L’impatto dei cambiamenti climatici sulla mobilità umana ha da tempo assunto un ruolo centrale nella narrativa in materia di migrazioni. Il motivo è semplice e parte da un numero: 143 milioni. Sono le persone che entro il 2050 potrebbero essere costrette ad affrontare spostamenti più o meno lunghi per sottrarsi agli effetti del riscaldamento globale. Si tratta del 4% della popolazione concentrata nelle zone più a rischio, distribuite in Asia, Sud America e Africa. Lo rivela uno studio della Banca Mondiale, che si aggiunge a molte ricerche dalle quali emerge l’urgenza di affrontare l’inevitabilità dei cambiamenti climatici, a partire dal loro impatto sulle migrazioni.


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Non è un caso se le zone più colpite dal binomio “clima e migrazioni” sono anche le più povere, arretrate, densamente popolate e politicamente instabili. Spesso sono territori in guerra, dove la maggior parte della popolazione mondiale si contende risorse vitali disponibili in misura limitata e decrescente. Sono anche aree in cui la corruzione e l’assenza di forme efficienti di governo ostacolano i piani strategici di gestione e di sviluppo, a partire dall’individuazione di linee guida per favorire l’inclusione sociale di quelli che per semplicità chiamiamo “migranti climatici”. Va da sé che le migrazioni innescate esclusivamente dall’ambiente non esistono, se non per tempeste violente, alluvioni o siccità estrema, casi in cui gli spostamenti forzati hanno durata limitata, e in genere prevedono il rientro nei luoghi di origine all’esaurirsi degli eventi. Di fatto però, gli effetti dei cambiamenti climatici aggravano condizioni preesistenti come guerre, povertà, emergenze alimentari e instabilità politica, accelerando i fenomeni migratori che diversamente da quanto si crede, restano in larga maggioranza (80%) concentrati a livello regionale.

Nell’Africa Sub Sahariana, nei prossimi trent’anni 86 milioni di abitanti affronteranno l’impatto del riscaldamento globale, con ripercussioni su economia ed equilibri sociali. Incluso nella vasta fascia di territori subsahariani, il Sahel viene individuato come Ground Zero dei cambiamenti climatici. Si tratta di un’area di 2,5 milioni di chilometri quadrati posta a sud del Sahara, dall’Atlantico al Mar Rosso, e interessa Senegal, Mauritania, Mali, Burkina Faso, Niger, Nigeria, Ciad, Camerun, Sudan, Etiopia ed Eritrea. Qui, 150 milioni di persone vivono in un contesto di instabilità endemica, aggravata e spesso causata da caldo estremo, siccità e desertificazione, i principali effetti a lungo termine subiti dai Paesi del Sahel, dove nel 2017, seppur con difformità regionali, ha piovuto dal 15 al 50% in meno rispetto al 2016.

Non è stata un’eccezione, ma la conferma di un andamento di lungo corso. A testimoniarlo ci sono le acque del Lago Ciad, la cui superficie negli ultimi 50 anni si è ridotta del 90%, forzando intere comunità agro-pastorali a migrare nelle città di Lagos, Kano e Abuja in Nigeria, intensificando la pressione antropica in questi centri. Spostamenti complicati per effetto dell’instabilità causata da Boko Haram, che nel 2014 è stata l’organizzazione terroristica più letale al mondo, con 7.512 vittime di attentati in Nigeria, ma attiva anche in Ciad, Cameroon e Niger.

C’è poi il caldo. Se nel Sahel la temperatura aumentasse di 1,5°C, durante la stagione calda la sopravvivenza umana non sarebbe possibile. Lo afferma l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM), la cui urgenza si legge nell’obiettivo minimo della Conferenza sul Clima di Parigi: limitare l’aumento della temperatura media a 2°C entro fine secolo. Significa che nel Sahel ci saranno tra i 30 e i 60 milioni di persone a rischio di esodi forzati. Cento milioni se la temperatura salisse di 2°C, con un miliardo di individui coinvolti a livello globale. Caldo estremo significa temperature superiori a 46°C, mentre nella forbice compresa tra i 37 e i 45°C, un essere umano può sopravvivere a quattro ore di esposizione. Ne consegue una riduzione del 30% dell’efficienza nel lavoro, quindi meno produttività, da cui l’acuirsi della povertà e del divario rispetto alle zone temperate. Questo vale in particolare per il Sahel, dove i più colpiti saranno agricoltori e pastori di sussistenza, settori in cui trova occupazione il 60% della forza lavoro attiva.    

Malgrado la siccità cronica e la desertificazione, il Sahel subisce anche alluvioni disastrose. Nel 2012, la stagione delle piogge si è lasciata dietro interi villaggi in macerie, inclusi gli insediamenti di sfollati precedentemente fuggiti dai conflitti regionali. Solo in Nigeria, in poche settimane 6,1 milioni di persone hanno lasciato campi per sfollati e villaggi, complicando ulteriormente gli equilibri interni. Per rendere l’idea, l’esodo nigeriano equivale a più del triplo delle migrazioni affrontate dai 28 Paesi Ue tra il 2014 e il 2017 (1.766.186 di arrivi via mare, fonte Unhcr). Ma ci sono anche gli sfollati del Mali i quali, dopo essere fuggiti da una gravissima crisi alimentare e da un’epidemia di colera, si sono mescolati a 500mila alluvionati in Niger. Mezzo milione di persone coinvolte anche in Chad, dove l’isolamento di vaste aree ha ostacolato la distribuzione di aiuti umanitari nei campi di sfollati in fuga dai conflitti regionali.

Ciò spiega la necessità di guardare alle migrazioni climatiche del Sahel in un’ottica complessiva, individuando le relazioni con il contesto geopolitico in cui avvengono. Ecco che instabilità, conflitti e disastri ambientali si intrecciano a effetti più lenti come l’aumento delle temperature, perdita di biodiversità, desertificazione, impermeabilizzazione del suolo, salinizzazione dei terreni, inquinamento, carenza d’acqua. Condizioni che nel loro insieme vanno ad aggravare povertà, governi deboli, mancanza di infrastrutture, aumento demografico e una popolazione con il più alto livello di dipendenza, ovvero persone in età lavorativa incapaci di provvedere alla propria sopravvivenza. Estremi climatici possono essere la causa profonda dei conflitti, quindi aggravano stress già esistenti, come la distribuzione e l’accesso alle risorse naturali, ai capitali, all’istruzione, alla distribuzione degli aiuti e non da ultimo limitano la sovranità della legge.      

Gli effetti concreti di questo mix sono stati analizzati dal Regional Mixed Migration Secretariat nello studio “Before the Desert”. Oggi nel Sahel ci sono 24 milioni di persone incapaci di sopravvivere senza sostegno esterno. 10,8 milioni soffrono di insicurezza alimentare, 4,7 milioni di bambini sono malnutriti, 500mila gravemente malnutriti, mentre 5 milioni di minorenni non hanno accesso alla scolarizzazione continua. Gli sfollati interni sono 2,1 milioni, inclusi 919 mila rifugiati. Oltre ai flussi migratori in uscita, ci sono quelli di rientro che contano 2 milioni di persone, mentre in Burkina Faso 790 mila persone hanno bisogno di assistenza, in Mali 4,1 milioni, in Niger 2,3 milioni, in Chad 4,4 milioni, in Nigeria 7,7 milioni.

In questo contesto di alta mobilità, chi parte si lascia alle spalle un territorio compromesso a livello produttivo, o talmente instabile da rendere impossibile l’accesso alle risorse, o lo sfruttamento di pascoli storicamente usati per le greggi. Migrare diventa una strategia di sopravvivenza e nella maggioranza dei casi, la destinazione è un territorio vicino, talvolta entro i confini nazionali, o appena oltre, purché culturalmente compatibile, dove ricreare le condizioni socioeconomiche di origine. La scelta delle zone in cui migrare non è lineare, ma viene vagliata al netto di guerre o di contrasti etnici o religiosi. Ecco che gli equilibri geopolitici regionali rischiano di restringere il campo, sfuggendo all’equazione di partenza: siccità vs piovosità.

L’80% degli esodi del Sahel restano contenuti nell’area, usando Niger, Mali e Burkina Faso come transiti chiave. Le direttive seguite dai migranti si intrecciano a rotte carovaniere o alle storiche vie dei pastori transumanti, testimonianza di precedenti strategie di adattamento al clima. Spostamenti facilitati dall’introduzione del passaporto Ecowas in Sahel e nell’Africa Occidentale, che permette la libera circolazione dei possessori, requisito essenziale per il reperimento di opportunità lavorative e per resistere agli estremi climatici. Gli accordi Ecowas non bastano tuttavia ad eliminare la corruzione delle guardie di frontiera nei passaggi chiave, o a ridurre l’esposizione alle molestie lungo le linee di transito. Condizioni che si aggravano con l’aumentare dell’instabilità politica, come nel caso della Nigeria, dove gli effetti dei cambiamenti climatici hanno contribuito ai 2,1 milioni di sfollati interni causati dal conflitto, cui si aggiungono 200mila rifugiati nei paesi limitrofi. Conflitti e violenze sono all’origine di scontri anche alla frontiera del Mali con Burkina Faso e Niger, cui si somma l’instabilità cronica del bacino del lago Ciad.

Ma perché la maggioranza dei migranti climatici non intraprende l’esodo europeo? La priorità per gran parte di chi fugge è sopravvivere, e questo impone di utilizzare tutti gli asset disponibili, ovvero danaro, averi, animali in vita e proprietà. Ecco che pagare i passeur alle frontiere, corrompere le autorità e coprire le lunghe tratte che attraverso il Sahara portano alle coste sul Mediterraneo è un lusso per pochi. Il danaro serve per il cibo, per l’acqua, per un riparo o per pagare il prezzo della protezione. Si spiega anche perché il 70% dei migranti giunti in Italia via mare sono maschi. Attraversare il deserto a piedi e con poca acqua richiede condizioni fisiche sopra la media. Inoltre, le famiglie più abbienti costrette a muoversi da un Paese all’altro alla ricerca di zone sicure possono coprire il viaggio di una sola persona. Quindi parte chi ha più possibilità di trovare lavoro in Europa, solitamente un maschio.    

Il verificarsi di una deriva migratoria di decine di milioni di persone nel cuore dell’Africa avrebbe un impatto drammatico a livello regionale. Basta guardare a casa nostra per rendercene conto. Seppur sia ricca, democratica, politicamente stabile e in apparenza capace di moderare i flussi migratori, negli ultimi quattro anni l’Ue ha pagato a caro prezzo l’incapacità di assecondare politicamente gli esodi. Allora cosa accadrebbe se un numero dieci o cinquanta volte maggiore di sfollati facesse lievitare la pressione nell’Africa Subsahariana? Va da sé che attenuare l’impatto delle migrazioni climatiche è una responsabilità dei Paesi più sviluppati, ma serve la volontà politica per farlo, a partire dalla riduzione dei gas serra, complici del riscaldamento globale. Il tema continua però a essere dibattuto in un confronto che ha trasceso la ragionevolezza. L’esempio più illustre giunge dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che come promesso in campagna elettorale ha optato per lo svincolo dall’Accordo di Parigi, sottoscritto in rappresentanza statunitense nel dicembre 2015 da Barack Obama. Imparare dagli errori è prova di saggezza, a patto lo si faccia subito, nel Sahel e in Africa il tempo è una risorsa in esaurimento, tanto quanto l’acqua.

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