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Yemen, la pace provvisoria

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Compiuti i primi passi di una tregua e di un confronto tra Governo e ribelli con l’appoggio delle Nazioni Unite

Le possibilità che in Yemen venga trovata una soluzione al conflitto, che insanguina il Paese dal marzo 2015, crescono al diminuire delle possibilità che una delle fazioni in guerra riesca a ottenere una piena vittoria sulle altre. Così, in modo quasi matematico, si possono forse spiegare i recenti progressi negoziali nelle trattative tra Governo yemenita, sostenuto soprattutto dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti, e i ribelli sciiti Houthi, sostenuti dall’Iran, che occupano vaste aree del Paese e la capitale, Sanaa.

A fine dicembre 2018, in Svezia, ribelli e Governo hanno siglato il cosiddetto “accordo di Stoccolma”. In base a questo è stato stabilito un cessate il fuoco per la città di Hodeida, un porto di 600mila abitanti che rischiava di diventare la prossima “bomba umanitaria” a esplodere in una guerra che ha già creato una devastante crisi per la popolazione civile, con malattie, carestie, bambini scheletrici o spesso già scheletri. La città è stata consegnata dai ribelli alle truppe governative il 30 dicembre. Non solo. Governo e ribelli hanno anche concordato un imponente scambio di prigionieri, che dovrebbe coinvolgere oltre quindicimila combattenti, e l’istituzione di una commissione per discutere il futuro della città di Taiz, la terza più grande del Paese e attualmente contesa tra le due fazioni. Infine l’accordo prevede che ci siano altri round negoziali nelle settimane successive, per cercare di implementare – e possibilmente ampliare – le decisioni prese.

Ancora non è possibile sapere se l’accordo reggerà e se, auspicabilmente, si amplierà. La situazione in Yemen, e in Medio Oriente nel complesso, è meno fluida che negli ultimi anni, ma lo è ancora abbastanza da rendere incerta qualsiasi previsione. Tuttavia, se guardiamo alla situazione che ha generato questo insperato progresso negoziale, sembra sia lecito avere qualche speranza.

L’Iran, che già forniva ai ribelli Houthi un supporto nettamente inferiore di quello dato dall’Arabia Saudita al Governo yemenita − sia in termini militari che diplomatici, considerando che Riad è riuscita a coinvolgere nel conflitto, seppur indirettamente, anche gli Stati Uniti −, è stato indebolito nel corso del 2018 dalla rinnovata aggressività della politica estera americana. L’uscita di Washington dal nuclear deal e il conseguente ritorno delle sanzioni e dell’isolamento internazionale, sono state per Teheran un duro colpo. Allo stesso modo l’attivismo di Israele in Siria, nel colpire obiettivi iraniani o di milizie sciite collegate all’Iran, come ad esempio l’Hezbollah libanese, lascia presagire che se la teocrazia iraniana dovesse commettere qualche errore, Tel Aviv sarebbe pronta ad approfittarne. Sicuramente nella proxy siriana e libanese, e forse non solo. E dalla Siria viene anche un’altra fonte di preoccupazione per gli ayatollah: il ritorno nel Paese delle potenze arabe, di nuovo capeggiate da Riad. Sconfitte militarmente, avendo appoggiato gli insorti siriani spazzati via dall’intervento della Russia e dal tradimento della Turchia, le monarchie del Golfo sembrano intenzionate a vincere la partita economica della ricostruzione siriana, trovando in Assad – che è nel cono d’ombra del Cremlino più che di Teheran ormai – un interlocutore interessato. Sembra insomma che possa essere nell’interesse della repubblica islamica iraniana che il conflitto yemenita entri in una fase di stallo, se non di de-escalation.

Ma se Atene piange, Sparta non ride. L’Arabia Saudita, che è impegnata in una faida oramai decennale con l’Iran per l’egemonia sull’Islam politico e che da quando è salito al potere il principe ereditario Mohammed Bin Salman ha accentuato il proprio interventismo, ha speso moltissimo nella guerra in Yemen. In termini di risorse economiche, di prestigio politico, di sforzo diplomatico, di uomini. Eppure alla vittoria sul campo ora sembra preferire, o quantomeno non voler ostacolare, un accordo. Le ragioni secondo gli esperti sono molteplici, ma raggruppabili in due insiemi. Il primo riguarda le difficoltà militari di Riad: nonostante la sproporzione di risorse, uomini e mezzi, quasi quattro anni di guerra non sono bastati per spazzare via i ribelli sciiti. Alcuni osservatori hanno parlato di “Vietnam saudita”, in riferimento allo Yemen. E per l’attore più forte, non riuscire a vincere è già una sconfitta, tanto più indigesta per un giovane leader come Mohammed Bin Salman che ha bisogno di affermarsi, in patria e all’estero, e di stroncare sul nascere possibili fonti di malcontento.

Il secondo insieme di ragioni per cui i Saud sembrano quantomeno interessati alla possibilità di un dialogo con gli insorti è forse quello più importante, e ha a che fare con il futuro stesso delle relazioni diplomatiche della monarchia saudita, soprattutto con l’Occidente. Dal 2001 in poi, cioè da quando con l’attacco alle Torri Gemelle è esploso il fenomeno del terrorismo islamico sunnita, Riad è sempre più spesso finita nel mirino delle critiche. La versione oscurantista e fanatica dell’Islam che propaganda la monarchia saudita, all’interno del proprio Stato e, tramite una diffusa rete di moschee anche all’estero, è pericolosamente affine a quella dei predicatori di Al Qaeda prima e dell’Isis poi. E un legame anche operativo tra Saud e cellule islamiche estremiste, spesso usate da Riad per i propri fini e non di rado poi sfuggite di mano, risale addirittura ai tempi dell’invasione sovietica dell’Afghanistan e della resistenza dei mujaheddin. Sempre più opinioni pubbliche occidentali, europee soprattutto ma anche quella americana, chiedono ai propri Governi di rivedere la storica alleanza con l’Arabia Saudita. Questo è un pericolo esiziale per i Saud, che fin dalla nascita del loro regno hanno fatto delle buone relazioni – economiche e militari, soprattutto − con l’Occidente un elemento costitutivo. Uscita ammaccata dagli anni dello Stato Islamico (diciamo dal 2014 al 2018) in Siria e Iraq, la reputazione dei Saud stenta a risollevarsi, nonostante gli sforzi di Mohammed Bin Salman di dare un’immagine più moderna, e laica, al regno. Qualche progresso c’era forse stato con le inedite concessioni alla popolazione femminile, ad esempio il poter guidare le macchine, ma l’omicidio Kashoggi ha nuovamente scaraventato Riad in mezzo agli attacchi dei suoi alleati occidentali. La Germania, ad esempio, ha sospeso la vendita di armi alla monarchia saudita e, in generale, gli Stati europei faticano sempre più a giustificare il significativo interscambio economico con un Paese che brutalizza gli oppositori, andando a ucciderli anche all’estero, e che in generale fa scempio dei diritti umani.

Ecco allora che l’esigenza di evitare un tracollo della crisi umanitaria in Yemen per Riad è diventata forse più urgente dell’esigenza di vincere la guerra e punire gli insorti sciiti. Almeno per il momento, con l’Iran in posizione di relativa debolezza. Se i telegiornali occidentali iniziassero a inondare le case dei propri spettatori con immagini di bambini yemeniti moribondi, a causa della guerra condotta da quella stessa Arabia Saudita che già è ritenuta corresponsabile del diffondersi del fanatismo islamico e mandante dell’omicidio Kashoggi, la fiamma di ritorno del malcontento verso l’alleanza con Riad avrebbe proporzioni potenzialmente pericolose. Non tanto nell’immediato, con Donald Trump che da Washington sembra in grado di mettere un coperchio alle spinte critiche nei confronti dell’alleanza coi Saud in nome delle colossali commesse militari che Riad garantisce all’industria bellica americana, quanto negli anni a venire.

Quella dell’Arabia Saudita è infatti una battaglia per la sopravvivenza nel XXI secolo, non solo negli anni Venti. Passato Trump ci sarà un nuovo Presidente con cui avere a che fare e giocare d’anticipo sull’eventualità che il prossimo inquilino della Casa Bianca debba rendere conto a un elettorato più attento ai diritti umani oltre che all’import/export per Mohammed Bin Salman – che vista la giovane età potrebbe, salvo rovesciamenti imprevisti, regnare per molti decenni – è probabilmente la scelta più razionale. Meglio allora per i Saud rallentare, se non fermare, l’escalation di violenze in Yemen e vedere se per via negoziale è possibile raggiungere un compromesso accettabile con gli insorti.

La demilitarizzazione della città portuale di Hodeida e delle aree circostanti potrebbe, se gli sporadici scontri e violazioni della tregua non faranno precipitare la situazione prima, garantire una progressiva normalizzazione della situazione. Gli Houthi potrebbero decidere di restare al tavolo, con la speranza di veder riconosciuto il proprio ruolo (e la propria fetta di potere) in uno Yemen unitario alleato di Riad. A quel punto il rischio rappresentato dall’ingerenza iraniana ai propri confini meridionali sarebbe scongiurato per l’Arabia Saudita.

Specularmente, il rischio è che se questa tregua non reggerà e non porterà anzi altri, e maggiori, frutti, la situazione degeneri. Non solo la crisi umanitaria sarebbe devastante per la popolazione civile e pericolosa per le relazioni diplomatiche presenti e future di Riad. Un riaccendersi delle ostilità rischierebbe di lasciare spazio ad Al Qaeda, che in Yemen è molto forte e radicata nelle zone periferiche – e anche in alcune zone costiere – del Paese, e di eventuali fuggiaschi dell’Isis. E un nuovo santuario – dopo l’Afghanistan dei Talebani, l’Iraq e la Siria del dopo primavere arabe – per il fanatismo islamico sarebbe un problema per tutti: per gli Usa che si vogliono disimpegnare dalla regione, per i Saud che si vedrebbero chiamati in causa nella questione, per lo stesso Iran che – senza la base economica che rappresentava il nuclear deal – faticherebbe ad aiutare gli houthi yemeniti, e per l’Europa, che rischierebbe di pagare di nuovo il prezzo più alto in termini di attentati.

@TommasoCanetta

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di marzo/aprile di eastwest.

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