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RETROSCENA

Usa-Cina: equilibrio appeso a un filo

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Difficili e delicate le relazioni con Pechino per la diplomazia Usa: da un lato vuole aprire al dialogo, dall’altro impedire l’ascesa economica e tecnologica cinese

Il Presidente cinese Xi Jinping e il Presidente Joe Biden a Washington, 25 settembre 2015. REUTERS/Mike Theiler

La telefonata con Xi Jinping è arrivata solo ventuno giorni dopo l’insediamento di Joe Biden alla Casa Bianca. Perché non prima, se sarà la relazione di politica estera più importante della sua presidenza? Perché non c’è stata occasione, spiegò Biden. Non esiste il caso in contesti del genere, ma assumiamo che sia davvero così. Il vero punto è infatti un altro: non quando partirà il dialogo, ma come sarà impostato. Un qualche tipo di conversazione tra Stati Uniti e Cina è d’obbligo, considerata sia la competizione in atto tra le due potenze, sia la crisi nei rapporti a cui si è arrivati con la precedente amministrazione di Donald Trump. Una crisi dovuta non soltanto alla durezza delle politiche – la guerra commerciale e quella a Huawei, per esempio –, quanto alla violenza nelle parole: e basterà ricordare l’espressione Chinese virus, utilizzata da Trump per indicare il nuovo coronavirus.

Ma Biden non vuole fare come Trump. Per capire in che modo si approccerà alla Cina è allora importante ascoltare cosa dice e leggere quello che scrive, perché le parole – appunto – contano. In un’intervista rilasciata alla CBS ha precisato che tra Washington e Pechino non ci sarà un “conflitto” ma una “competizione estrema”, anche se nel Presidente Xi non c’è nemmeno un “briciolo di democrazia”. Nel suo primo discorso sulla politica estera, tenuto al dipartimento di Stato, ha definito la Cina “il nostro concorrente più importante”, di cui l’America dovrà contrastarne “gli abusi economici”, “le azioni aggressive”, gli attacchi “ai diritti umani, alla proprietà intellettuale, alla governance globale”. In un articolo-manifesto pubblicato sulla rivista Foreign Affairs aveva scritto che “gli Stati Uniti devono essere duri con la Cina”. Duri, ma non necessariamente chiusi. Biden vede infatti degli spazi di collaborazione con Pechino, sulla lotta ai cambiamenti climatici e sulla non-proliferazione delle armi nucleari. Il dialogo – che anche la Cina dice di volere – sarà probabilmente favorito dall’esistenza di un rapporto personale tra i due capi di Stato: Biden e Xi già si conoscono, si sono incontrati dal vivo, hanno conversato. Non è un aspetto da sottovalutare.

Il quadro generale

Non va nemmeno esagerato, però. I rispettivi Presidenti potranno anche rispettarsi, ma il quadro generale in cui si inseriscono i rapporti fra Stati Uniti e Cina non è cambiato. Biden non riproporrà l’aggressività retorica di Trump, ma l’obiettivo ultimo, strategico, di Washington è rimasto lo stesso: mantenere il primato politico, economico e tecnologico, e il dominio dei mari. Il Partito comunista potrà anche ritenere Biden un interlocutore “migliore” e più affidabile di Trump, ma la Cina non ha intenzione di rivedere al ribasso le proprie ambizioni di potenza e di influenza globale. Né Pechino si illude che basti un cambio di inquilino alla Casa Bianca per dare una svolta di centottanta gradi alle cose. La forma sarà diversa e “più diplomatica” – notava già a novembre il Global Times, megafono della propaganda di Pechino –, ma nella sostanza l’America di Biden vuole quello che voleva l’America di Trump: impedire l’ascesa cinese. Non siamo nel campo della speculazione geopolitica, ma in quello della semplice registrazione dei fatti. Parlando al Senato, a fine gennaio, il segretario di Stato Antony Blinken – è innanzitutto lui ad occuparsi di politica estera, nell’amministrazione Biden – disse di credere che Trump abbia fatto bene ad adottare un approccio più duro verso la Cina. “Sono in disaccordo, molto, sul modo in cui ha agito in diverse aree, ma il principio di base era giusto”. Il problema di Trump era insomma il metodo, non la meta. Biden cambierà il primo – e già non è poca cosa –, proseguendo verso la seconda.

E così, quando ha avuto Xi all’altro capo del telefono, Biden ha detto quello che ci si aspettava da lui. Ha cioè espresso preoccupazione per le pratiche economiche della Cina, per le sue politiche autoritarie in casa (a Hong Kong e nello Xinjiang) e per la sua assertività all’estero (nell’Indo-Pacifico che deve rimanere “libero e aperto”). Ma ha anche sollevato alcuni temi attorno ai quali è possibile impostare una collaborazione genuina: il clima, la sicurezza sanitaria, la non-proliferazione degli armamenti. Secondo la sintesi della telefonata offerta da Xinhua, l’agenzia di stampa cinese, sembra che Xi abbia insistito particolarmente sulla cooperazione win-win e sul rispetto reciproco nonostante le differenze di sistema, ribadendo però che la Cina non tollera ingerenze in quelli che considera i suoi affari interni (Hong Kong, lo Xinjiang ma anche Taiwan). Su questo punto in particolare, Pechino non cederà mai.

Così come Washington non cederà su questioni come il furto di proprietà intellettuale, l’accesso ai mercati e la libertà di navigazione nel mar Cinese meridionale. Lo ha sottolineato l’Inviato per il clima John Kerry – un veterano della diplomazia – per rassicurare gli americani del fatto che l’amministrazione Biden non farà concessioni alla Cina in cambio della cooperazione sul taglio delle emissioni di gas serra.

La strategia di Biden

L’amministrazione Biden sta ripetendo in vari modi e tramite varie voci che Trump non ha sbagliato ad essere duro con la Cina e che molte delle nuove politiche saranno in continuità con quelle iniziate negli scorsi anni. Su Huawei, la nuova portavoce della Casa Bianca ha definito l’azienda un “fornitore inaffidabile” di componenti per le reti 5G e una “minaccia alla sicurezza”. Altri funzionari hanno specificato che non c’è fretta di togliere i dazi commerciali e che le esportazioni di tecnologie sensibili potrebbero venire ulteriormente ristrette. Blinken ha detto che la mancanza di trasparenza da parte di Pechino nella gestione della pandemia è “un problema profondo”. Si continua a parlare di “genocidio” degli uiguri. E poi c’è la nomina di Kurt Campbell, non esattamente una colomba, a coordinatore degli affari in Asia-Pacifico.

Le critiche a Trump sono sul metodo, si diceva: l’isolazionismo, l’incoerenza e la scarsa attenzione riservata alle alleanze, poco considerate quando non addirittura attaccate (il Giappone e la Corea del sud, ma anche l’Unione europea, lo sanno bene). All’isolazionismo del suo predecessore, allora, Biden risponderà con il multilateralismo: inteso non come amore per i grandi tavoli, ma come strumento per evitare che la Cina guadagni spazi nelle organizzazioni internazionali e ne riscriva le regole a suo favore. Allo spregio verso gli alleati opporrà il loro coinvolgimento nei processi decisionali. Ma, se vorrà avere successo, dovrà anche tenere conto dei singoli interessi nazionali: l’Indo-Pacifico ricerca il bilanciamento di Pechino, non lo scontro totale.

La strategia cinese di Biden avrà inevitabilmente il suo perno in Asia. A questo proposito il consigliere per la sicurezza nazionale, Jake Sullivan, ha detto che il cosiddetto Quad – il forum informale sulla sicurezza con Giappone, Australia e India – è fondamentale e che l’America vuole “portarlo avanti”, dandogli una sistemazione istituzionale.

E l’Unione europea? Per Sullivan l’alleanza transatlantica è la più importante, ma riconosce che tra Washington e Bruxelles non c’è un allineamento perfetto, non solo sulla Cina (Biden non ha peraltro gradito la firma dell’accordo sugli investimenti, il CAI). Per far sì che l’Europa si unisca al “coro di voci” contro Pechino, il presidente dovrà allora insistere sui temi di interesse condiviso: i diritti umani, la proprietà intellettuale, la reciprocità di accesso ai mercati, gli standard tecnologici. Il problema è che, se si parla di voci, l’Europa non ne ha una sola: ci sono paesi più sinoscettici (la Svezia), altri che guardano con favore ad est (la Grecia), altri ancora che preferiscono muoversi con prudenza per non pregiudicare le relazioni economiche (la Germania). È invece ancora presto per dire come si posizionerà l’Italia, che prima firmò un memorandum politico sulla Via della Seta e poi tornò atlantista, con Mario Draghi – europeista e pragmatico – al governo.

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di marzo/aprile di eastwest.

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L'AUTORE

Marco Dell'Aguzzo

Giornalista, scrive per eastwest, Il Sole 24 Ore e Aspenia. Si occupa di Messico e Nord America.
GUALA
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