petrolio ha mostrato le disastrose finanze dell’esperimento chavista. Il default potrebbe essere solo questione di tempo.

Le code che “avvolgono” gli isolati sono una scena quotidiana nelle città venezuelane. A Caracas, una donna seduta sotto un albero con un bambino dice che per comprare il latte, lei e il marito si alternano nella coda dalle 4,30 del mattino. Ma il latte è finito. E anche i pannolini. Un’altra si accontenterà di comprare del sapone. Ha un numero. Vuol dire che ha passato il primo controllo per i prodotti razionati.

REUTERS/Carlos Garcia Rawlin

I soldati sono schierati alle porte del supermercato e lungo la coda che attraversa il parcheggio. Le persone sono disciplinate, ma basta un niente e scoppiano: “Ministra, venga a vedere, non c’è carne, non ci sono polli!” I polli non ci sono perché non ci sono soldi per importare i vaccini aviari.

Le casse dello Stato sono vuote. Anni di sussidi perversi, anche per la benzina e la valuta, e una gestione finanziaria asservita alla politica hanno nel tempo ridotto le riserve del paese a soli 20 miliardi di dollari. Non bastano neppure per immaginare di compensare i mancati introiti dovuti al crollo dei prezzi del petrolio in una economia che ne dipende per il 95%.

I dati sulle riserve e quelli economici, come l’inflazione al 56,2%, hanno spinto Moody’s a gennaio a declassare il paese caraibico ancora una volta, considerando quindi possibile un default sul debito. I mercati hanno subito svenduto le obbligazioni e i rendimenti sono schizzati. Il Brasile ha chiesto a Caracas di garantire il prestito di 5 miliardi di dollari con oro. Certi analisti danno un 50% di probabilità di un default nel 2016, ma alcuni economisti venezuelani, come Tamara Herrera, suggeriscono di pensare già a un default ordinato.

Se l’economia era già in ginocchio, ora è a terra. E ha dato da fare per tutto il mese al governo di Nicolas Maduro. Ha cominciato col viaggiare a Qatar e Cina alla ricerca di denaro fresco (con successo ma non risolutivo). Una settimana fa ha varato il nuovo sistema di cambio a tre tassi. Un dollaro vale 6,30 bolivar se s’importano cibo o medicine, 12 per altri prodotti e un tasso determinato dal mercato per il resto. Difatti, però, chi vuole dollari, li otterrà a discrezione delle autorità monetarie secondo ciò che dichiara di voler acquistare. Foreign Policy spiega che con i contatti giusti nella nomenclatura chavista, è possibile acquistare dollari al tasso di 6,30 dichiarando di voler importare un prodotto di base, usarne solo una piccola parte per comprarlo e rivendere il resto al mercato nero, dove 1 dollaro rende 180 bolivar. Il guadagno può arrivare al 2600%.

Il governo ha poi fissato il prezzo dello zucchero a 26,50 bolivar. Ne risulta che ora in Venezuela un chilo di zucchero costa 4 volte più che negli Usa. La differenza tra il prezzo reale e quello imposto dal cambio continua a pagarla, dissanguandosi lo Stato. Alcuni osservatori dicono che il governo mantiene il tasso del 6.3 per tenere buono l’establishment chavista che ne trae grandi benefici.

E qualcun altro deve aver beneficiato dei fondi messi a disposizione per i 958 progetti di strutture sanitarie i cui cantieri non sono mai partiti. Nella giornata mondiale del malato le code negli ospedali cadenti sono apparse più lunghe che mai.

La popolarità del presidente è scesa al 22%, ma ciò implica soprattutto che il governo mantiene la morsa attorno ai critici del regime, all’opposizione e ai mezzi d’informazione più serrata che mai.

A essere un giornalista oggi in Venezuela, o solo a farsi vedere con un microfono o una machina fotografica, si rischiano soprusi da parte della Guardia nazionale e della polizia, quando non si tratta di attacchi fisici. Più di 100 hanno lasciato il paese.

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