La guerra civile siriana è pressoché terminata, le varie aree di influenza straniera vanno stabilizzandosi e si potrebbe quasi intravedere una “pace armata” all’orizzonte. Ma se questa pace dei vincitori (regime di Assad, Iran e Russia) viene subita dagli sconfitti (i vari gruppi ribelli, tra cui quelli appoggiati dalle monarchie del Golfo, e lo Stato Islamico) e tollerata da chi ha ottenuto un “pareggio” (la Turchia e i curdi siriani), rischia però di essere rifiutata da chi è rimasto più o meno alla finestra durante il conflitto: Israele. Lo Stato ebraico è molto preoccupato per la presenza iraniana – diretta e indiretta, grazie alla galassia di milizie sciite che controlla, tra cui l’Hezbollah libanese – in Siria e dà segnali di una crescente voglia di intervenire in questo scenario (con la sponda, se non la spinta, di Riad) per impedire il consolidamento dello status quo. La Russia sembra disposta a concedere, o meglio a confermare, un certo spazio di manovra per Tel Aviv ma, con la rinnovata sponda anti-iraniana degli Stati Uniti guidati da Trump, Israele potrebbe essere tentata da un’azione più incisiva di qualche sporadico strike mirato contro obiettivi iraniani in Siria, com’è accaduto finora. Ecco allora che la “quinta fase” della guerra civile siriana rischia di essere la più pericolosa per la regione dall’inizio delle violenze.

Possiamo schematizzare in quattro fasi, che si sono succedute e spesso sovrapposte, quel che è successo in Siria dallo scoppio delle violenze fino ad oggi. La prima, di inizio 2011, è quella della Primavera araba quando, come già accaduto in Egitto e Tunisia, le strade delle città siriane furono teatro di grandi manifestazioni poi brutalmente represse dal regime. La seconda è la fase dello scontro aperto tra Assad, sostenuto dall’Iran, e i ribelli armati sostenuti dalle potenze sunnite, in primo luogo Arabia Saudita, Turchia e Qatar. Questa fase, iniziata presto nel 2012, si è protratta praticamente fino ad oggi. Oltretutto va notato come le fratture tra Stati sunniti (filo-Fratellanza musulmana Turchia e Qatar, sua nemica Riad) abbiano prima indebolito e poi definitivamente azzoppato la ribellione siriana. Oggi la Turchia siede al tavolo con Russia e Iran per spartirsi le aree di influenza in Siria. Il Qatar, dopo lo scontro con Riad, si è avvicinato a Teheran. L’Arabia Saudita, da ultimo, sembra aver perso le speranze negli insorti e punta in modo più convinto sull’asse con Tel Aviv.

La terza fase è stata quella della guerra contro lo Stato Islamico, un’organizzazione terroristica sunnita. Questo conflitto è stato combattuto da una molteplicità di attori, spesso nemici tra loro, tra il 2014 e il 2018. Nel nord e nell’est della Siria l’Isis è stato scacciato dai curdi siriani (col sostegno Usa) in gran parte, e in misura minore dalla Turchia e dai ribelli da lei sostenuti (l’azione di Ankara fu principalmente in ottica anti-curda). Nel centro del Paese e nel sud sono stati il regime di Assad, le milizie sciite filo-iraniane, l’Iran e la Russia a sconfiggere gli uomini del Califfato, e talvolta anche gruppi ribelli anti-Assad si sono scontrati con gli uomini di Al Baghdadi. Dallo scontro sono emersi vincitori in particolar modo l’asse sciita, che ha sfruttato abilmente l’Isis “nemico di tutti” per portare propri armamenti e milizie nell’area, e dalla Russia, che ha usato lo Stato Islamico come pretesto per intervenire nel 2015. Ad oggi restano solo piccole sacche nell’ovest e due aree desertiche nell’est della Siria, dove ancora si annidano uomini dell’Isis, ma il conflitto di fatto è terminato dopo la caduta delle roccaforti di Raqqa e Deir ez Zor in Siria, e Mosul in Iraq.

L’intervento russo del 2015 ha aperto la quarta fase, che ha visto crescere la presenza e il ruolo di Mosca prima in Siria e poi nell’intero Medio Oriente. Al di là del rafforzamento dell’apparato bellico russo nell’area grazie a nuove e avanzate installazioni militari, è di grande importanza per il Cremlino l’aver attirato la Turchia nella propria area di influenza allontanandola dalla Nato. Dopo una prima fase di duro scontro nel 2015, culminato nell’abbattimento di un caccia-bombardiere russo e nelle sanzioni economiche reciproche, Erdogan ha finito col dover cedere alla linea di Putin: ha ridotto il suo sostegno militare alle fazioni ribelli indigeste per Mosca – di fatto propiziando la caduta di Aleppo − e ha accettato che Assad restasse al suo posto, rinunciando alle sue mire “neo-ottomane”. Da un lato il fallito golpe del 2016 l’aveva lasciato indebolito (e sospettoso nei confronti dell’Occidente), dall’altro il rifiuto americano di abbandonare i curdi siriani quali interlocutori sul terreno nella guerra all’Isis l’aveva spinto su posizioni di netto contrasto con gli alleati della Nato. La resa alla Russia almeno ha portato ad Ankara il “contentino” di poter occupare militarmente una zona cuscinetto nel nord-ovest della Siria, da lei “liberata” in parte dall’Isis e soprattutto dai curdi. Oltre alla “finlandizzazione” della Turchia, il Cremlino ha ottenuto anche il risultato di imporsi come interlocutore indispensabile per Israele, che colpisce obiettivi iraniani e di Hezbollah in Siria col consenso più o meno implicito di Mosca, e per le potenze sunnite, che sperano la strisciante competizione tra Russia e Iran limiti l’espansione dell’area di influenza sciita in Medio Oriente. Un esito, questo, che ambienti militari americani ritengono molto negativo per gli interessi di Washington.

La quinta fase, che potrebbe iniziare nel prossimo futuro, nasce dunque sui punti di frizione ancora irrisolti lasciati dalle fasi precedenti. In particolare l’insoddisfazione americana per il rafforzamento della Russia, in un’area storicamente più nella sfera d’influenza di Washington che di Mosca, spinge Trump a un rinnovato interventismo militare e soprattutto diplomatico. Si sono già registrati due strike missilistici “punitivi”, per l’uso di armi chimiche da parte del regime, e soprattutto la decisione di rinviare a data da destinarsi il ritiro delle poche, ma geopoliticamente importanti, truppe presenti in sostegno dei curdi-siriani nel nord-est della Siria. Anzi, le forze curde hanno annunciato l’avvio delle operazioni nell’estremo oriente del Paese per liberare le ultime sacche al confine con l’Iraq dalla presenza dell’Isis. Un modo questo anche per prendere il controllo di un’area desertica ma strategica (specie per gli Usa, che se non possono interrompere il “corridoio sciita” che dall’Iran passa per l’Iraq e arriva in Siria e Libano, almeno vogliono restringerlo il più possibile). Ma soprattutto gli Usa hanno fatto retromarcia sulla strategia geopolitica: basta scontentare i propri alleati nella regione – che per reazione si sono avvicinati al Cremlino – e dunque rinnovata ostilità verso l’Iran.

Arriviamo così al secondo punto di frizione rimasto irrisolto, quello più pericoloso: quello tra Iran e Israele. Tel Aviv, dopo anni di strike mirati, ha di recente colpito con un’unica ondata di missili decine di obiettivi militari iraniani presenti in Siria. La versione israeliana è che questa sia stata la risposta a dei colpi sparati dalle milizie iraniane contro proprie postazioni nel Golan. Potrebbe essere stato un avvertimento a Teheran, ma potrebbe essere un’inquietante overture del prossimo futuro. L’Iran, scottato anche dal ritiro degli Stati Uniti dal nuclear deal e dalla prospettiva di nuove sanzioni chiari segnali della volontà di Trump di ghettizzare nuovamente Teheran sulla scena internazionale −, non sembra intenzionata a rinunciare alla profondità strategica guadagnata in Siria, e anche Hezbollah si sente rafforzata e legittimata dal recente buon risultato nelle elezioni libanesi. Se l’intenzione del regime di Assad di riconquistare anche la sacca ribelle di Daraa, nel sud della Siria al confine con Israele e con la Giordania, si tradurrà in una vasta campagna militare – probabilmente supportata come di consueto dalle milizie sciite e iraniane – a pochi chilometri dal Golan, il rischio di altri scontri con l’esercito con la stella di Davide sarebbe elevato. E il piano inclinato pericoloso.

Teheran, radicalizzata dal tentativo americano di isolarla e indebolirla, sospettosa nei confronti di una Russia alleata ma concorrente, e forse tentata dall’opportunità di sfruttare l’odio montante nelle opinioni pubbliche musulmane contro Israele per la violenta repressione delle proteste palestinesi (Hamas, che ha in gran parte controllato tali proteste, negli ultimi due anni si è riavvicinata molto all’Iran, dopo un allontanamento dovuto alla guerra civile siriana, in cui in un primo momento l’organizzazione terroristica palestinese sosteneva gli insorti), potrebbe commettere un errore in un contesto pericoloso. Israele, il cui governo nazionalista da anni alimenta la (e si alimenta della) paura nei confronti dell’Iran e che ora si sente nuovamente spalleggiata appieno dall’alleato americano, potrebbe fare altrettanto. Il rischio di un’esplosione della polveriera mediorientale non può essere sottovalutato.

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