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RETROSCENA

Iraq: un anno dopo le proteste, cosa è cambiato?

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La volontà di al-Kadhimi di dare al Paese una stabilità interna e di allentare la morsa Usa-Iran si scontra con la durata limitata del suo mandato

Manifestanti iracheni a Baghdad, Iraq, 28 ottobre 2020. REUTERS/Saba Kareem

A un anno dalle proteste popolari che hanno mobilitato migliaia di persone nelle piazze di Baghdad e delle principali città irachene e a quasi sei mesi dalla nomina del Primo Ministro Mustafa al-Khadimi, le sfide che deve affrontare il potere esecutivo restano numerose. La crisi economica senza precedenti, dovuta al crollo del prezzo del petrolio e alla conseguente mancanza di liquidità, la pandemia Covid-19, la disoccupazione, il dissenso popolare e il fragile equilibrio tra i blocchi politici, le grandi potenze e gli attori regionali, sono alcuni dei problemi strutturali che al-Khadimi deve fronteggiare.

Il mandato del Primo Ministro

A peggiorare la situazione attuale, c’è la questione temporale perché il mandato del Primo Ministro incaricato scade a giugno 2021 ma i problemi strutturali accumulati dall’Iraq richiedono tempo e negoziazione, elementi che difficilmente lo porteranno a compiere le riforme di largo respiro richieste dalla maggior parte della popolazione. Se è vero che le proteste popolari hanno innescato un meccanismo di cambiamento e di spinta generazionale senza precedenti, con l’entrata in scena di giovani iracheni provvisti di un’esperienza politica diversa rispetto alle generazioni precedenti, è anche vero che i problemi strutturali accumulati dall’Iraq e legati al sistema politico del dopo Saddam, fanno sì che la classe politica non abbia alcun interesse a compiere passi avanti verso le riforme.

“Mustafa al-Khadimi non riuscirà a colmare lo spazio tra le aspettative della generazione che manifesta e la possibilità di una riforma del sistema politico”, spiega Maria Fantappie, consigliera senior per l’Iraq presso il Center for Humanitarian Dialogue a Ginevra “Il sistema economico di un Paese rentier state non può essere riformato in pochi mesi; inoltre la classe politica che dovrebbe accompagnare il cambiamento politico non ha interesse a farlo perché ciò lederebbe i suoi interessi. Ci troviamo dunque in una specie di schizofrenia: da una parte c’è la volontà di mostrare a livello mediatico che c’è un cambiamento in corso e non è un caso che nei primi mesi del suo mandato, al-Khadimi abbia investito fortemente in una campagna mediatica volta a mostrare questa differenza rispetto ai predecessori. Dall’altra però, non vi è stato alcun cambiamento radicale. Non sono state avviate riforme nella pubblica amministrazione, né nel sistema giudiziario iracheno; i crimini commessi contro i manifestanti restano impuniti, così come le violenze dei gruppi paramilitari e gli omicidi di attivisti ed esponenti della società civile”, spiega Fantappie.

Il caos tra la società civile

Negli ultimi mesi, infatti, le uccisioni di attivisti, intellettuali e manifestanti non si sono mai fermate. Il 17 agosto 2020, uomini armati non identificati hanno aperto il fuoco su un’auto che trasportava Lodya Remon Albarti, coordinatrice dell’Iraqi Social Forum di Bassora, ambientalista e volto noto delle proteste. È sopravvissuta alla sparatoria, riportando ferite alle gambe, ma dopo il tentato omicidio, la difensora dei diritti umani è stata oggetto di minacce e calunnie online. Due giorni dopo, il 19 agosto, è stata uccisa, mentre era alla guida della sua auto, Reham Yacoub, 29 anni, nutrizionista, pacifista e attivista per l’acqua e per la difesa dei diritti delle donne. Una settimana prima, il 14 agosto, veniva ucciso Tahseen Osama al-Shahmani, esponente della società civile, impegnato contro la corruzione. Gli omicidi di Bassora si aggiungono all’uccisione di Hisham al-Hashimi, intellettuale, esperto di terrorismo e ricercatore per gli istituti internazionali come il Center for global policy di Washington e la Chatham House di Londra, freddato a colpi di pistola davanti la sua casa a Baghdad il 6 luglio 2020.

Negli ultimi anni, Al-Hashimi aveva lavorato come massimo esperto e consigliere politico in materia di sicurezza e affari strategici, nonché come specialista in materia di Stato islamico, sia per il Governo iracheno, che per la coalizione internazionale. Al-Hashimi non era solo un esperto dello Stato islamico; da anni aveva approfondito e studiato la costellazione di milizie sciite filo-iraniane e il 1 luglio 2020, una settimana prima di essere ucciso, aveva pubblicato il report “La disputa interna delle Forze di mobilitazione popolare”, un approfondimento sulle rivalità interne tra le milizie Hashd al-Shaabi, create nel 2014 per combattere l’Isis. L’omicidio di questi attivisti e di una figura prominente come Hisham al-Hashimi sono dei chiari avvertimenti: chiunque critichi lo status quo o tenti di minare le milizie sciite filo-iraniane rischia la morte.

“Questo è il periodo peggiore per la società civile degli ultimi quindici anni. I gruppi armati, protettori della classa politica, continuano a intimidire i manifestanti, lo Stato non è in grado di applicare lo Stato di diritto e non vi è nessuna responsabilità penale verso chi ha commesso questi crimini. Molti attivisti hanno lasciato l’Iraq o si sono spostati in altre città, sempre meno persone sono attive perché lo stato non è in grado di proteggerle”, spiega Sajad Jiyad, analista politico iracheno basato a Baghdad. Alla domanda, ‘cosa è cambiato in questo anno di proteste’, l’analista risponde così: “Purtroppo non molto, solo le dimissioni del primo ministro Abdul-Mahdi e le elezioni anticipate. La cosa peggiore è che oltre ottocento persone sono state uccise durante le proteste e più di diecimila sono state ferite. Le proteste, tuttavia, non si esauriranno in futuro perché le ragioni per cui questi giovani stanno protestando sono ancora lì”. Circa il 60% della popolazione irachena ha meno di 25 anni, la disoccupazione giovanile è al 36%, il tasso di disoccupazione cresce di circa 700.000 unità ogni anno e oltre 3,5 milioni di persone sono senza lavoro, istruzione o formazione. A ciò si aggiunge l’assenza di servizi pubblici, livelli di corruzione cronici e la mancanza di aspettative future.

La pandemia e gli equilibri internazionali

L’arrivo del Covid-19 ha spinto l’Iraq al punto di rottura. Dallo scorso marzo, l’economia irachena, dipendente dal petrolio, ha infatti subito un duro colpo con entrate derivanti dalle esportazioni di petrolio che sono passate da oltre 6 miliardi di dollari nel gennaio 2020 a 1,4 miliardi di dollari in aprile. La domanda globale di petrolio è rallentata con l’arrivo della pandemia e il disaccordo saudita-russo sulla produzione ha fatto crollare i prezzi, il che ha fatto sì che gli esportatori di petrolio come l’Iraq abbiano visto i loro redditi calare drasticamente. La Banca mondiale prevede una diminuzione del 9,7% del Pil dell’Iraq per il 2020, una cifra probabilmente sottovalutata. Il governo iracheno sta cercando l’aiuto di organismi come il Fondo monetario internazionale, ma dovrà attuare dolorose riforme strutturali come la riduzione della spesa salariale del settore pubblico. “La domanda centrale è: per quanto tempo il Governo sarà in grado di pagare gli stipendi pubblici? Milioni di persone che dipendono dai salari pubblici sono anche la fonte di legittimazione di questa classe politica. Se ciò si dovesse arrestare, anche il sistema politico potrebbe perdere la legittimità e le proteste potrebbero rinnovarsi, ancora più forti”, spiega Jiyad.

Alle difficoltà interne, infine, si aggiungono le dinamiche regionali e internazionali. Con l’amministrazione Trump, l’Iraq si è ritrovato sempre di più un’arena di confronto tra Iran e Stati Uniti, soprattutto dopo l’uccisione di Qassem Soleimani e Abu Mahdi al-Muhandis, rispettivamente il comandante delle brigate al Quds e il comandante della milizia irachena Kataib Hezbollah, assassinati dagli Usa a gennaio 2020, in un attacco alle porte di Baghdad. In questi mesi, il primo ministro Mustafa al-Khadimi ha camminato su una linea di fragili equilibri tra Stati Uniti e Iran, cercando al tempo stesso di integrare l’Iraq nella regione, diversificando le relazioni energetiche e geopolitiche con i Paesi del Golfo e la Francia, per emancipare il Paese dall’Iran e degli Stati Uniti. La strategia del nuovo Presidente degli Stati Uniti Joe Biden non è ancora definita ma difficilmente l’Iraq riuscirà nel breve termine a non essere schiacciato tra Stati Uniti e Iran.

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di novembre/dicembre di eastwest.

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L'AUTORE

Sara Manisera

Giornalista indipendente, corrispondente per testate nazionali e internazionali da Siria, Libano, Iraq e Tunisia.
GUALA