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Vicini pragmatici. Cina, Corea del Sud e Giappone alla prova della diplomazia

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Nella settimana della memoria della sconfitta dell’aggressore giapponese — il 3 settembre si è tenuta una parata celebrativa a Pechino — Corea del Sud e Cina sembrano voler mantenere comunque buoni rapporti con il Sol levante.

O forse, non far precipitare totalmente la situazione attuale, che è prodotto di tensioni storiche irrisolte e revival nazional-militaristici.

Ma andiamo con ordine.

Il 3 settembre di quest’anno è stato un giorno speciale per la Cina. In una Pechino blindata, si è celebrata infatti la vittoria sull’aggressore giapponese al termine della Seconda guerra mondiale. 

In piazza Tian’anmen hanno sfilato i gioielli dell’arsenale di Pechino. Come scritto da Simone Pieranni su “il manifesto”, più dell’80 per cento delle apparecchiature militari passate in rassegna dal presidente Xi Jinping è “nuovo di zecca”: dai cacciabombardieri ai missili, la Cina ha mostrato al mondo i propri “muscoli”. 

Una buona fetta dei potenti del mondo — incluso il segretario delle Nazioni Unite Ban Ki-moon e la presidente sudcoreana Park Geun-hye — si è goduta lo spettacolo di oltre 10mila militari al passo nella grande piazza del centro di Pechino, mentre centinaia di migliaia di cinesi ha preferito approfittare del “ponte” andando fuori città. 

Assente — a parte l’ex premier 91enne Tomiichi Murayama — qualsiasi rappresentanza ufficiale giapponese. Il premier Shinzo Abe è trattenuto a Tokyo da impegni parlamentari — entro fine mese, il suo esecutivo si aspetta di trasformare in legge le modifiche alle leggi di sicurezza nazionale e all’atteggiamento difensivo dell’esercito giapponese, una serie di provvedimenti sostenuti dagli stessi Stati Uniti — e di partito — sempre a fine mese Abe sarà con tutta probabilità rieletto al capo del suo partito.   

Ma mentre sul palco di Tian’anmen andava in scena la parata militare contro l’aggressore giapponese, dietro il sipario, diplomatici cinesi e sudcoreani si mettevano d’accordo con il vicino — non sempre piacevole, ma quale vicino lo è? — giapponese. 

Come rivelato dall’agenzia di stampa Kyodo, Pechino, Seul e Tokyo hanno trovato un accordo per riprendere i colloqui trilaterali sospesi nel 2012, anno del raffreddamento delle relazioni del Giappone con Cina — a causa dell’annosa contesa sulle isole Senkaku/Diaoyu — e Corea del Sud – Giappone — in seguito al ritorno al governo del nazionalista Abe, frequentatore del santuario Yasukuni e tra i politici giapponese che almeno una volta nella loro carriera hanno negato l’esistenza delle schiave sessuali (le comfort women) dell’esercito giapponese durante la seconda guerra mondiale — entro novembre di quest’anno. 

Questo anche nonostante le scuse a mezza bocca di Abe in occasione dell’anniversario della resa giapponese il 15 agosto scorso definite “evasive” da Pechino e non del tutto soddisfacenti da parte di Seul. “Il discorso di Abe — ha scritto  Sukjoon Yoon, ex capitano della marina militare sudcoreana e ricercatore del Korean Institute for Maritime Strategy — è stato una scusa diluita, calibrata molto attentamente al fine di dire niente più di quanto non fosse letteralmente innegabile”.

Il summit potrebbe essere un passo verso un nuovo periodo di distensione in una regione che, con una Cina sempre più assertiva, un Giappone che si riarma (con il placet Usa) e la variante nordcoreana, negli ultimi mesi si è fatta sempre più calda. Proprio sul nodo nordcoreano le tre potenze potrebbero trovare linee di cooperazione. C’è poi il nodo economico-finanziario, in un momento complesso per l’economia cinese: i ripetuti crolli delle borse cinesi hanno trascinato in basso le altre piazze asiatiche e, in particolar modo, quella di Tokyo mentre il rallentamento della crescita del Paese di mezzo ha già ripercussioni sui volumi di scambio con Tokyo e Seul (terzo e quarto partner commerciale di Pechino).

Come scritto su East Asia Forum da Tomohiko Satake dell’Istituto nazionale di studi sulla Difesa di Tokyo, riguardo le relazioni Cina-Giappone, nonostante le profonde divergenze sul piano storico-politico, il pragmatismo ha finora avuto la meglio come approccio per mantenere le relazioni relativamente amichevoli evitando scontri di seria entità. Ora che i capi dei due governi di Pechino e Tokyo hanno apparentemente consolidato la propria leadership, continua Satake, le relazioni tra le due principali economie asiatiche possono farsi più strette.

Il pragmatismo avrà ancora una volta la meglio? Di certo la nuova corsa agli armamenti — il ministro della difesa giapponese ha richiesto al governo un aumento del budget per la difesa di quest’anno, che potrebbe diventare il più alto negli ultimi settant’anni, in risposta a un precedente aumento del 10 per cento della spesa cinese nello stesso settore — non fa dormire sonni tranquilli.

@Ondariva

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