Il 5 dicembre la Germania è stata teatro di grandi manifestazioni studentesche contro la riforma dell’esercito, che prevede la riattivazione del servizio militare.
Anche in Italia e Francia il dibattito sulla leva volontaria è entrato nel vivo del dibattito pubblico. Il Ministro Crosetto, infatti, sta lavorando a un disegno di legge da presentare in Parlamento che punterebbe alla creazione di una riserva militare ausiliaria composta inizialmente da circa 10mila volontari, con l’obiettivo di arrivare a 40mila.
Parallelamente, in Francia, è stata presentata proprio in questi giorni una proposta di servizio militare volontario diretta ai giovani tra i 18 e i 25 anni, che prevede 10 mesi di leva. L’obiettivo di Macron, però, è leggermente diverso, poiché i numeri degli effettivi francesi non sono tanto distanti dagli obiettivi NATO: basta soltanto rinfoltire le file dei riservisti.
Al momento in Europa ci sono paesi con leva obbligatoria (Svezia, Finlandia, Danimarca, Baltici, Grecia, Austria, Croazia), altri che ci pensano (Polonia e Romania) e altri ancora che hanno un servizio su base volontaria (Olanda, Belgio e Bulgaria).
Nel concreto, la riforma tedesca approvata proprio durante le proteste prevede che dal 2027 tutti i ragazzi di sesso maschile dovranno obbligatoriamente rispondere ai questionari e sottoporsi alla visita medica della leva (che rimarrà facoltativa nel 2026), così che lo Stato sappia sempre quanti cittadini sono arruolabili.
Il servizio militare resterebbe comunque su base volontaria ma il ricorso all’obbligatorietà viene comunque previsto in caso di minaccia alla sicurezza del paese, e nel caso in cui i volontari non fossero abbastanza da coprire le esigenze dell’esercito.
L’ampliamento dell’esercito a lungo termine e un rinnovato spirito di servizio al paese sono le ragioni politiche addotte dal Ministro della Difesa tedesco Pistorius per questa riforma. Tuttavia, le motivazioni reali sono essenzialmente due: ansia generale data dal combinato disposto di disimpegno militare statunitense e di una pace ingiusta inflitta all’Ucraina, e sostegno pratico agli investimenti nel campo della difesa.
Il Wall Street Journal, infatti, ha rivelato come esista già un piano tedesco per prepararsi all’eventualità di una guerra con la Russia. L’aumento di truppe e i massicci investimenti in armamenti e infrastrutture puntano proprio a dare sostanza al Operationsplan Deutschland.
I numeri dell’esercito tedesco al momento non corrispondono agli standard della NATO per cui bisognerebbe ampliare l’esercito di circa il 30%. L’idea del governo Merz è di recuperare questo gap in parte con i volontari, offrendo condizioni economiche vantaggiose, e in parte con la coscrizione negli anni a venire. L’aumento di soldati va di pari passo con gli ingenti investimenti in armamenti e infrastrutture. Un rinnovamento è infatti necessario per facilitare lo spostamento delle truppe sul fianco orientale in chiave antirussa.
Una Germania quasi senza debito rispetto agli altri paesi europei (nel 2025 si attesterà intorno al 63,5% del Pil, meno della metà di quello italiano o francese) ha un vasto margine di manovra per attuare politiche fiscali espansive. Politiche fiscali che puntano a riempire il vuoto produttivo lasciato dalle grandi case automobilistiche tedesche con un maggiore supporto all’industria delle armi.
Parrebbe una politica al servizio dell’economia, quando invece dovrebbe essere l’economia al supporto di una classe politica illuminata, capace di traghettare la Germania e gli altri paesi europei verso una rinnovata pax europea, anziché verso una corsa agli armamenti su livello nazionale. La Germania post-riunificazione è sempre stata una nazione non bellica, che non ha mai partecipato a operazioni militari all’estero. Anche la tragica esperienza della Seconda Guerra mondiale ha contribuito a stroncare sul nascere anche solo un’idea di riarmo tedesco.
Resta da chiedersi quindi se più truppe e più armi fungeranno da deterrente, come si spera, per un conflitto con la Russia, oppure se si rischia di finire in un vortice di riarmo impossibile da governare? Certo è che la percezione delle minacce non è la stessa in Europa.
Per evidenti ragioni storiche e geopolitiche non possiamo pretendere che la Spagna e il Portogallo la pensino allo stesso modo di baltici e Polonia sull’eventualità di una guerra con la Russia. Non per questo motivo, però, possiamo rinunciare a ragionare su un approccio comune equilibrato e coordinato a livello europeo.

