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La “neutralità attiva” dell’Europa: al Consiglio Europeo si è stretti tra due fuochi

Reagire alla guerra senza entrarci: non è, onestamente, un compito facile per il Consiglio Europeo, chiamato a fronteggiare le conseguenze del conflitto in Medio Oriente.

Al di là delle misure economiche, su cui persistono profonde divergenze e asimmetrie interne, l’Europa è chiamata a definire una posizione diplomatica su una scacchiera che riduce progressivamente i margini di neutralità, tanto a livello globale quanto all’interno dell’alleanza atlantica.

Gli Stati Uniti hanno ufficialmente richiesto agli alleati di partecipare a una missione di riapertura forzata dello Stretto di Hormuz. Ciò significherebbe, in concreto, entrare con unità militari in un passaggio altamente esposto, dove il personale sarebbe vulnerabile a mine, barchini esplosivi e droni, minacce ben note alle intelligence occidentali. Una missione tanto rischiosa che lo stesso Donald Trump si è guardato dal presentarla all’opinione pubblica senza prima cercare il sostegno di una coalizione ampia.

L’Europa, che nelle fasi iniziali del conflitto che immaginava fulmineo, si era compattata attorno alla linea di totale non coinvolgimento promossa dalla Spagna, si trova oggi a fare i conti con le conseguenze destabilizzanti di un blocco prolungato dello stretto. La riapertura di Hormuz diventa così una questione vitale anche per il continente europeo, che sta già registrando perdite in termini di PIL.

Da Bruxelles emergono quindi due documenti. Il primo, la bozza di conclusioni del Consiglio del 19 marzo, ribadisce una posizione di sostanziale neutralità, invitando tutte le parti a ridurre le tensioni e a esercitare la massima moderazione. Include inoltre una richiesta di moratoria sugli attacchi alle infrastrutture energetiche, rivolta sia all’Iran sia a Israele, dopo che quest’ultimo ha colpito un importante giacimento di gas condiviso con il Qatar.

Il secondo documento, firmato da Italia, Francia, Paesi Bassi, Germania, Giappone, Canada e Regno Unito, lascia intravedere una cauta apertura verso Washington, dichiarando i Paesi “pronti a contribuire con sforzi appropriati ad assicurare il passaggio sicuro attraverso lo stretto”. Un tentativo di mantenere aperto uno spazio di cooperazione con gli Stati Uniti.

Di fronte alla prospettiva di un coinvolgimento diretto, tuttavia, le capitali europee riformulano la propria posizione con condizioni stringenti: “solo dopo una tregua”, per la Germania; “solo in chiave difensiva”, per la Francia; “sotto mandato ONU”, per l’Italia.

Nel complesso, mettendo a sistema i due documenti, sembra emergere una linea chiara: la riapertura dello Stretto di Hormuz è auspicabile, ma non dovrebbe essere guidata dall’Europa. La linea adottata riflette una classica dinamica di free riding: l’idea che gli Stati Uniti, ormai troppo esposti, saranno costretti ad agire comunque per fermare la destabilizzazione — chiudendo il conflitto o riaprendo lo stretto — anche senza il sostegno europeo. Di conseguenza, per l’Europa, non intervenire diventa la scelta più conveniente.

Rocco Forcellino (Roma) analista e Project Manager presso Eastwest European Institute.

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