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We Exist: dalla Siria a Bruxelles il sogno di Obada

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We Exist. Noi esistiamo. «Un giorno ero con un amico nei pressi di Schuman e abbiamo deciso di entrare ad una conferenza che aveva come tema l’integrazione dei rifugiati nel mercato del lavoro ci siamo accorti che si facevano tanti bei discorsi sui rifugiati si parlava di come integrare “quelle persone” senza però delle strategie concrete, tra loro non c’era nessun rifugiato e nessun migrante, così alzai la mano e dissi “quelle persone sono io!” rimasero quasi scioccati nel vedere un rifugiato per di più siriano, quasi mi hanno toccato per credere che fossi vero».

Così, racconta Obada rifugiato siriano di ventidue anni arrivato a Bruxelles nel 2015, è nata l’idea di creare una associazione per l’integrazione dei rifugiati all’interno del mercato del lavoro #WeExist, direttamente gestita da rifugiati e migranti. Associazione che ha preso vita con il contributo di rifugiati siriani e migranti di altri paesi Ue e extra Ue, che cerca di promuovere la cultura siriana e l’integrazione lavorativa dei rifugiati attraverso cene e brunch di cucina siriana organizzate nei ristoranti che mettono a disposizione degli stessi rifugiati i propri locali magari nelle sere di chiusura settimanale. L’obiettivo dell’ associazione è quello di rendere effettiva l’integrazione lavorativa dei rifugiati che devono essere protagonisti di questo processo, dimostrando che è sufficiente una semplice cooperazione come quella che sta avvenendo con alcuni ristoranti e bar di Bruxelles. Sulla pagina facebook si possono trovare le informazioni su tutti gli eventi in programma, come ad esempio lo stand che sarà presente al Gay Pride di Bruxelles e le prossime cene o brunch.

«Appena ho ottenuto lo status di rifugiato a Bruxelles ho iniziato a cercare lavoro. E’ stato molto difficile anche solo per la parola “rifugiato” che risuona come un marchio e nessuno vuole darti lavoro, anche se siamo tutte persone altamente qualificate» Afferma Obada «io però non riuscivo a stare senza far niente, studiavo ingegneria ed ero manager in una fabbrica in Siria lavoravo nel marketing e nel business, ho sempre lavorato».  

Obada, che riprenderà a studiare a Bruxelles Scienze Sociali, da settembre 2016 ha dato avvio a We Exist raggruppando i rifugiati che desideravano lavorare. Adesso il progetto si sta espandendo anche in altri Paesi, ad esempio in Croazia. A collaborare sono in maggioranza rifugiati siriani, ma anche volontari di diversi paesi italiani, francesi, croati e altri ancora, con la speranza di far crescere ed espandere sempre di più il progetto per un’integrazione concreta al di là dei tanti studi e ricerche che hanno i loro tempi ma che a volte hanno bisogno di qualche spinta concreta dal mondo reale.

Con i soldi raccolti dalle cene, i brunch e gli eventi si pagano i trasporti, si comprano prodotti alimentari e le bevande che devono essere sempre di buona qualità per realizzare le cene di autentica cucina siriana e soddisfare chi partecipa. Ma si pensa anche a un progetto di lungo termine: un locale con una cucina che sia anche centro culturale e l’obiettivo di poter assumere rifugiati direttamente. La burocrazia è tanta, lenta, ma Obada e il suo team non demordono e piano piano stanno cercando di ottenere tutti i certificati necessari.

Obada ha ventidue anni, racconta questo progetto con un incredibile entusiasmo e una grande maturità di certo non usuale per un ragazzo così giovane, gli chiedo se sia stato nelle prigioni di Assad in Siria e mi risponde di si per ventitré giorni. Mi chiede se ho un cuore abbastanza forte per mostrarmi le cicatrici, guardo soffrendo infinitamente dentro di me mentre lui sorride, mi rassicura e mi dice: «è normale, sono esperienze della vita possono capitare, ho subito violenze psicologiche e fisiche come molti siriani. ˜Non riesco a stare con ragazzi della mia età ma sempre con gente più grande perché ho vissuto tantissime esperienze, viaggi in mare per cercare di scappare, e forse sono cresciuto tutto insieme».

No, non sono normali quelle cicatrici che non riesco a descrivere, è crudeltà, è dove l’umanità si ferma. 

Noi però quelle cicatrici le dobbiamo guardare, non ci dobbiamo tirare indietro perché davanti agli orrori umani non si può mettere la testa sotto la sabbia. Non possiamo essere complici più di quanto, pur non volendo, purtroppo siamo. Perché questi segni esistono. “We Exist”. 

@IreneGiuntella

 

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