Il Libico Al Buti all’Aja: Cosa emerge sull’ ”industria della tortura”, il rapporto tra milizie, crimine e governi, e sulla risposta dell’Europa.
L’Aja – Si è tenuta dal 19 al 21 maggio 2026 l’udienza per la conferma delle accuse nei confronti di Khaled Mohamed Ali El Hishri, noto come “Al Buti”, collega di Osama Njeem Almasri nella direzione della milizia Rada (Special Deterrence Force). El Hishri è sospettato di 17 capi d’accusa tra crimini contro l’umanità e crimini di guerra, tra cui tortura, omicidio, stupro, schiavitù e persecuzione. Arrestato dalle autorità tedesche il 16 luglio 2025 e trasferito alla Corte penale Internazionale (CPI) il 1° dicembre 2025, è accusato di avere avuto un ruolo apicale nel sistema di violenze perpetrato nel complesso detentivo di Mitiga.
La Rada, formalmente subordinata al Governo di Tripoli, continua a essere indicata da numerose inchieste e organismi internazionali come coinvolta in attività di sfruttamento, tortura e riduzione in schiavitù di migranti e cittadini libici, fenomeni che costituiscono ormai una componente strutturale dell’economia politica del conflitto libico e che coinvolgono trasversalmente milizie, apparati statali e criminalità organizzata transnazionale.
Nello Scavo, reporter di guerra e inviato di Avvenire, si è recato più volte personalmente in Libia e ne segue da anni le vicende con continuità. Ha inoltre seguito gli sviluppi dell’Udienza dalla sede della CPI, all’Aja.
Nello Scavo, cosa emerge da questa udienza sulla situazione dei diritti umani e sul “sistema Mitiga”?
Premettiamo che il processo potrebbe ingolfarsi ancor prima di partire per ragioni politiche: La Corte sembra intenzionata a convocare esponenti politici di vari paesi europei, che da testimoni potrebbero velocemente diventare imputati, per aver omesso o favorito una serie di reati. Ma a detta di esperti e tecnici presenti all’udienza la conferma delle accuse appare scontata: il sistema Mitiga è stato ricostruito nei dettagli: qui transitano non solo migranti, ma anche cittadini libici dissidenti, avversari politici, attivisti, giornalisti. Sono emerse atrocità sconosciute anche a noi “addetti ai lavori”.
Ad esempio?
Si è delineata la cornice ideologica che circonda la cosiddetta “industria della tortura” all’interno del carcere. Ad esempio, ai migranti subsahariani venivano inflitte mutilazioni con la diretta intenzione di limitarne le capacità riproduttive. È emersa una particolare reticenza a curare le donne malate, poiché ritenute meno utili in una prospettiva di lavoro forzato. Ancora, la Corte parla di “atteggiamento proprietario” della Rada nei confronti dei detenuti, usati e negoziati come merce di scambio. Il peso della milizia nel sistema libico dipende da quante persone “possiede”.
È un caso isolato o può invece parlarsi di “sistema Libia”? Che rapporti intercorrono tra milizie, autorità e criminalità organizzata?
Queste entità non esistono in forma autonoma: spesso parliamo dello stesso gruppo criminale che ha bisogno di un’esposizione pubblica attraverso le milizie, a loro volta affiliate e inglobate nel sistema istituzionale libico. Ad esempio, la Rada è collegata alla compagnia energetica libica, a sua volta legata alla NOC, compagnia petrolifera statale.
E la famigerata guardia costiera libica?
Questa è afferente della marina militare libica, ma è solo uno degli attori. Il mare è anch’esso oggetto di una spartizione camorristica tra varie “polizie marittime”, espressione di altrettante milizie. Spesso i migranti vengono catturati in mare da motovedette semi-anonime e fatti “transitare” per centri di detenzione come quello di Mitiga, rimanendo per mesi sottoposti al rischio di trattamenti di cui dicevamo prima.
Le istituzioni ne sono all’oscuro?
Le istituzioni sono espressione e vittima di questo sistema: non possono fare a meno delle milizie perché garantiscono il controllo del territorio, ma ne cadono talvolta ostaggio in ragione della loro capacità di condizionare equilibri fragilissimi. C’è poi mobilità tra i vari mondi: l’attuale ministro dell’interno Trabelsi, ad esempio, nasce come “predone”, estorcendo il pizzo alle autocisterne dirette in Tunisia, poi passa dai servizi segreti e oggi svolge incontri presso le Nazioni Unite, che anni fa ne chiedevano l’arresto.
Anche in politica internazionale?
Certamente: la proiezione di milizie come la Rada spesso è superiore e autonoma rispetto a quella dei governi. D’altronde la Rada gestisce l’aeroporto internazionale di Tripoli. Comprovati sono i rapporti con sistemi mafiosi e camorristici relativi a traffico di armi e stupefacenti. Di Almasri si sa amministrasse aziende, capitali e patrimoni non solo in paradisi fiscali, ma anche in Turchia e in paesi europei. Lo stesso al Buti, imputato alla Corte, è stato arrestato in Germania perché lì aveva trasferito parte della sua famiglia e acquistato svariate proprietà.
L’Europa ha paura di inasprire i suoi rapporti con la Libia?
Certamente c’è reticenza a fare vere pressioni sulle autorità libiche, proprio perché gestiscono dei dossier fondamentali come quello dei migranti, che vuol dire gestire anche carriere politiche in Europa, e soprattutto la questione energetica. In un momento di caos globale come questo chi ha il petrolio ha una leva enorme.
Per queste ragioni Germania e Italia si sono comportate diversamente? I tedeschi temevano di meno le possibili ritorsioni conseguenti all’arresto?
Non è così. la Germania è a sua volta molto esposta su altre questioni. In primis penso ai profughi siriani, ai profughi afghani. Questo arresto crea un precedente, e ci sono paesi che preferirebbero non vedere i libici davanti alla Corte Penale Internazionale e che potrebbero rivalersi sulla Germania con altri strumenti legati ad altre rotte migratorie.
C’è poi un dettaglio poco noto: dopo Gheddafi, il sistema bancario libico è stato escluso dai circuiti finanziari globali. A guidarne la riconnessione è stata soprattutto la Banca Centrale tedesca. Un motivo in più per cui Berlino aveva tutto l’interesse a non compromettere la stabilizzazione della Libia.
E dunque cosa ha fatto la differenza?
La Germania, da Norimberga in poi, ha costruito una tradizione di rigorosa cooperazione con le istituzioni internazionali, e la Corte penale internazionale non fa eccezione. È anche la dimostrazione dell’autonomia che il sistema giudiziario tedesco continua a mantenere rispetto alle convenienze della politica.
E la risposta europea è più tedesca o più italiana?
In Europa la tendenza prevalente è quella della normalizzazione. Ma troppo spesso si tratta di una normalizzazione al ribasso. E quando parliamo di Europa, parliamo anche degli strumenti di cui si è dotata, come Frontex. Oggi il suo ex direttore Fabrice Leggeri è indagato per complicità in crimini contro l’umanità. Saranno i giudici francesi a stabilirne le responsabilità, ma è difficile immaginare che decisioni di tale portata possano essere maturate nel vuoto, senza quantomeno una forma di copertura politica.
Se la politica non vuole accendere i riflettori sulla Libia, chi può farlo?
Quest’udienza è il risultato del sacrificio di molte persone: in primis delle vittime, che, pur rifugiate in paesi europei, non sono al riparo da ripercussioni e hanno partecipato riportando le memorie più dolorose, fino a venire all’Aja per guardare in faccia l’uomo che avevano visto solo in divisa, maneggiando arnesi da tortura. E poi i giornalisti e i reporter, che con le loro inchieste hanno avuto, come riconosciuto dall’ufficio del procuratore dell’Aja, un ruolo decisivo nell’avvio delle indagini e nella ricostruzione dei fatti, spesso al prezzo di minacce, intercettazioni e limitazioni della libertà personale. Queste categorie sono oggi in prima linea per la lotta contro l’impunità.
Nello Scavo vive sotto protezione dal 2019 a causa delle minacce ricevute per le sue inchieste sui traffici di esseri umani e sulle reti criminali libiche.
L’esito dell’udienza di conferma delle accuse per il caso El Hishri sarà noto all’inizio di luglio.
In Libia, su una popolazione di 7 milioni di abitanti, sono presenti 900.000 migranti. Nel 2025, dall’area di Tripoli, 56.467 persone hanno attraversato il mediterraneo raggiungendo il Sud Italia. Secondo l’IOM, nel 2025, sono stati 27.116 i migranti intercettati in mare e riportati in Libia, +24% rispetto all’anno precedente. Si contano 1314 morti e dispersi.

