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Cooperazione, allargamento, dialogo con l’Europa centro-orientale: il Segretariato dell’InCE compie trent’anni. Intervista al Segretario Generale Franco Dal Mas

E se vi dicessimo che esiste un’organizzazione internazionale, ideata dall’Italia, che oggi conta 17 Paesi ed è uno dei principali strumenti di cooperazione della politica estera italiana nell’area danubiano-balcanica? Non se ne parla molto, ma l’Iniziativa Centro Europea (InCE), che da quasi quattro decenni incarna il desiderio dei Paesi dell’Europa centro-orientale di avvicinarsi attraverso molteplici forme di cooperazione, è un fiore all’occhiello della nostra diplomazia e conduce un incessante lavoro a favore dell’allargamento, dell’integrazione europea e della “riunificazione” dell’Europa. Con sede a Trieste, è guidata da un italiano, già’ senatore, e avvocato Franco Dal Mas, che abbiamo avuto il piacere di intervistare. 

Segretario, il 29 ottobre è stato presentato a Roma, presso il Senato della Repubblica, il policy paper elaborato dall’Istituto Affari Internazionali in occasione del trentennale del Segretariato Esecutivo dell’Iniziativa Centro Europea. Un’occasione per riflettere sul percorso dell’organizzazione e sul suo ruolo nel contesto europeo. Qual è la storia dell’InCE?

L’InCE nasce da un’intuizione dell’allora ministro degli Esteri italiano, Gianni De Michelis, che, insieme ai suoi omologhi austriaco, ungherese e jugoslavo, si riunì a Budapest proprio due giorni dopo la caduta del Muro di Berlino con un obiettivo dichiarato: favorire l’integrazione per evitare la disgregazione, in un mondo che si stava sgretolando. Questa intesa a quattro, appunto la “Quadrangolare”, metteva insieme un Paese come l’Italia, ancorato alle relazioni euroatlantiche, un Paese neutrale come l’Austria, uno non allineato come la Jugoslavia e un’Ungheria che subiva ancora l’influenza dell’Unione Sovietica. Ma la suggestione di De Michelis funzionò perché intercettò la comune sensazione che si stesse attraversando un momento di cesura della storia e che fosse necessario un quadro di uscita e un punto d’approdo verso il rafforzamento dello spazio comunitario. 

È un caso che, in questa storia, sia l’Italia protagonista?

L’Italia è collocata storicamente e geograficamente all’interno del Mediterraneo, unisce le due sponde dell’Adriatico, ha con i Balcani e con l’area danubiana un legame storico tutt’altro che banale, per non parlare dell’eredità della Serenissima. Non è un caso che, nel 1996, con un accordo internazionale si scelse Trieste come sede del nostro Segretariato Esecutivo. L’Italia ha, in questo quadrante, sempre onorato le sue responsabilità storiche e dato prova della sua volontà di creare ponti verso Est. Oggi incontra un ancoraggio sicuro nell’impegno del ministro Tajani che ha promosso regolari riunioni ministeriali del Gruppo dei Paesi  Amici dei Balcani Occidentali, per accelerare l’ingresso nell’UE dei Paesi InCE candidati. A buon titolo potremmo definirla un’altra intuizione strategica che rientra nella linea della tradizione politica italiana. 

Come si è evoluta l’InCE nel corso di questi trent’anni e quali sono oggi le principali sfide che si trova ad affrontare?

Da quattro Paesi, oggi l’InCE ne conta 17: comprende gran parte dei Balcani, tocca il Baltico con la Polonia e il Mar Nero fino all’Ucraina. L’Iniziativa si è evoluta tanto nella sua natura istituzionale quanto in quella operativa. Oggi riunisce parlamentari e diplomatici di tutti i Paesi, che, assieme al Segretariato, definiscono le direttrici operative. Oltre al dialogo diplomatico, disponiamo di leve finanziarie e agiamo con processi bottom-up per sostenere imprese, società civile, istituzioni e progetti. Resta ancora molto da fare. Dei 16 membri attivi, 7 sono ancora fuori dall’UE e tutti hanno lo status di candidato. Persistono divari tra i Paesi InCE e la media UE in ambiti come le infrastrutture, la resilienza energetica, il digitale e la stabilità delle istituzioni. Il nostro obiettivo è usare i nostri strumenti per contribuire a colmare questi divari, tanto nell’area UE quanto fuori. 

Quali sono questi strumenti?

Nella dimensione economica, il principale strumento è il Fondo InCE presso la BERS, istituito dall’Italia nel 1992 e finanziato interamente da Roma, che sostiene la Cooperazione Tecnica, con studi di fattibilità e capacity building a monte degli investimenti BERS, e il Know-how Exchange Programme, che collega le istituzioni UE e non-UE per favorire riforme e allineamento agli standard europei. Accanto opera il Fondo di Cooperazione, nato nel 2001 e alimentato dai 16 Stati membri attivi, che finanzia con frequenza workshop, seminari e formazione, a testimonianza di una titolarità condivisa. Il Segretariato di Trieste, poi, è un vero polo per la gestione di progetti finanziati dall’UE, con cui affrontiamo sfide transnazionali come sicurezza marittima, mobilità sostenibile e bioeconomia circolare. Avvicinare i Paesi InCE all’Europa significa anche rafforzare lo Stato di diritto, la stabilità istituzionale e la resilienza democratica. Iniziative come il Programma Falcone-Borsellino mirano a condividere con i Paesi InCE le competenze nel contrasto alla criminalità organizzata e alla corruzione in cui l’Italia vanta un’esperienza comprovata. 

Che ruolo possono avere le imprese nella missione dell’InCE?

Fin dall’inizio l’InCE ha riconosciuto che la cooperazione regionale non può essere appannaggio dei soli governi, e per questo il mondo delle imprese è parte integrante del nostro approccio multistakeholder. Lo dimostra l’Economic Forum, organizzato in collaborazione con le camere di commercio e con altri attori economici, che offre uno spazio stabile di dialogo tra pubblico e privato su cooperazione economica, integrazione regionale, connettività e sviluppo sostenibile. Lo dimostra anche “Youth in Business”, il programma realizzato con il Fondo InCE presso la BERS per sostenere l’imprenditorialità giovanile, insieme al lavoro su PMI, trasformazione digitale ed economia circolare. In questo quadro le imprese italiane possono essere partner naturali dell’Iniziativa: conoscono questi territori, operano nei settori che consideriamo strategici, dai corridoi di trasporto all’energia, dall’acqua al digitale, fino alla ricostruzione dell’Ucraina, e possono portare esperienza, investimenti e competenze dove il nostro lavoro di preparazione dei progetti apre nuove opportunità. Rafforzare questo legame con il settore privato è una delle direzioni più promettenti per la prossima fase, e il Segretariato è pronto a fare la sua parte, orientando le imprese verso i canali giusti. 

L’Ucraina è membro dell’InCE da trent’anni. Che impatto ha avuto il ritorno della guerra sull’organizzazione e come ha reagito l’InCE?

L’invasione russa del 24 febbraio 2022 ha provocato una condanna unanime dei Paesi membri. L’InCE è fortemente impegnata a sostenere l’Ucraina con i mezzi a nostra disposizione. Lo abbiamo fatto dapprima attraverso strumenti umanitari, poi attraverso la nostra leva finanziaria: cito il progetto di Terna per il trasporto filobus e quello sostenuto dalla Regione Friuli Venezia Giulia, che in questi giorni consegnerà nuovi gruppi elettrogeni a Kiev. 

Inoltre, sin dall’inizio del mio mandato, ho scelto di completare la struttura istituzionale dell’InCE con la nomina di due nuovi vice Segretari Generali e la riconferma di una terza, tutti diplomatici di alto rango. Oggi uno di questi è ucraino, una è ungherese e una è serba. Questa è la strategia di coesione che l’InCE vuole portare in Europa. Alla base c’è l’idea che l’Europa dell’Est non sia qualcosa a sé, ma parte di un cammino comune verso la riunificazione dell’Europa. Segnalo che proprio l’Ucraina assumerà la Presidenza di turno dell’InCE nel 2027 e le correlate responsabilità di guidare politicamente questo foro. 

Insomma, la missione dell’InCE non ha solo risvolti operativi, ma racchiude in sé un’idea di Europa. Crede che la riunificazione dell’Europa passi per un rinnovamento della fiducia nella “European way of life”?

Qui all’InCE riteniamo fondamentale osservare il mondo in cui viviamo: ci troviamo, per citare il politologo Mark Leonard, in uno stato di instabilità permanente, di “non pace”. Nel contesto internazionale, c’è un mondo che si organizza diversamente da noi. C’è chi, come la Russia, dichiara di riconoscere la democrazia come valore e sistema istituzionale, ma ne esclude la componente liberale, sacrificando la separazione dei poteri e i diritti civili. C’è chi, in altre parti del mondo, cede alla tentazione di ritenere che, in un mondo competitivo, occorra instaurare dei monopoli per sopravvivere. 

A tutto questo dobbiamo opporre un’alternativa, che parta dai valori fondanti dell’Unione Europea, dal pensiero dei suoi padri fondatori, dalla libera concorrenza e dallo Stato di diritto. La capacità di questo modello di espandersi e, dunque, di “riunificare” lo spazio europeo è senz’altro un indicatore di fiducia e di rinnovata speranza. L’InCE, con il dialogo politico e la cooperazione regionale, continuerà a spingere sull’acceleratore per raggiungere questo obiettivo. 

Rocco Forcellino (Roma) analista presso Eastwest European Institute.

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