La Pacific Solution ha reso il Paese “un fortino inespugnabile”. Chi osa oltrepassare i confini viene respinto. O detenuto nelle isole del Pacifico.

Quindici anni fa, con la vicenda del cargo Tampa e dell’intercettamento in mare di centinaia di asylum seekers provenienti dall’Afghanistan, la questione delle politiche migratorie diveniva centrale nel dibattito interno australiano.


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Il termine boat people era entrato a far parte del linguaggio comune del paese tra gli anni ’70 e ‘80 quando alcune migliaia di profughi vietnamiti, cambogiani e cinesi si diressero verso l’Oceania in cerca di asilo politico, trovando nell’Australia un paese disposto ad accoglierli a braccia aperte: in quel periodo – che interrompeva la lunga pagina nera della “white Australia policy” e delle politiche di sterminio prima e di assorbimento poi degli aborigeni - il paese si apriva al multiculturalismo di stato dando l'avvio a un nuovo capitolo della sua storia.

Quello che accadde tra l’agosto e il novembre del 2001 fece da spartiacque tra la bella favola dell’Australia multiculturale e progressista di fine ventesimo secolo e l’Australia del nuovo millennio segnando un momento decisivo per le politiche migratorie degli anni recenti.

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