«Con lui l’Islam politico prese il posto dei movimenti marxisti e laici in tutto il Medio Oriente”, dice Alberto Zanconato, autore della prima biografia italiana di Khomeini. Ma la rivoluzione sociale è fallita. E il testamento dell’Imam contiene un monito inquietante per i leader di oggi

Ritratto dell'Ayatollah Ruhollah Khomeini all'ingresso delle tombe dei soldati iraniani uccisi durante la guerra con l’Iraq nel cimitero Behesht Zahra, Iran. REUTERS / Morteza Nikoubazl
Ritratto dell'Ayatollah Ruhollah Khomeini all'ingresso delle tombe dei soldati iraniani uccisi durante la guerra con l’Iraq nel cimitero Behesht Zahra, Iran. REUTERS / Morteza Nikoubazl

Khomeini. Il rivoluzionario di Dio. Si intitola così e ritrae suggestivamente in copertina il duplice volto del fondatore della Repubblica Islamica d’Iran il nuovo libro di Alberto Zanconato, giornalista dell’Ansa che per circa 14 anni è stato corrispondente dell’agenzia da Teheran, per poi passare nel 2011 all’ufficio di Beirut.


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Dopo L’Iran oltre l’Iran. Realtà e miti di un Paese visto da dentro - due edizioni tra il 2016 e il 2017 - ora Zanconato pubblica con Castelvecchi la prima biografia in Italia dell’Imam Ruhollah Khomeini, Guida suprema dal 1979 alla sua morte, avvenuta il 3 giugno 1989.

Il libro esce proprio alla vigilia del quarantesimo anniversario della Rivoluzione islamica e a trenta anni dalla scomparsa della sua guida politica e spirituale. Un’occasione per fare il punto sul passato e il presente dell’Iran, di cui eastwest.eu parla con l’autore.

Questa biografia esce nel pieno di una nuova crisi tra gli Stati Uniti e Iran per le sanzioni di Donald Trump al settore energetico, bancario e dei trasporti navali iraniani. Un vero e proprio embargo che Washington vuole venga applicato anche dal resto del mondo. Cosa farebbe Khomeini nella situazione attuale?

«Probabilmente ripeterebbe la stessa espressione popolare pronunciata dopo la presa degli ostaggi nell’ambasciata americana, nel novembre del 1979, a chi manifestava i suoi timori per una reazione militare degli Usa: “Amrika hitch qalati nemitune bokone”. Cioè, più o meno, “L’America non può fare un cavolo”. Anche se a distanza di quarant’anni è una profezia che non si è avverata.

È vero che l’America non ha mai attaccato militarmente la Repubblica Islamica, ma dimostra di poter continuare a isolare l’Iran, impedendogli di sviluppare pienamente le sue enormi potenzialità in termini di risorse naturali e umane. La ferita dell’assalto all’ambasciata rimane aperta, a distanza di tutto questo tempo, perché è un simbolo della sfida senza precedenti lanciata agli Usa da Khomeini, il fautore di un Islam politico che a partire da lui ha preso il posto dei movimenti marxisti e laici come forza antimperialista in tutto il Medio Oriente, sfidando le grandi potenze e Israele. Un’ideologia che si è diffusa tra gli sciiti come tra i sunniti.

Khomeini stesso lo sottolinea in un messaggio inviato nel 1989, pochi mesi prima della morte, al leader sovietico Mikhail Gorbaciov: “La religione che davanti alle grandi potenze ha reso l’Iran saldo come una roccia è forse l’oppio della società?”.

In questo Khomeini ha segnato la storia del Novecento, e poi del nostro secolo. Una dimostrazione vivente del seguito che ha avuto in Medio Oriente è uno dei personaggi da me intervistati per il libro: Anis Naccache, un libanese nato sunnita e a lungo militante nazionalista anti-israeliano e filo-palestinese, che si converte alla causa khomeinista, collabora alla fondazione delle Guardie della Rivoluzione in Iran e poi viene inviato a Parigi per organizzare l’uccisione dell’ultimo premier dell’epoca monarchica, Shapour Bakhtiar. “Con Khomeini”, dice Naccache, “capimmo che l’Islam poteva far muovere i popoli”».

Quello che dici riguarda il passato ma cosa è rimasto oggi dell’eredità di Khomeini e in quale misura questa ideologia di cui parli potrà aiutare l’Iran ad affrontare questo difficile momento?

«Non c’è dubbio che l’Iran di oggi sia molto diverso da quello di Khomeini. Il suo programma rivoluzionario, anzi, di palingenesi della società, che indusse milioni di persone a seguirlo ciecamente, in gran parte non si è realizzato. Il popolo oggi non è più autenticamente religioso di quanto lo fosse ai tempi dello Shah. Piaghe come la droga e la prostituzione, ben conosciute in Occidente, affliggono anche la società iraniana. Dal punto di vista economico non sono state realizzate l’uguaglianza e la giustizia sociale promesse da Khomeini.

Ma, nonostante tutte le sue manchevolezze, la rivoluzione ha conseguito due dei suoi obiettivi: la realizzazione dell’Islam politico e l’indipendenza del Paese dopo tanti anni di ingerenze straniere. È questo secondo aspetto che ha consentito alla Repubblica Islamica di ottenere il sostegno anche di gruppi e settori della società non religiosi, facendo leva sul forte sentimento nazionalista degli iraniani.

Non dimentichiamo che il regime islamico è riuscito a cementare il suo potere grazie alla guerra con l’Iraq, cominciata nel 1980 con un attacco delle truppe di Baghdad, durante la quale Saddam Hussein ebbe l’appoggio dell’Occidente e di quasi l’intero mondo arabo. Non ho dubbi che la stessa reazione nazionalista ci sarebbe oggi, nel caso di una nuova aggressione straniera. Ma i veri pericoli per la tenuta della Repubblica Islamica, oggi, vengono da fattori economici e sociali interni».

Vale a dire?

«Quelle differenze economiche e ingiustizie di cui parlavo prima. Non bisogna dimenticare che la rivoluzione che nel 1979 portò all’abbattimento dello Shah non era cominciata come un movimento religioso ma, fin dal 1977, con una serie di manifestazioni spontanee e disorganizzate dovute al forte rallentamento dell’economia e all’altissima inflazione che investivano il Paese dopo l’ubriacatura da petrodollari dovuta al boom petrolifero del 1973-1974. Manifestazioni in parte simili a quelle che si sono registrate nell’inverno scorso in tante città del Paese.

Le sanzioni americane aggravano una situazione precaria già esistente, dovuta alla mancata trasparenza, alla corruzione, a una gestione dell’economica clientelare su cui il governo del presidente Hassan Rouhani non ha la possibilità di intervenire per rimettere ordine. Gran parte dell’economia, infatti, è nelle mani di fondazioni religiose e di società legate ai Pasdaran, che sfuggono al controllo di Rouhani.

Più che mai attuali sono le parole rivolte da Khomeini nel suo testamento ai dirigenti della Repubblica Islamica: “Tutti voi avete bisogno dell’appoggio del popolo, specialmente delle classi povere. Se un giorno perderete questo sostegno, gli oppressori vi metteranno da parte e prenderanno il vostro posto nello stesso modo in cui voi avete rovesciato il regime monarchico oppressore”».

Ma chi era veramente Khomeini? Qual è la figura politica, religiosa, umana che emerge dalla tua biografia?

«Umana è l’aggettivo che definisce meglio le caratteristiche di questo lavoro. Per il ruolo storico di primo piano che ha svolto, Khomeini è stato un personaggio tra i più ammirati e i più odiati del Novecento. Per i suoi sostenitori una figura eroica quasi soprannaturale, un Imam, come fu chiamato dalla rivoluzione in poi, quasi al livello dei dodici successori sciiti di Maometto. Per i suoi nemici un’incarnazione del Male.

Era venuto il momento di farlo uscire dal mito per analizzarne la complessità umana sia dal punto di vista politico sia nella dimensione privata. Quello che emerge è un mistico capace di un’astuzia politica spinta fino al cinismo, un marito e padre di famiglia amorevole che invita le madri a denunciare i figli oppositori alle autorità per farli giustiziare, un raffinato estimatore della poesia classica persiana che impone le fustigazioni e le amputazioni previste dalla shari’a, un nazionalista che chiama a una sollevazione internazionalista contro i tiranni. E un ayatollah che da una parte difende il ruolo del clero e dall’altro attacca i mullah ortodossi che, a suo dire, “pensano solo a pregare”. E che verso la fine della sua vita arriva ad affermare la preminenza della difesa dello Stato islamico, quindi la dimensione politica dell’Islam, rispetto ad altri aspetti della religione, come la preghiera, il digiuno del Ramadan e il pellegrinaggio alla Mecca».

@lb7080

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