Cosa sta succedendo in Argentina? Ad aprile 2018 è iniziata una fase di forte deprezzamento della moneta nazionale per le ingenti uscite di capitali dal paese, mentre un anno fa il governo era riuscito senza difficoltà a vendere titoli pubblici a 100 anni. I dati macroeconomici non mostravano un’evidente crisi economica in quest’ultimo anno, ma non c’è dubbio che il recente crollo del peso si configuri come una vera crisi valutaria: a metà aprile per 1 dollaro americano ci volevano 20 pesos, all’inizio di luglio 28 pesos. Le politiche economiche del presidente Macri sono state sbagliate? Oppure Macri è stato sfortunato perché ora gli investitori trovano più appetibili investimenti alternativi?

Entrambe le spiegazioni sono in parte valide: il presidente Macri, che ha trovato una situazione economica molto difficile all’inizio del suo mandato, ha proposto un insieme di politiche macro e microeconomiche coerente per una crescita sostenibile e, se non fosse cambiato il contesto internazionale, le politiche adottate probabilmente non avrebbero portato a una crisi valutaria. Ma i tempi della realizzazione della politica economica sono stati forse troppo graduali, in particolare sulla riduzione del disavanzo pubblico e del tasso d’inflazione. E quando il contesto internazionale è diventato più avverso per le economie emergenti, penalizzate dall’aumento dei tassi d’interesse Usa e del dollaro, molti investitori hanno deciso di andarsene dall’Argentina preoccupati dalle debolezze che il paese deve ancora risolvere e che fanno temere il deprezzamento del tasso di cambio. Infatti, nel paese il tasso d’inflazione, il disavanzo pubblico e il disavanzo del conto corrente estero sono ancora molto elevati. Per fine 2018 è probabile che l’economia entri in recessione proprio a causa della crisi valutaria e della politica monetaria restrittiva adottata per contrastare il deprezzamento.

All’inizio del mandato a dicembre 2015, Macri aveva dovuto affrontare tante sfide per rilanciare la crescita, tra cui ridurre il tasso d’inflazione (26,6%), mettere in ordine i conti pubblici (il disavanzo pubblico era al 5,8% del Pil) ed eliminare le distorsioni sul mercato dei tassi di cambio (il tasso di cambio ufficiale era 9,5 pesos per 1 dollaro, quello sul mercato informale 16 pesos per 1 dollaro).

Subito dopo essere stato eletto, Macri decise di eliminare i vincoli sugli acquisti di dollari, di adottare un tasso di cambio flessibile, di ridurre le tasse sulle esportazioni e di iniziare una graduale diminuzione dei sussidi all’energia e ai trasporti. Il forte deprezzamento del peso e l’aumento dei prezzi delle utilities fecero crescere molto l’inflazione nel 2016. Un effetto atteso ma probabilmente sottostimato. Fin dall’inizio il governo Macri ha avuto l’obiettivo di ridurre gradualmente il disavanzo pubblico, sia per limitare gli effetti negativi sulla situazione sociale, sia per ottenere l’appoggio di deputati dell’opposizione. La lotta all’inflazione, ancora oggi vicino al 30%, rimane un obiettivo difficile da raggiungere non solo per la spirale tra deprezzamento del tasso di cambio e aumento dell’inflazione, ma anche perché in Argentina le aspettative di alta inflazione sono radicate nella popolazione e la credibilità della Banca Centrale è ancora bassa, avendo più volte superato o rivisto verso l’alto l’obiettivo di inflazione.

Sapendo di avere limitate risorse pubbliche a disposizione, la strategia di Macri ha cercato di attrarre più capitali privati, sia investimenti diretti che finanziamenti a breve. In primo luogo, il governo ha deciso di realizzare una serie di riforme strutturali microeconomiche con l’obiettivo di migliorare il contesto per fare attività economica, riducendo i costi della burocrazia, della corruzione e aumentando la concorrenza. Secondo la classifica del Doing Business della Banca Mondiale, l’Argentina ha, infatti, un punteggio molto basso, che la colloca al 117° posto su 190 paesi al mondo. Il governo Macri sta lavorando ad ampio spettro con il supporto dell’OCSE, a cui ha presentato un Piano d’Azione in vista di una possibile adesione futura del paese all’organizzazione internazionale. In secondo luogo, il nuovo governo era consapevole che il ritorno alla crescita dipendeva anche dalla possibilità di accedere a finanziamenti sui mercati internazionali e quindi dalla soluzione del default del 2014. Un gruppo di fondi di investimento Usa, che avevano comprato titoli argentini dopo il 2002, aveva fatto causa all’Argentina per ottenere il 100% del valore nominale più gli interessi maturati. Il giudice Thomas Griesa del Tribunale di New York diede ragione ai fondi d’investimento Usa, e impose all’Argentina di pagare le obbligazioni detenute da questi fondi, prima di poter procedere al pagamento degli interessi agli obbligazionisti che avevano partecipato alle ristrutturazioni del 2005 e 2010. Ma l’Argentina decise di non pagare i fondi Usa ed entrò in stato di default (tecnico) il 31 luglio 2014. All’inizio del 2016 il governo Macri è riuscito a trovare un accordo con i detentori di obbligazioni argentine, che ha consentito al paese di uscire dallo stato di default e di tornare a prendere a prestito sui mercati finanziari internazionali. Il governo Macri ha sfruttato, forse in modo eccessivo, questa ritrovata possibilità di vendere obbligazioni sui mercati internazionali e il debito estero è cresciuto in modo considerevole: in percentuale al Pil il debito estero è passato dal 27,9% nel 2015 al 51,3% nel 2018.

Dopo anni di protezionismo e isolamento internazionale, Macri ha puntato su una strategia di “inserimento intelligente nel mondo” cercando di rafforzare vincoli bilaterali e con organizzazioni multilaterali. L’Argentina sta cercando di migliorare le relazioni economiche con vari paesi, dall’Unione Europea e gli Usa alla Cina e alla Russia. Gli Usa, per esempio, hanno riammesso l’Argentina al Sistema Generalizzato delle Preferenze, da cui era stata sospesa nel 2012, e ora più di 500 prodotti argentini possono essere esportati negli Usa a dazio zero.

La via da percorrere era chiara: diminuire il disavanzo pubblico per ridurre sia la necessità di indebitamento futuro che il disavanzo del conto corrente della bilancia dei pagamenti, e condurre una credibile politica monetaria anti-inflazionistica. Ma i tempi della politica economica non sono quelli dei mercati finanziari, che, dubitando della capacità del governo di continuare il percorso di riequilibrio, hanno iniziato a lasciare il paese. Preoccupato dalle possibili difficoltà di finanziamento sui mercati internazionali, a maggio il governo ha chiesto aiuto al FMI, che il 20 giugno ha approvato uno Stand-By Arrangement triennale di 50 miliardi di dollari. La decisione di chiedere assistenza al FMI è stata giusta da un punto di vista economico, ma da un punto di vista politico potrebbe mettere in pericolo la rielezione di Macri alle presidenziali del 2019. Molti argentini sono, infatti, convinti che il FMI sia stato il principale responsabile della crisi del 2001, perché questa è stata la narrativa dei successivi governi peronisti. Per questo, il governo ha chiesto tempestivamente assistenza al FMI, ora che le elezioni sono ancora sufficientemente lontane.

Il finanziamento del FMI servirà a ridurre gli eventuali effetti negativi di fattori esterni, come la politica monetaria statunitense, ma le prospettive di ripresa economica del paese dipenderanno solo dalla capacità degli argentini di realizzare una politica economica appropriata.

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