Parallelamente alla crisi ucraina, un altro acceso dibattito tra UE e USA è in corso, questa volta a Palazzo Europa. Si tratta della riunione dei 27 ministri del Commercio, alla quale mercoledì 26 è stato invitato il pool statunitense guidato da Howard Lutnick, segretario al Commercio. La delegazione ha portato un nuovo aut-aut: per rivedere i dazi del 50% sui prodotti a base di acciaio l’UE deve riconsiderare le proprie norme digitali. Secondo Washington, queste regole penalizzano eccessivamente le big tech americane, creando un ambiente normativo caotico e rischioso, con sovrapposizioni di norme e definizioni e criteri troppo stringenti per la data economy.
La stagione regolatoria iniziata con il GDPR del 2018 non si è limitata a normare la raccolta, il trattamento e l’utilizzo dei dati personali, ma ha anche cercato di contenere lo strapotere dei colossi digitali americani, riconosciuti dal legislatore come nuovi soggetti geopolitici. Lo ha fatto da un lato con il Digital Markets Act, che mira a ridurre la tendenza oligopolistica del mondo digitale, e dall’altro con il Digital Services Act. Quest’ultimo impone alle piattaforme obblighi di trasparenza (devono spiegare perché loro o i loro algoritmi limitano, moderano o rimuovono un contenuto), obblighi di diligenza (non possono manipolare la scelta libera dell’utente con informazioni ingannevoli o effetti visivi), e, per le “very large online platforms” (VLOP), cioè quelle con più di 45 milioni di utenti attivi mensili, introduce responsabilità di carattere pubblico che si concretizzano con delle vere e proprie autovalutazioni per prevenire violazioni dei diritti fondamentali e rischi sistemici. Le sanzioni possono arrivare al 6% del fatturato globale.
In questo club ristretto sotto osservazione figurano effettivamente quasi esclusivamente aziende americane, anche se una delle prime procedure avviate dalla Commissione ha riguardato TikTok per presunte interferenze nel processo elettorale rumeno del dicembre 2024. Vi è dunque una curiosa alleanza delle big tech cinesi e statunitensi nel vero e proprio conflitto legale con le istituzioni europee. Solo quest’anno hanno speso 151 milioni di euro in lobbying (+33%), secondo uno studio di Corporate Europe Observatory. Meta e Tiktok, in un ricorso congiunto, hanno ottenuto anche una recente vittoria: a settembre la Corte di Giustizia dell’UE ha bocciato il metodo con cui la Commissione calcolava la supervisory fee che le VLOP avrebbero dovuto pagare agli organi europei deputati alla loro stessa sorveglianza.
In questo quadro entra in gioco la pressione politica americana. L’azione negoziale degli Stati Uniti si inserisce nel rinnovato rapporto tra Donald Trump e i colossi tecnologici: una sorta di tregua, in contrasto con il passato, quando le piattaforme avevano avuto un ruolo cruciale nella sconfitta elettorale di Trump, costringendolo poi all’esilio su Truth e dimostrando di poter incidere sul discorso politico statunitense. Nella nuova legislatura, Trump ha scelto di scendere a patti con i suoi ex avversari. Ciò significa, ad esempio, salvarli da tassazioni sfavorevoli, come la global minimum tax di redistribuzione negoziata dall’OCSE e cancellata questa estate, o tentare di aprire mercati restii alla deregolamentazione, come quello europeo, utilizzando la leva dei dazi.
La commissione sembra comunque non voler cedere alle pressioni, benché la proposta “Omnibus” con cui mira a semplificare e armonizzare la regulation sia stata da alcuni letta come un passo verso gli americani.
Probabilmente, oltre alle considerazioni economiche, il legislatore sa bene che le regole del mondo digitale e il ruolo riconosciuto ai suoi protagonisti contribuiranno a definire la società di domani. La proposta che arriva dagli Stati Uniti potrebbe non adattarsi alla sensibilità europea. Un modello in cui lo Stato interviene il meno possibile tra individuo e mercato e in cui la regola è spesso vista come un ostacolo non si confà all’idea europea che le norme siano la base di un’equità sostenibile e che la politica resti un ombrello essenziale contro gli eccessi del mercato.

