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RETROSCENA

Washington: chi era la folla di Capitol Hill e cosa ci faceva lì

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Cosa sappiamo delle migliaia di persone che hanno marciato sul Congresso il 6 gennaio? Da cosa sono state spinte? Le risposte sono molteplici e vale la pena analizzarle

I membri della Guardia Nazionale arrivano a Capitol Hill a Washington, Usa, 11 gennaio 2021. REUTERS/Erin ScottA

I dimenticati d’America oppure dei privilegiati adepti di Trump che non avevano nulla di meglio da fare se non marciare su Washington per difendere il proprio benessere dalla presunta minaccia del socialismo? Su media e social media, specie in Italia, la discussione su chi fossero e chi rappresentassero le migliaia di persone che hanno marciato sul Congresso il 6 gennaio divide. Diverse letture di quella folla implicano diverse risposte, che è importante dare perché nell’ultimo decennio forme di politica di estrema destra si sono diffuse in tutto l’Occidente, talvolta sfociando in episodi violenti o di terrorismo.

La verità è che spesso, specie in Italia, sui media compaiono letture preventive, che prescindono dai dati. Il quadro che analisi condotte dai grandi media americani e dalla Associated Press sulle biografie e sui profili social di decine di persone arrestate – e altri elementi che è facile reperire – indicano come i tratti in comune delle persone presenti a Washington non siano lo status economico o la posizione sociale.

Chi sono gli insorti

Una sintesi delle biografie ricostruite dai media Usa ci dice che a Washington DC erano in piazza veterani, poliziotti, piccoli e grandi commercianti, imprenditori dei servizi avanzati, tuttofare, muratori, piloti di aerei in affitto, attori/doppiatori (lo sciamano), baristi, padri disoccupati che vendono mobili prodotti in casa (Adam C. Johnson, l’uomo che sorride con il podio in mano), studentesse immigrate dalla Moldavia divenute giovani leader locali repubblicane. Diversi hanno piccoli e grandi precedenti penali (spesso rissa o violenza domestica) e gli arrestati provengono da almeno 36 Stati. Non i minatori disoccupati della West Virginia o gli operai delle fabbriche chiuse dell’Ohio, quelle categorie che dal 2016 sentiamo nominare come coloro che hanno votato Trump – sebbene non sia esattamente così – ma neppure gli imprenditori con jet privato in grado di pagarsi alberghi di lusso, come da alcuni profili emersi in questi giorni sui media.

Naturalmente queste persone hanno qualcosa in comune: sono quasi tutti bianchi, sono molto maschi, non sono particolarmente giovani. Solo in parte si tratta di aderenti a quei gruppi di estrema destra come i Proud Boys o i Boogaloo Bois che però giocano un ruolo fondamentale nel diffondere teorie del complotto online e, anche, a giudicare dai video (ma qui esprimo un’impressione) sono tra coloro che incitano la folla a dirigersi verso il Congresso. Dopo che lo avevano fatto una serie di oratori e il Presidente in persona dal palco della manifestazione. Spesso sono piccoli imprenditori o commercianti locali la cui economia è stata colpita dalle misure restrittive imposte dagli Stati per fermare il coronavirus – ricordiamolo, un episodio simile a quello di Washington era capitato a Lansing, la capitale del Michigan, in protesta contro il lockdown. Una piccola e media borghesia spesso non urbana che si sente minacciata insomma, come minacciati dalla chiusura delle fabbriche sono gli operai dell’Ohio e della West Virginia. Le minacce sono simili: la concorrenza internazionale e delle grandi catene e Big Tech, i centri urbani dinamici, le banche che non fanno credito. Si tratta di figure che percepiscono una perdita di peso e centralità nella società americana, talvolta a ragione, talvolta meno.

Attivismo e paura

Quasi sempre sono persone il cui attivismo cresce negli anni di Trump o in quelli di Obama, il Presidente nero. Un attivismo che è soprattutto online e che si nutre delle fake news e teorie del complotto rilanciate dai social media, dall’universo delle talk radio (decine di milioni di ascoltatori), di Fox News e delle nuove voci televisive pro Trump AON e NewsMax. In questo senso si tratta di un attivismo che somiglia a quello che cresce qui e là tra quelli che negli anni dei trionfi Isis sono i lupi solitari di seconda generazione che hanno compiuto attacchi o li hanno fantasticati venendo reclutati sul web. Persone che alimentano le proprie convinzioni per conto loro, cercando conferme in un ecosistema chiuso. La differenza fondamentale sta nel fatto che gli islamisti usano reclutatori, individuano profili e lo fanno in segreto mentre negli Usa siamo di fronte a informazioni pubbliche e scambi prevalentemente pubblici – a decine si sono autodenunciati postando foto e filmati.

Se è vero dunque che c’è una componente di ansia economica, accentuata dal coronavirus, a spingere le persone a mobilitarsi, le ragioni non sono economiche nel senso più immediato. Semmai, c’è il consenso per l’azione che si può ricercare tra coloro che si sentono dimenticati da Washington da decenni, ma non è un consenso diffuso. Diversi sondaggi sull’impeachment a Trump e l’assalto al Congresso indicano come circa un quinto degli elettori ritenga che la folla fosse composta da “patrioti”, che il Presidente non abbia fatto nulla di male e così via. Se guardiamo ai dettagli, laddove sono disponibili, osserviamo che si tratta soprattutto di maschi bianchi di mezza età, repubblicani e i dati più alti riguardano il nord-ovest, ovvero gli Stati remoti come Idaho, Wyoming, Montana, dove i repubblicani vincono con percentuali bulgare e dove le città, l’immigrazione, le diversità si vedono soprattutto in tv. Percentuali molto più alte ritengono che le elezioni siano state truccate e che la democrazia non sopravvivrà. Uno sguardo pessimista e depresso sul futuro insomma.

Cultura libertaria e razzismo

Cosa determina questa visione negativa e certi comportamenti di disprezzo nei confronti dello Stato e delle istituzioni? Facciamo due ipotesi non originali. La prima riguarda la cultura libertaria che è molto diffusa in generale negli Usa e in particolare negli Stati in questione. Una cultura che rifiuta le regole, disdegna lo Stato, ha il mito della frontiera, crede profondamente nella responsabilità individuale e nel diritto di portare armi. E che spesso si innamora di teorie improbabili. I libertari sono un partito ma sono anche molto presenti nelle file repubblicane; il libertario Ron Paul ottenne risultati sopra il 20% in molti Stati alle primarie del 2012 e i suoi inscenarono una protesta clamorosa alla convention di Tampa. Se nel 2016 il candidato libertario alla presidenza prese circa 4 milioni di voti, nel 2020 quei voti sono andati per tre quarti a Trump.

Il secondo aspetto riguarda il colore della pelle. Le persone che protestano a Washington hanno in mente una storia dell’America parziale, che coincide con la narrazione pubblica di decenni e dalla quale le minoranze sono quasi assenti. Queste persone si sentono l’America e gli americani, coloro che l’hanno costruita e ne sono i legittimi proprietari. Le piccole città industriali del Midwest, le contee agricole che sono state il cuore dell’America profonda si sentono non da oggi minacciate dalle città, dal ruolo e dalla visibilità crescente delle minoranze e se qualcuno racconta loro che tutto questo non avviene perché il mondo cambia ma perché c’è qualcosa sotto, ci credono. Come hanno creduto in percentuali simili a quelle dei sondaggi su Capitol Hill all’idea che Obama fosse un Presidente illegittimo perché non nato in America, una teoria che ha visto in Trump uno dei testimonial più importanti. Questo aspetto di razzismo profondo non può essere sottovalutato e riguarda mille categorie diverse e status socio-economici diversi.

Per concludere, le spinte che portano la gente a Washington il 6 gennaio sono diverse ma hanno radici comuni: l’ansia, il pessimismo, la paura per un futuro diverso dal passato immaginato o realmente vissuto, il razzismo. Non dimentichiamolo, lo stesso giorno in cui il Congresso veniva preso d’assalto, uno Stato del profondo sud storico baluardo repubblicano, la Georgia eleggeva un ebreo, Jon Ossoff, e un nero, Raphael Warnock.

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L'AUTORE

Martino Mazzonis

Giornalista e ricercatore, è autore di Come cambia l’America (con Mattia Diletti e Mattia Toaldo, 2009) e di Tea party (con Giovanni Borgognone, 2011).
GUALA