Dal Affile a Predappio, i monumenti e i segni del fascismo sono ovunque in Italia. Non sono tracce neutre ma il vero problema non è la loro esistenza quanto la nostra incapacità di decodificarle

Palazzo della Civiltà Italiana a Roma. REUTERS/Alessandro Bianchi
Palazzo della Civiltà Italiana a Roma. REUTERS/Alessandro Bianchi

La collina non è molto alta. Il paesaggio è mozzafiato. Ricorda a tratti le campagne pugliesi con le foglie di ulivo sempreverdi che sorridono leggiadre al visitatore. La collina potrebbe essere il paradiso. Ma basta fare pochi passi per accorgersi che c'è qualcosa che non va. Ai lati, quasi seminascosti, appaiono in tutta la loro brutalità strane scritte inneggianti alla X Mas, al Terzo Reich e al Fascismo. Che ci fanno? Siamo nel parco di Rodimonte, Lazio e proprio lì nel 2012 (con finanziamento della regione Lazio) hanno costruito un mausoleo che molti fin dalla prima ora hanno definito della vergogna. Il sindaco della cittadina dove sorge il parco - Affile - Ercole Viri ha dedicato il monumento alla memoria di Rodolfo Graziani. La vergogna è tutta nel nome di quel personaggio. Graziani uno dei gerarchi di Mussolini più efferati. Conosciuto come macellaio di libici ed etiopi. Graziani il colonizzatore che ha messo in campi di detenzione interi villaggi della Cirenaica, l'uomo che ha fatto gassare le popolazioni etiopi, che ha ucciso cantastorie, indovini, diaconi, famiglie, innocenti.


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Ora questo mausoleo della vergogna va a sentenza. Richiesta dal PM la condanna del sindaco e 2 assessori della giunta per apologia del fascismo. Per Ercole Viri la pena richiesta  è di 2 anni di reclusione e 500 euro di multa; per gli assessori, invece, un anno e 7 mesi di reclusione e 400 euro di multa. Inoltre il PM ha chiesto formalmente anche la confisca del mausoleo. Tra le parti lese nel processo c'è anche l'Anpi, organizzazione dei partigiani d'Italia.

La sentenza è attesa per il 7 Novembre alle ore 12 e sarà un momento storico, con la S maiuscola, per l'Italia come sistema paese e la sua ambigua relazione con il passato fascista e coloniale.

Quel mausoleo era da abbattere subito, lo dicono quasi tutti gli attivisti che in questi anni si sono impegnati nella lotta contro il monumento. E invece non solo la giunta regionale di centro destra, ma anche quella di centro sinistra (che almeno per fortuna ha bloccato il finanziamento, facendo però poco altro) è stata molto distaccata dagli eventi.

Affile di fatto è un paradosso tutto italiano. Nessuno infatti si sognerebbe in Germania di costruire un mausoleo a Himmler o a Hitler stesso. Sarebbe considerato  criminale e sarebbe sanzionato immediatamente. Ma nel Bel Paese non solo questa oscenità è stata possibile, ma nessuno della classe dirigente si è poi preoccupato più di tanto del fatto.

Questo purtroppo nasce dal cattivo rapporto che l'Italia ha con le tracce urbanistiche (e non solo urbanistiche) provenienti da quel passato fascista. Ben lo ha spiegato la professoressa della New York University Ruth Ben Ghiat in un suo articolo sul New Yorker uscito nello scorso mese di Ottobre. Nell'articolo Ruth Ben Ghiat scrive (parlando del Palazzo della civiltà italiana, quartiere Eur, Roma):

Quell’edificio, in altre parole, è il cimelio di una brutale aggressione fascista. Invece di essere disprezzato, in Italia è considerato un’icona dell’architettura modernista.

Infatti molti italiani attraversando luoghi, per fare un esempio, come il foro italico a Roma non pensano quasi mai (o molto poco) al fascismo. Vanno lì per il calcio o per un appuntamento galante. E quei mosaici che glorificano lo squadrismo, quelle scritte inneggianti al regime, quell'obelisco dedicato a Mussolini Dux sono nella maggiorparte dei casi ignorati o considerati solo un fondale come un altro dove vivere le proprie avventure. Nessuno a scuola (o in altri luoghi) ha mai spiegato loro la specificità (e il carico di nefandezze) di quel paesaggio urbano.

Accanto al visibile nelle città d'Italia, va ricordato, ci sono anche tutte le tracce invisibili o poco conosciute del regime. Quelle che non si notano nemmeno. Quelle a cui ci siamo abituati. Penso ai tombini di Roma decorati ancora oggi (ne ho un paio vicino casa) con il fascio littorio, stesso fascio che campeggia accanto alla scritta Via Somalia a Bari. Penso alle targhe di commemorazione per battaglie o avventurieri coloniali, penso all'ascaro gigante di Siracusa, penso alla casa del Fascio di Taranto, penso al Cinema Impero di Roma quartiere Tor Pignattara, penso al Palazzo delle poste a piazza Matteotti a Napoli.

Cosa sappiamo di tutto questo? Riusciamo a leggere tra le righe la grande storia, una storia scomoda, che ha attraversato pareti, sculture, architetture? Molti dopo la lettura dell'articolo di Ruth Ben Ghiat si sono trincerati (equivocando il significato dell'articolo stesso) in una  strenua difesa dell'architettura razionalista dicendo che è bella e che non si distrugge, perché la furia iconoclasta è di chi non ha rispetto dell'umano. Entrambe le affermazioni sono vere: l'architettura razionalista è bella e si l'architettura in generale non si distrugge (e nessuno nell'articolo lo aveva mai suggerito). Ma i monumenti del fascismo non sono tracce neutre come ben ha fatto notare Ruth Ben Ghiat e non è giusto, come avviene ora, lasciarle alla mercè di significati deviati. Dal Foro italico alle case del fascio mancano percorsi che mettano in luce la storia scomoda di quei monumenti. Per esempio al foro italico non ci sono cartelli, niente spiega i mosaici. E in generale a Roma come altrove nessun lavoro è stato fatto sulla toponomastica e ancora meno sui monumenti.

Il problema non è l'esistenza di quelle tracce, ma la nostra solitudine davanti ad esse. Dobbiamo conservarle certo, perché sono storia e la storia è maestra di vita, ma dovremmo anche saper decodificarle e cosa più importante di tutte decolonizzarle, de-fascistizzarle. Ci vorrebbe per far questo un grosso lavoro culturale e una sorta di museo diffuso che non abbia nessuna sede, ma che inglobi tutte le città italiane con un lavoro di analisi capillare a più livelli. Quindi cartelli, scritte, app multimediali, approfondimenti dedicati alle scuole, tour intergenerazionali, ecc. Invece in Italia si sta andando purtroppo verso una direzione opposta e deleteria.

Da alcuni anni è in ballo l'idea di un museo del fascismo, concepito come un centro di documentazione (a immagine e somiglianza di quello di Monaco), a Predappio. Sì, avete capito bene, proprio a pochi metri dalla casa che fu di Benito Mussolini e nella stessa città in cui, dopo mille vicissitudini, è stato seppellito il suo corpo. L'intenzione, ribadita dal sindaco PD della cittadina, è quella di costruire un museo non ideologico che ricostruisca quei vent’anni di vita degli italiani. Non una raccolta di memorabilia, ma un percorso storico dentro il fascismo. L'idea potrebbe essere sulla carta lodevole. Ma sappiamo cosa significa Predappio oggi?

Predappio è il luogo della celebrazione del totalitarismo, delle parate neofasciste, del W il duce e dei souvenir inneggianti alla razza e al razzismo.

Il collettivo Wu Ming non a caso sta ospitando proprio in questi giorni una serie di approfondimenti in tre puntate nel loro blog Giap sulla città romagnola (qui la prima puntata di Predappio Toxixc Waste Blues di Wu Ming 1) e il suo significato nella galassia neofascista. Non ascoltare chi ci avverte di un pericolo imminente sarebbe da stolti. Sarebbe una scelta fatale quella di avere un museo a Predappio perchè non aiuterebbe la comprensione di un periodo storico così delicato, ma rischierebbe addirittura di creare una casa madre per  i vari neofascismi che serpeggiano per l'Europa.

L'epoca storica che stiamo vivendo è tra le più travagliate degli ultimi 40 anni, stanno riemergendo un po' in tutto il continente rigurgiti di un passato che nessuno di noi vorrebbe veder tornare con quella ferocia che fu. Ma è sotto gli occhi di tutti che l'antisemitismo è tornato al centro della scena, che aumentano di giorno in giorno le aggressioni agli immigrati, per non parlare poi di una omofobia e una transfobia sempre più diffuse. Inoltre le nostalgie fasciste si materializzano non solo in voglia di nuove marcette su Roma o raggruppamenti di piazza, ma anche come abbiamo visto nella piccola cittadina di Affile, in un monumento moderno dedicato ad un  criminale di guerra. Un monumento calamita per gruppi di facinorosi. Fatti questi solo dieci anni erano impensabili.

D'altronde Ruth Ben Ghiat dalle pagine del New Yorker ci ha avvertito, e lo ha fatto con l'acutezza della studiosa sopprafina, dei pericoli di trattare i monumenti fascisti “come semplici oggetti estetici non politicizzati”. È un buon consiglio. Dovremmo ascoltarlo prima che sia troppo tardi.

@casamacombo

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