Le scelte degli studenti su dove formarsi sono un indicatore precoce dei mutamenti globali. Nei flussi della mobilità universitaria si riflettono trasformazioni economiche, tensioni geopolitiche e strategie statali che, in modo silenzioso, stanno ridefinendo il rapporto di forza tra Occidente e Oriente.
Le dimensioni del cambiamento globale sono molteplici. Alcune sono evidenti e rumorose, come la diffusione dell’intelligenza artificiale, altre procedono in modo più silenzioso. Non per questo, però, sono meno incisive. Tra queste ultime ci sono i flussi della mobilità universitaria. Secondo i dati più recenti dell’UNESCO sono circa 6.9 milioni le persone che studiano fuori dal proprio Paese di origine.
La scelta della meta racchiude più di semplici preferenze individuali: riflette percezioni di sicurezza, reputazione e qualità dei sistemi universitari, ma anche allineamenti politici, relazioni diplomatiche e aspettative economiche. Oggi, oltre la metà degli studenti internazionali – circa quattro milioni – è concentrata tra Europa e Nord America. A dominare la classifica sono storicamente i Paesi anglofoni, in particolare Stati Uniti e Regno Unito, seguiti dalle grandi economie europee come Francia e Germania. Tuttavia, questo equilibrio consolidato sta mostrando crepe sempre più evidenti. Negli ultimi anni, infatti, sta crescendo in modo deciso il numero di studenti che sceglie l’Asia come destinazione.
Tradizionalmente, la mobilità studentesca internazionale si è sviluppata lungo un asse Est-Ovest: dall’Asia gli studenti si spostavano verso l’Europa o il Nord America per formarsi. Una dinamica con radici storiche, intrecciate nella distribuzione globale del potere. A partire dal XIX secolo, l’espansione coloniale europea e l’imposizione – o l’adozione forzata – dei sistemi di istruzione occidentali hanno incentivato la mobilità verso le metropoli coloniali. Al colonialismo sono poi subentrate considerazioni economiche e politiche. Nel secondo dopoguerra molti Paesi asiatici, consapevoli della necessità di modernizzarsi, iniziarono a investire massicciamente nella formazione all’estero delle proprie élite.
Parallelamente, i Paesi occidentali misero a disposizione borse di studio e programmi di cooperazione, vedendo in questi flussi un’opportunità sia economica che strategica. Il caso cinese è emblematico. Il 23 giugno 1978, Deng Xiaoping incontrò i vertici dell’Università Tsinghua per discutere come rilanciare l’istruzione superiore e colmare il divario tecnologico con le economie avanzate. Deng sostenne apertamente la necessità di aumentare drasticamente il numero di studenti inviati all’estero, passando da “decine” a “migliaia e decine di migliaia”.
L’Occidente accolse con favore questa apertura, nella convinzione che l’integrazione economica e scientifica avrebbe potuto favorire, nel lungo periodo, anche una convergenza politica. Nel 1985, la Cina era già diventata il principale paese di origine degli studenti internazionali.
Per tanto tempo l’Asia è rimasta prevalentemente un’area di partenza, con poche eccezioni. Fino agli anni Novanta, il Giappone era l’unico Paese asiatico ad essere riconosciuto come destinazione di rilievo a livello globale.
A partire dagli anni successivi, tuttavia, iniziarono a emergere segnali di cambiamento: la crescita accelerata di alcune economie asiatiche si tradusse in nuovi e consistenti investimenti nell’istruzione superiore, che portarono alla creazione di università e campus internazionali. Fu il caso della Malesia e di Singapore, che avviarono strategie mirate per posizionarsi come hub regionali della formazione.
Oggi, il grande balzo in avanti della qualità dell’educazione in Asia è il primo grande fattore che sta contribuendo a cambiare la geografia degli studenti internazionali. Nel 2026, l’Asia conta 565 università nel QS World Universities Rankings, più di qualsiasi altra area del mondo.
Tra le destinazioni asiatiche, Giappone e Cina suscitano il maggiore interesse tra gli studenti internazionali, sulla base delle ricerche effettuate nei 24 mesi precedenti a giugno 2025. Il Giappone guida la domanda per i corsi di laurea magistrale, seguito dalla Cina, da Taiwan e Singapore. Cresce anche l’attrattività dell’India per i programmi di secondo livello, mentre la Cina resta la destinazione più popolare per le lauree triennali.
Anche Paesi di dimensioni più ridotte stanno guadagnando terreno: tra luglio 2024 e giugno 2025 la domanda è aumentata del 101% per il Vietnam e del 38% per l’Indonesia. Corea del Sud e Malesia restano competitive, ma nell’ultimo anno l’interesse verso le università coreane è diminuito, probabilmente anche a causa dell’aumento delle tasse universitarie deciso dal 70% degli atenei del Paese (dati British Council e Studyportals).
L’Asia non offre solo università sempre più prestigiose, ma anche un’alternativa molto più economica nella maggior parte dei casi rispetto ai paesi anglosassoni o europei. L’inflazione dell’era post-covid ha spinto sempre più famiglie e studenti a rivalutare le proprie scelte.
Prendiamo per esempio il caso cinese, in quanto principale fonte di studenti internazionali: la ripresa economica macchinosa del post-covid ha fatto sì che sempre più studenti scegliessero mete asiatiche per i propri studi, in cui tutto – dalle tasse universitarie, agli affitti fino alla vita sociale – è più economico. Questa scelta deriva anche dal fatto che, nel caso cinese, la gran parte degli studenti sono auto-finanziati.
Anche per il Giappone, uno dei paesi storicamente più ricchi dell’Asia, la forte svalutazione dello Yen, iniziata nel 2023, ha fatto sì che gli studenti giapponesi debbano ora affrontare costi quasi tripli per studiare nelle università statunitensi. Ai tassi di cambio attuali, anche il costo della vita in città come Londra, Sydney e alcune capitali europee è aumentato notevolmente rispetto a Tokyo.
A queste dinamiche economiche si sommano le crescenti tensioni geopolitiche. Gli studenti sono diventati al tempo stesso pedine e vittime della rivalità tra le grandi potenze. La progressiva erosione della fiducia reciproca tra Cina e Stati Uniti ha alimentato sospetti e restrizioni, rendendo gli scambi accademici più complessi.
Negli Stati Uniti, dal 2020, è in vigore la Proclamation 10043, che limita l’ingresso di studenti cinesi con presunti legami con l’apparato militare della Repubblica Popolare. Nel 2023 è stato respinto il 36% delle richieste di visto presentate da studenti cinesi, un record storico (Dati EIU).
Parallelamente, il clima sempre più ostile verso gli stranieri in Cina, soprattutto dopo la riforma della legge sulla sicurezza del 2023, ha ridotto drasticamente il numero di studenti statunitensi nel Paese: da circa 12.000 nel 2018 a poco più di 200 nel 2022 (dati della Camera di Commercio Usa in Cina).
Sebbene in Europa le tensioni non si riflettano ancora chiaramente nei dati, anche qui il clima sta cambiando. Non sono mancati casi di accuse di spionaggio rivolte a studenti cinesi o preoccupazioni legate a possibili legami con l’apparato militare. Più in generale, appare evidente come si stia delineando un contesto sempre più instabile, che finisce per spaventare gli studenti.
Le dichiarazioni altalenanti dell’amministrazione Trump all’inizio del 2025 hanno rappresentato un segnale emblematico: la possibilità, anche solo evocata, di espulsioni di massa seguita da improvvise aperture ha contribuito ad alimentare insicurezza. Come in economia, anche in questo caso, le aspettative giocano un ruolo cruciale nel plasmare la realtà.
Infine, per comprendere appieno l’impatto di questi cambiamenti è necessario considerare anche la dimensione strategica. Quello che stiamo vedendo non è solo il risultato di dinamiche spontanee ma anche di politiche mirate, inserite nella più ampia competizione globale per i talenti.
In Cina, alcune città e province offrono incentivi economici significativi, alloggio, assistenza sanitaria e opportunità lavorative per i familiari, oltre a stipendi elevati e finanziamenti alla ricerca. Anche altri Paesi asiatici hanno definito obiettivi chiari: nel 2023 Giappone e Taiwan hanno fissato nuovi target per l’attrazione di studenti stranieri, rispettivamente 400.000 entro il 2033 e 320.000 entro il 2030 (dati del The Economist).
Tutto questo impegno è comprensibile se si pensa alla posta in gioco. Gli studenti internazionali non sono soltanto una fonte diretta di entrate per i sistemi universitari e le economie locali, ma anche una risorsa strategica in grado di attenuare gli effetti dell’inverno demografico che interessa un numero crescente di economie avanzate dell’Asia orientale. In questo senso, la mobilità studentesca si intreccia sempre di più con le politiche migratorie e del lavoro, diventando uno strumento per compensare le carenze strutturali di capitale umano. Oltre alla dimensione quantitativa, vi è poi quella “qualitativa”.
Gli studenti e i ricercatori internazionali alimentano l’ecosistema dell’innovazione, contribuendo alla produzione scientifica, allo sviluppo tecnologico e alla competitività complessiva del Paese. In un contesto globale in cui il potere economico e quello militare sono sempre più legati alla capacità di innovare, assicurarsi le migliori menti equivale a investire direttamente nella propria crescita e nella propria influenza strategica.
È un nesso che pare sfuggire all’amministrazione Trump, che ha messo fin da subito sotto attacco l’indipendenza e l’apertura delle università Usa, minacciando e in diversi casi arrestando i suoi studenti internazionali. Un auto-sabotaggio che colpisce uno degli strumenti più efficaci del soft power americano. Infatti, attraverso l’istruzione superiore, gli Stati possono costruire reti di relazioni durature e influenzare le élite future di altri Paesi. Gli Stati Uniti lo hanno fatto per tanti anni.
Oggi Taiwan, ad esempio, sta puntando in modo mirato sugli studenti del Sud-Est asiatico e dell’Asia meridionale con la sua New Southbound Policy, pensata per rafforzare i legami politici, economici e culturali con i Paesi vicini. Più in generale, formare le menti e i leader di domani resta uno degli strumenti più efficaci per diffondere valori, modelli istituzionali e visioni del mondo. L’Occidente ha saputo sfruttare questa leva per decenni, traendone benefici immensi. Ora tocca all’Asia?


