When Barack comes to town (postille)


Nel resoconto del primo giorno e mezzo di visita di Obama qui in India avevo sbrigativamente ipotizzato che, dopo la parata, non sarebbe successo più nulla di rilevante. Mi sbagliavo, ci sono almeno due aggiunte importanti da fare (mai come il completo autoreferenziale di Modi, purtroppo...).

Nel resoconto del primo giorno e mezzo di visita di Obama qui in India avevo sbrigativamente ipotizzato che, dopo la parata, non sarebbe successo più nulla di rilevante. Mi sbagliavo, ci sono almeno due aggiunte importanti da fare (mai come il completo autoreferenziale di Modi, purtroppo…).

 

La prima è di carattere economico. A conclusione del summit tra imprenditori indiani e statunitensi, dopo il discorso pronunciato da Narendra Modi, Obama ha spiegato nel dettaglio le iniziative concrete che dovrebbero incarnare il sostegno Usa alla ripresa indiana.

Sono stati promessi quattro miliardi di dollari in incentivi per l’export americano verso l’India, per le energie rinnovabili (pannelli solari) in India e per aiutare le piccole e medie imprese nel subcontinente.

Le cifre sono state snocciolate da Obama inserendole in un discorso molto “programmatico”. India e Usa possono diventare grandi partner, sostiene il presidente degli Stati Uniti, e c’è un potenziale enorme da sfruttare, considerando che al momento gli scambi tra New Delhi e Washington ammontano alla cifra record di 100 miliardi di dollari. Ma, di fronte a una quasi parità di popolazione, la stessa voce nei confronti della Cina per gli Usa vale cinque volte tanto.

Slegati dal contesto da epopea che ha contrassegnato il racconto della visita indiana degli Obama, quattro miliardi di dollari paiono un po’ pochini, paragonati ai 20 promessi dalla Cina e ai 35 messi sul piatto dal Giappone nei mesi scorsi. Tutto in attesa di capire effettivamente in cosa consista lo sblocco per le joint venture nel settore dell’energia nucleare, al quale facevo riferimento due giorni fa.

La seconda aggiunta è invece di tipo politico e sociale. Ieri mattina Barack Obama, accompagnato dalla moglie Michelle, ha tenuto un discorso davanti a una platea di studenti all’interno del Siri Fort di New Delhi. In quell’occasione Obama ha parlato un po’ più “da Obama”, forse perché davanti ai giovani dà il meglio, più probabilmente perché per una volta ha potuto affrontare l’uditorio senza Modi al proprio fianco.

E quindi ne ha approfittato per lanciarsi in un terreno scivolosissimo, in India: quello della religione.

In un passaggio che si è giustamente guadagnato i titoli di tutti i giornali, Obama ha detto che l’India potrà prosperare se non si dividerà lungo traiettorie religiose: i media hanno ricondotto la frase all’articolo 25 della costituzione, che garantisce la libertà di culto nel paese, interpretandola come un attacco agli “estremismi”.

Ora, considerando i recenti episodi di conversioni forzateghar wapsi – organizzati dalle sigle dell’ultrainduismo, il ruolo della Rss nella politica nazionale, i problemi che l’India ha con la libertà d’espressione e l’attuale governo del Bharatiya Janata Party al potere (con numerosi esponenti, Modi compreso, dal passato e dal presente (?) piuttosto controverso in termini di attivismo all’interno di gruppi paramilitari ultrainduisti), il fatto che Obama abbia pronunciato quelle parole nell’unica occasione in cui non era accompagnato dal premier Narendra Modi mi pare tutto fuori che una casualità.

 

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