Lydia Koniordou ha lasciato il teatro per diventare ministro della Cultura. E ha avviato il motore di una rinascita che sta facendo di Atene la capitale culturale europea. “La cultura ci ha dato coraggio negli anni della crisi. Per questo ho riattivato i finanziamenti ai giovani artisti”

Lydia Koniorou. Photo credits Andrea Bonetti
Lydia Koniorou. Photo credits Andrea Bonetti

Delfi - Pare proprio, a detta di molti, che Atene stia diventando la nuova capitale culturale europea: interi palazzi disabitati da occupare, prezzi ancora bassi, il carattere scontroso e accogliente della città, favoriscono l’arrivo di artisti di tutto il mondo. Ma, alle spalle della rinascita culturale greca, c’è il sincero entusiasmo per il teatro, la danza, la musica, l’arte cui i greci non hanno rinunciato mai, nemmeno nei momenti più aspri di crisi.


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E c’è l’azione sistematica del ministero della Cultura, guidato con sicurezza e sincera passione da Lydia Koniordou, prima donna ad assumere l’incarico dopo la mitica Melina Merkouri. È una delle grandi attrici tragiche (il geniale regista texano Bob Wilson l’ha definita “tesoro nazionale greco”), eppure Lydia Koniordou non ha esitato ad abbandonare le scene per accettare l’invito del primo ministro Tsipras.

Ora sta interpretando un ruolo particolarmente complesso, quello di ministro: forse interpretare Medea è più facile, vero?

«Ho fatto un lungo viaggio nel teatro, come attrice ma anche come regista e pedagoga. Dopo quaranta anni in scena, ho capito che dovevo fare un passo indietro. Viviamo un punto di svolta importante: stiamo dicendo addio a un mondo passato, bellissimo, ricco di grandi momenti ma anche di dolore e distruzione. E stiamo aspettando qualcosa di nuovo, una nuova era di cui però non sappiamo nulla. Viviamo l’esplosione della tecnologia, la globalizzazione selvaggia, le nuove sfide dell’immigrazione, della disinformazione, le sfide climatiche che pure sono causa di emigrazioni. Questioni importanti, cui non trovavo risposta nel teatro. Allora, quando il primo ministro mi ha chiamato, non ho esitato ad accettare questo incarico. Ero pronta, sentivo la necessità di agire, di fare qualcosa. Così, ho dato un simbolico saluto interpretando Ham in Finale di partita di Beckett. Ed è stato un bellissimo saluto».

Cosa possono fare l’arte e la cultura in tempi di crisi?

«In ogni momento di difficoltà o di conflitto, la cultura diventa una necessità. Non più qualcosa che possa semplicemente rendere la vita più bella o raffinata, ma davvero una necessità. Ne abbiamo bisogno, per comunicare, per dialogare, per ritrovare confronto e conforto tra noi, pur nelle diversità. Il futuro non attiene solo all’economia: l’economia diventa una giungla se lasciata senza cultura».

La Grecia ha conosciuto questa giungla…

«Certo, come altri Paesi. Quel che è importante e sorprendente è che, in simili condizioni, la cultura ci ha dato coraggio. Abbiamo capito la crisi grazie alla cultura. Ci si sarebbe aspettato un generale collasso culturale, ovvero che la cultura passasse in secondo, terzo, ultimo piano rispetto ad altre necessità ritenute prioritarie. Invece non è stato così. I teatri sono pieni, ovunque non solo ad Atene, come i siti archeologici o i musei».

Il suo ministero sostiene molto i giovani artisti: come favorite la creatività?

«È una priorità politica. Nell’epoca in cui c’erano fondi, ho sperimentato io stessa, come attrice, l’opportunità di avere sostegni economici. Ma in passato non c’erano politiche culturali, né cornici programmatiche organizzate in cui inserire i propri progetti. Così, una delle prime cose che ho voluto fare, è ridare motivazioni ai nostri artisti, specie ai giovani: incoraggiarli a sognare di nuovo, a viaggiare, a far conoscere il proprio lavoro all’estero. Abbiamo attivato dei finanziamenti straordinari a questo scopo. Nel 2010, in modo traumatico, i fondi furono tagliati. Li abbiamo riattivati, pensando in particolare alla creazione indipendente. È stato il mio primo atto politico e ho fatto in modo che questi finanziamenti resteranno confermati anche in caso di cambi di governo, sottraendoli alle politiche del momento. Fosse anche solo per questo, sono soddisfatta e penso di aver assolto al mio compito».

Atene come la nuova Berlino? La nuova capitale culturale di questi anni?

«Lo dicono in molti. Mi fa naturalmente piacere. In particolare per quel che riguarda le arti visive c’è una grandissima vivacità. Molti artisti stranieri hanno preso casa a Atene o in Grecia. Un grande stimolo è arrivato da Documenta di Kassel che sta investendo molto sull’arte greca e sui giovani artisti. E ci sono piattaforme, iniziative anche in spazi occupati o di autogestioni che danno grande vivacità alla città e non solo. Cerchiamo di sostenere i giovani artisti: dopo essere intervenuti nella danza e nel teatro, ora pensiamo alle arti visive. Ricordo di aver incontrato un giovanissimo pittore afgano, a Kassel, che mi si avvicinò per salutarmi e ringraziarmi: «Voi non mi avete cacciato e grazie a voi ora sono qui alla mostra». Era uno di quelli sbarcati illegalmente a Patrasso, che cercava rifugio in Europa. Ora vive e lavora ad Atene:sarà famoso».

Quale ruolo dunque per la cultura greca in Europa?

«È interessante come la storia faccia spirali, eterni ritorni. Duemila e cinquecento anni fa abbiamo avuto un’incredibile esplosione, un big bang di idee: la politica, la filosofia, il teatro. La percezione, lo spirito che univa tutto, allora, erano le famose “D”: dialettica, dialogo, diversità e democrazia. Non c’era una sola verità, ma si scopriva la relatività della verità: Eraclito, i Sofisti, hanno aperto il terreno a tante riflessioni. Così come, in quell’epoca, si passò dalla cultura della famiglia, dal clan, alla scoperta dell’individuo, dell’unicità della persona e dei suoi diritti. Oggi stiamo facendo un passo al contrario. Dobbiamo superare l’eccesso di cultura individualista, per riabbracciare la cultura del noi. Ecco la straordinaria esperienza che possiamo fare: tornare dal privato al pubblico. Capire finalmente che siamo in una globalizzazione, per cui non possiamo fare a meno dell’altro. Siamo cittadini dello stesso mondo e dobbiamo sostenerci l’uno con l’altro per far fronte alle questioni sociali, politiche, climatiche. La cultura greca, attraverso lo strumento del dialogo di cui è maestra, può ritrovare la dialettica laddove c’è il conflitto, l’ascolto dove c’è lo scontro, il confronto dove c’è la violenza. Con gli strumenti della cultura possiamo togliere la polvere da tante realtà date troppo per scontate, restituire linfa vitale alle democrazie. Ecco cosa può portare in dono la Grecia».

Ma l’Europa sta svoltando a destra…

«Credo che un fiume, per quanto maestoso, incontri sempre ostacoli nel suo scorrere verso il mare. La paura, però, fa temere questi ostacoli, dà loro troppa importanza. Lo sappiamo. Eppure il corso del fiume non si arresta. Per questo, dobbiamo essere aperti, consapevoli, pronti a combattere contro ciò che è falso. Questo è il grande rischio: le fakenews, la manipolazione dell’informazione e dell’opinione pubblica, l’estorsione del consenso. Dobbiamo lavorare per tenere alta la consapevolezza della gente».

Invece assistiamo all’eterno ritorno della “hybris”, tanto condannata nelle tragedie classiche…

«È l’arroganza, il proteggersi, tenersi lontani dai problemi. Non possiamo far finta di niente di fronte alle tragedie. Serve solidarietà per ricominciare, come fu dopo la seconda guerra mondiale. Oggi, forse, siamo nelle stesse situazioni. Ci sono grandi poteri economici che investono sulla paura per distruggere le reti sociali che le persone avevano creato: ciascuno è lasciato solo a se stesso. Ecco una ragione per cui dovremmo ritrovare solidarietà tra noi».

Cosa possono fare i governi contro i poteri economici? E i cittadini?

«Dobbiamo lavorare insieme. Servono cambiamenti che partano dal basso e altrettanti che siano di governo. Le cose possono cambiare grazie ai cittadini e ai politici che sanno cogliere le tendenze, le tensioni che emergono dalla massa critica. È il momento in cui queste alleanze possono mutare il corso delle cose. Ci sono grandi cambiamenti in atto: dobbiamo capire in che direzione saranno. Se verso il benessere del popolo o a favore dell’1 per cento della popolazione che trae profitti dalla situazione. Per quel che mi riguarda, non riesco a concepire come poche persone possano essere felici in mezzo a tanta infelicità».

La politica può occuparsi della felicità?

«Può essere d’ispirazione. Non so se dirlo, dal momento che faccio parte di questo governo, ma sicuramente il nostro primo ministro ha dato una rinnovata ispirazione al Paese. Altri politici europei hanno saputo e sanno fare altrettanto e spero che lavorino insieme per tracciare la strada, per vivere un’altra vita, dove non prevalga la paura».

E l’Italia? Da poco è stato fatto un incontro tra governi e strutture teatrali. Che prospettive?

«Diciamo “una faccia una razza”: si sa, ci amiamo. Quando gli italiani hanno invaso la Grecia nessuno li ha presi troppo sul serio. Eravamo amici: eravamo convinti che non ci avreste fatto del male. E davvero molti italiani hanno protetto i greci dal nazismo. Ci sono poeti greci che hanno scritto e scrivono in italiano e viceversa ogni classico greco è fondamentale per gli italiani. Insomma, c’è un dna comune tra noi. Ma la cosa sorprendente è che i nostri due Paesi abbiano solo recentemente firmato un protocollo d’intesa, con il precedente ministro della cultura e il primo ministro italiano, a Corfù. Forse, ci siamo sempre dati talmente per scontati, da pensare che non ci sarebbe stato bisogno di passi ufficiali. Credo invece che sia importante costruire cornici in cui inquadrare le nostre collaborazioni, che spero più strette e regolari. Già esistono iniziative per teatro, musica, danza. A partire dal Piccolo Teatro che ospita la rassegna Milano incontra la Grecia, o dall’Istituto del Dramma Antico di Siracusa che ospiteremo a Epidauro con una regia del greco Yannis Kokkos e attori italiani; fino al Rossini Opera Festival con cui desideriamo collaborare in modo continuativo. Ci piacerebbe far conoscere i nostri migliori autori favorendo la traduzione dei testi e in questa prospettiva stiamo già dialogando con il Teatro Nazionale di Genova. Intanto cerchiamo di allargare lo sguardo a tutto il Mediterraneo, dall’Italia a Cipro a Malta al sud della Francia fino alla Spagna o al Portogallo, che troppo a lungo abbiamo trascurato».

Qual è il rapporto con le grandi Fondazioni private, come la Onassis Foundation o la Niarchos Foundation?

«Lo Stato ha un compito storico: crediamo che la cultura sia come l’acqua, un bene pubblico, cui tutti possano accedere. Noi dunque garantiamo le basi, in modo da favorire l’accesso alla cultura di tutti i cittadini in tutta la Grecia, non solo nelle grandi città. Le Fondazioni private, penso alla Fondazione Onassis, alla Fondazione Niarchos e ad altre, al contrario, fanno benissimo lavori diversi: ad esempio proteggono e incoraggiano un singolo artista, un singolo gruppo, scelgono, investono. Ciascuno ha la propria missione: possiamo anzi completare il lavoro dell’altro, senza competizioni inutili. Lo Stato non deve abdicare al proprio ruolo a favore del mercato: gli artisti aprono la porta al futuro e per questo hanno bisogno del sostegno pubblico».

Tornerà ancora in scena?

«Chissà, come insegna Beckett si può sempre ricominciare!».

@andreaporcheddu

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