Austria, Italia e altri nove governi propongono di fermare le nuove proposte per dodici mesi e di mettere in pratica prima ciò che è già stato approvato. Dietro la richiesta c’è il vecchio dilemma tra innovazione e regolamentazione.
“Un po’ meno conversazione e un po’ più di azione.” Con una citazione di Elvis Presley la ministra austriaca per l’Europa, Claudia Bauer, ha presentato la proposta che più sta facendo discutere a Bruxelles: sospendere per un anno la produzione di nuova legislazione europea. Il documento, anticipato da Politico, è firmato da undici Paesi: Austria, capofila, Italia, Germania, Polonia, Danimarca, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia, Lituania, Portogallo e Ungheria.
L’argomento di fondo, ripetuto da Bauer, è che non si possono presentare nuove proposte quando le regole esistenti non sono state attuate. Il piano è battezzato “un anno di semplificazione”.
Cosa chiede il documento
Le richieste sono tre:
- Test di competitività. Ogni proposta della Commissione dovrebbe essere valutata sulla sua capacità di rafforzare la competitività economica dell’Unione. Solo dopo potrebbe proseguire l’iter.
- Revisione periodica. I nuovi regolamenti sarebbero rivisti ogni cinque anni, per verificarne l’impatto reale.
- Un anno di bilancio. Bruxelles dedicherebbe dodici mesi a fare il punto delle leggi in vigore e a completarne l’attuazione.
I firmatari insistono su un punto: non sarebbe deregolamentazione, ma “un esercizio di profonda pulizia legislativa”. Per la ministra Bauer il problema non sono i pacchetti omnibus della Commissione, che il suo gruppo appoggia “pienamente”, ma il metodo. Una semplificazione che arriva sempre dopo la norma, con un nuovo atto che corregge il precedente, non può diventare la regola. Dovrebbe invece arrivare prima, a monte.
Gli omnibus non bastano
La Commissione ha avviato dal 2025 una serie di pacchetti omnibus per tagliare gli oneri amministrativi: l’obiettivo è ridurre del 25% gli obblighi di rendicontazione per le imprese e del 35% per le Pmi. È la traduzione operativa di una linea nata con il rapporto di Mario Draghi sul futuro della competitività europea, pubblicato nel settembre 2024. Il rapporto indicava nella complessità normativa e nel divario di innovazione con Stati Uniti e Cina due freni alla crescita europea. Altre misure toccano l’AI Act, con un rinvio dell’applicazione delle regole sui sistemi ad alto rischio da agosto 2026 a dicembre 2027, la chimica e la sicurezza alimentare.
La spinta nasce da una richiesta più ampia dell’industria di ridurre gli oneri regolatori e garantire maggiore prevedibilità, resa ancora più urgente dalla crescente pressione competitiva internazionale e dalle tensioni commerciali con gli Stati Uniti.
Attuare prima di legiferare
La proposta intercetta così una domanda più ampia di qualità e prevedibilità della regolazione. Il punto non è soltanto ridurre il numero delle norme, ma verificare che quelle esistenti siano pienamente attuate, coerenti tra loro e ancora adeguate all’evoluzione dei settori interessati. La questione assume particolare rilievo negli ambiti già caratterizzati da una disciplina articolata e armonizzata, come quello dei prodotti del tabacco e della nicotina, attualmente oggetto di valutazione a livello UE, dove il quadro europeo si è sviluppato riconoscendo categorie di prodotto diverse e prevedendo discipline differenziate. Il dibattito sul suo eventuale aggiornamento richiama quindi la stessa esigenza posta al centro dell’iniziativa degli undici Paesi: valutare l’applicazione e gli effetti delle regole vigenti prima di introdurre nuovi interventi, evitando sovrapposizioni o soluzioni uniformi che non tengano conto delle specificità.
Innovazione o regolamentazione?
Qui torna il trade-off che accompagna da anni il dibattito europeo. Le regole servono: danno certezze, proteggono consumatori e ambiente, creano standard comuni. Ma ogni obbligo ha un costo, e non pesa allo stesso modo su tutti. Una Pmi della filiera, struttura portante di gran parte del sistema produttivo italiano, non ha uffici dedicati alla compliance: deve sottrarre tempo e risorse proprio agli investimenti in prodotto, tecnologia e personale. Al di là dei confini europei, tali oneri non figurano e la competitività delle imprese nostrane ne risente.
Il rischio dell’iper-regolamentazione è questo: norme pensate per correggere i fallimenti del mercato diventano a loro volta un ostacolo, e a pagarne il prezzo non sono soltanto le imprese che innovano e cercano di crescere, ma anche filiere di eccellenza profondamente radicate nei territori europei, capaci di generare investimenti, occupazione, competenze ed export. Chi deve capire ogni anno quali obblighi la riguardano, e con quali scadenze, ha meno energie per sperimentare e valorizzare questi ecosistemi produttivi. Anche un quadro instabile, con regole che cambiano o slittano, scoraggia chi deve pianificare investimenti pluriennali. Draghi lo diceva con chiarezza: l’Europa non rischia di restare indietro per mancanza di idee, ma per la difficoltà di trasformarle in imprese che crescono e di preservare il patrimonio industriale che già rappresenta un vantaggio competitivo per l’Unione.
La proposta dei Paesi firmatari non risolve il dilemma, ma ne indica il punto debole: non serve solo decidere quante regole, ma anche se sono applicabili, coerenti tra loro e attuate con serietà. Un anno di pausa può servire a questo. A patto che, come dicono gli stessi promotori, non diventi un pretesto per svuotare le tutele.
La Commissione dovrà ora dire se intende raccogliere la sfida. A due anni dal rapporto Draghi, la domanda per le aziende, italiane ed europee, resta semplice: più regole o regole che funzionano? La risposta dirà molto sulla capacità dell’Unione di restare competitiva senza rinunciare ai propri valori.

