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Vogue India per i diritti delle donne? Anche no (e povera Padukone)

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Vogue India, come parte della sua campagna per l’emancipazione femminile inaugurata lo scorso anno per il settimo anniversario della rivista in India, ha pubblicato un video “inspirational” di due minuti e mezzo con protagonista l’attrice di Bollywood Deepika Padukone, che recita un monologo “femminista”. Il video è diventato virale; le critiche, pure.

 

Nel video My Choice compaiono in tutto 99 donne, mentre la voce di Padukone scandisce un monologo pensato per essere una sorta di manifesto della donna emancipata che non deve chiedere mai e riprende nelle proprie mani il destino della propria esistenza, strappandolo da quelle della società patriarcale imperante. Il testo, secondo chi scrive, risulta piuttosto sconnesso, moltissimo fumo e poco arrosto, posizionandosi intorno al minimo sindacale per poter raccontare al pubblico di star combattendo per l’emancipazione femminile in India.

 

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D’altronde, lapalissianamente, non ci si può aspettare molto di più da una campagna simile fatta da Vogue, pubblicazione pensata per una fascia medio-alta per cui i problemi della disparità tra uomo e donna non sono l’inoccupazione seriale delle donne imposta dalla tradizione, gli stipendi più bassi a parità di mansione, la mancanza di uguali opportunità nell’ambiente sia accademico che lavorativo. Infatti sono tutti temi che My Choice non tocca, preferendo una battaglia sulla libertà di amare chi si vuole, quando si vuole, per quanto si vuole, se sposarsi o non sposarsi, quando tornare a casa (fantastico quel pezzo, “rientrare alle 4 di notte”, lusso che una precentuale minima di PERSONE, figurarsi contando solo le donne).

 

Insomma, come prevedibile il video ha scatenato una marea di critiche e si è iniziato a sparare contro il bersaglio facile, ovvero Deepika Padukone, accusata di prestarsi a questa presa in giro del femminismo militante, di aver fatto un video sessista, di fare la donna impegnata quando invece per campare sculetta nei video sexy dei blockbuster di Bollywood e cosa ne sa lei dell’emancipazione femminile e della lotta o, peggio, di aver sfruttato un tema delicato come i diritti delle donne per fare pubblicità a lei e alla rivista.

 

Qui tendenzialmente siamo d’accordo col merito delle critiche linkate sopra, ma occorre spezzare una lancia a favore di Padukone, che viste le dichiarazioni rilasciate qualche tempo fa quando si è dovuta difendere dalle insinuazioni sessiste della stampa indiana, ha dimostrato di avere delle opinioni piuttosto chiare e rispettabili circa la propria posizione nella società e il ruolo di attrice. Il tenore di quelle dichiarazioni è decisamente più dirompente e “rivoluzionario” del monologo slavato che le hanno messo in bocca a Vogue (e che lei ha accettato di fare, ovviamente).

 

Penso che se qualcosa cambierà in India rispetto alla condizione femminile, sarà necessario che personaggi come Padukone facciano il loro, ovvero che prestino la propria immagine per veicolare contenuti degni. Il problema è che finché i contenuti li facciamo scrivere a Kersi Khambatta, una specie di Moccia indiano a mio modo di vedere COLPEVOLE di aver firmato la sceneggiatura del film Finding Fanny (dove recitava anche Padukone, uno dei peggiori film che abbia visto negli ultimi cinque anni), allora non potremo che aspettarci degli scivoloni del genere.

 

Sempre che qualcuno si aspetti che la lotta per l’emancipazione femminile in India venga vinta grazie ad una campagna di Vogue.

 

 @majunteo

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