L'hanno vissuta in Messico, la prima rivoluzione del XX secolo. Era il 1910 e nella temperie di quell'epopea drammatica che per un decennio scosse il paese, Emiliano Zapata con il suo esercito di derelitti e senza-terra diventava un'icona. Ottantaquattro anni dopo, all'alba di capodanno, una colonna di “uomini dal colore della terra”, capitanati da un subcomandante che si faceva chiamare Marcos, si sollevava in Chiapas e scuoteva il Messico in nome di quello stesso Zapata. La cosa sorprendente è che quegli uomini in armi dichiaravano di non voler prendere alcun potere.

In mezzo, altre rivoluzioni e insurrezioni e riots hanno fatto della parola Revolución qualcosa di commovente e necessario, deludente o illusorio, riempiendo l'immaginario e la grammatica politica e sociale delle Americhe.

Dopo Zapata e prima dello Zapatismo, due sole esperienze di Revolución hanno suscitato tanto entusiasmo, come fossero una cura ineludibile per “le vene aperte dell'America Latina”, per dirla con Edoardo Galeano. Una rivoluzione vinta, almeno apparentemente: a Cuba sono passate quasi sei decadi e ancora c'è un Castro ottuagenario al comando, seppur seduto nella stanza accanto alla presidenza. Oggi è una Cuba stordita e triste, sempre capace di stare al centro di qualche scena, che ha fiutato il modello cinese di autoritarismo e libero mercato.

Un'altra rivoluzione invece è finita tragicamente, l'11 di settembre del 1973, dopo solo tre anni: il primo tentativo di costruire per via costituzionale il socialismo si è consumato nella foto di un presidente con casco e mitraglietta, giacca e cravatta, lo sguardo impietrito sotto le bombe lanciate da generali traditori, gli occhiali che finiranno poi scheggiati e senza una stanghetta. Quegli occhiali sono la rivoluzione in frantumi di Salvador Allende.

Eppure, basta leggere i tanti articoli che Eric Hobsbawm scriveva già negli anni '60 e '70 per capire il rumbo di quella parola monumentale. Lui, storico rigoroso delle folle che si fanno ribelli, comunista, analista dei sommovimenti sociali innamorato dell'America Latina, lui lo aveva detto fin da allora con una lucidità che solo la sinistra politica poteva ignorare. In Viva la Revolución (pubblicato in Italia da BUR nel 2017) si legge ad esempio in un suo articolo del 1970 come le guerriglie tentate per scatenare una rivoluzione fossero velleitarie (citava quella del Che Guevara in Bolivia) e destinate all'insuccesso per “puro dilettantismo (per esempio il non conoscere le lingue dei nativi o le condizioni dei luoghi), dall'arretratezza strategica e tattica, da una nobile e sconsiderata impazienza, ma soprattutto da un errore politico di fondo”. Quale? Poter realizzare l'impossibile senza vedere la realtà.

Cuba è stata la matrice della rivoluzione che vince. Ma, come diceva sempre Hobsbawm, non era che un'eccezione, nonostante la quantità di fuochi che si sarebbero accesi in tutto il decennio dei '60 ovunque. E anche se quell'eccezione per la prima volta in 500 anni ha trasformato l'America Latina “da oggetto a soggetto”, i fuochi si sono via via spenti sotto la propria debolezza e sotto un apparato di controguerriglia e di guerra sucia diventate nel tempo sempre più micidiali e perfette. Alla fine, la scia di vittime e il vuoto politico creato sono entrambi incalcolabili.

Cuba in realtà ha avuto due epigoni. In Nicaragua nel 1979 i sandinisti entravano a Managua. Sconfitti alle urne nel 1990, sono tornati nel 2007 con il protagonista di sempre, Daniel Ortega, che per non fare gli stessi errori architettava “una monarchia familiare” (come la chiama Gioconda Belli), così simile a quella spregiudicata che aveva sconfitto. Per avere un'idea, non c'è voce migliore di Sergio Ramírez, allora sandinista di primo piano e oggi scrittore tra i più raffinati dell'America Latina. Nessuno, meglio di lui, ha raccontato (come in Adiós Muchachos, Aguilar, 1999) l'entusiasmo e la perfidia della parabola sandinista.

E poi c'è il Venezuela: qui la Revolución ha avuto il volto di Hugo Chávez che dal 1998 ha rivoltato dalle viscere il paese, per lasciarlo alla sua morte nel 2013 nelle mani del vice, Nicolás Maduro. Oggi è un organismo in default, violento, senza speranza, controllato da uomini e donne che appaiono cinici e disposti a tutto mentre migliaia di venezuelani fuggono o cercano asilo o arrancano in code per il pane o la pensione.

Allora forse bisogna soffermarsi su questi tre paesi, dove la Revolución si è fatta Stato. E capire, sotto il dolciastro retrogusto di questa parola, cosa sia successo per consumarla tanto fino a renderla un osso inservibile o avvelenato.

Carlos Manuel Álvarez Rodríguez, 28 anni, cubano, è uno dei migliori cronisti latinoamericani. Dirige la rivista on-line El estornudo, censurata dal governo a febbraio di quest'anno e il suo giornalismo narrativo si è tradotto di recente nella raccolta di storie La tribu. Retratos de Cuba (edizioni SextoPiso, 2017). Vive a Città del Messico, città che ha scelto come base da un paio di anni. Dice subito: “Il mito di Cuba resiste ancora. Ma credo che l'America Latina dovrebbe separarsene definitivamente. Cuba è una zavorra per qualunque idea di cambiamento. Oggi è solo funzionale alle destre e alle politiche neoliberali”.

Solo un ventenne colto e cresciuto a Cuba può essere così lucido. Quando gli chiedo cos'è per lui la Revolución, sotto cui sono cresciute ormai tre generazioni, scuote la testa: “Revolución a Cuba è un equivoco semantico. E' il tradimento lessicale che è stato compiuto: non è solo un tema linguistico, ma è il tradimento di tutto l'ordine della vita. Allora bisogna riprendersi le parole, nominare chi le ha sequestrate per distorcere la realtà e rivolgergliele contro”.

Quando parlo con Emiliano Terán Mantovani, un venezuelano trentenne, sociologo dei conflitti ambientali, uno degli analisti più attenti del paese caraibico, il giudizio è altrettanto impietoso: “In Venezuela la Revolución è già finita. Non hanno neanche lasciato un deserto, che pure è un paesaggio dove c'è vita. Hanno sistematicamente creato il vuoto. Viviamo una situazione così drammatica e disperante che è persino difficile trovare le parole per descriverla. Nessuno può fare un pronostico. E' un paese distrutto con un governo esausto”. Cosa succederà? “Molte volte, nella storia del paese, la svolta è stata repentina e drammatica. Può succedere ancora. Oppure no, d'altra parte il governo di Maduro è già un governo di transizione”. In che senso? “E' un governo che si dichiara chavista ma ha proceduto a smantellare il chavismo: tanto Chávez aveva scommesso su partecipazione popolare, politiche redistributive, sovranità delle risorse, tanto i suoi successori hanno creato un regime autoritario, svenduto le risorse alle corporation e si è votato a politiche neoliberali”. E aggiunge: “Il tutto è avvenuto comunque sotto il controllo dei militari: lo sa la Cina e lo sanno gli Usa”.

Il Venezuela peraltro è l'unico paese rimasto alleato a Daniel Ortega. Persino i cubani sono molto discreti con Managua. E nell'esplosione di rabbia che il paese dell'istmo sta vivendo, sono in pochi a scommettere che l'ex-comandante riuscirà a sopravvivere politicamente, come pure la moglie (sua vice) e il clan familiare che controlla tutti i gangli dello Stato. Héctor Mairena è uno dei tanti sandinisti che da anni hanno abbandonato gli Ortega, compresi quasi tutti i comandanti e dirigenti di primo piano degli anni '70 e '80. Ai tempi ha raccontato le cronache della rivoluzione e ora è uno degli esponenti di punta del Movimiento Renovador Sandinista-MRS. Anche lui parla di “questione semantica che ruota attorno alla parola 'sinistra'. Il fatto imperdonabile è che regimi nati con intenti di emancipazione e di progresso abbiano rovesciato il significato di quella parola nel suo contrario. E così facendo l'abbiano resa indigeribile per milioni di persone. Ma se c'è una cosa che ho imparato nella mia vita è che l'unico riferimento per essere rivoluzionari è riconoscere la realtà”.

Realtà o delirio è oggi l'equivalente di socialismo o barbarie? Carlos Manuel Álvarez prova a entrare ancora più a fondo: “Fanno credere alla gente che questo che vivono sia il risultato di quell'evento, ma in questo modo prostituiscono quel momento che pure è stato gioioso e glorioso e che ha dato forma al desiderio di libertà e di emancipazione che ci è stato sequestrato”.

Quello che è rimasto della Revolución insomma sembra un grande appeal romantico e allo stesso tempo un'ombra sinistra. Persino Evo Morales è molto cauto a utilizzarla: primo esponente di un popolo nativo a prendere le redini della Bolivia, è l'unico della cosiddetta “decade progressista” a essere ancora in sella, pragmatico e radicale e pronto a nuove elezioni.

L'ultimo governante a usare la parola Revolución è stato Rafael Correa in Ecuador, ma ci ha dovuto aggiungere un aggettivo: ciudadana. L'euforia del cambiamento è durata il primo anno di mandato, poi ha gestito le sue due presidenze con un mix di politiche socialdemocratiche e un piglio piuttosto autoritario e disinvolto. Ora, lasciato il paese nelle mani del suo ex-compagno politico, Lenin Moreno, diventato nel frattempo suo acerrimo nemico, anche Correa deve fare i conti con la giustizia che gli sta col fiato sul collo.

Dei movimenti guerriglieri nati invece nel fuoco dei Sessanta, le più longeve, le Farc di Colombia, hanno pattato un sofferto accordo con lo Stato e si sono trasformate in un marginale movimento politico. L'Eln, invece, la formazione ispirata da Cuba, marxista e cattolica, sta faticosamente tenendo aperti i negoziati, ma è l'ultima nel continente a essere in armi e senza alcun ossigeno sociale cui attingere. Ma, pur forti e resistenti, nessuna delle due formazioni è mai arrivata al punto di poter prendere il potere. Anzi, il discredito si è accumulato nel tempo nella maggioranza della popolazione che soffre quasi un secolo di violenza e un sistema di tare precipitate direttamente dal mondo coloniale.

Come fa allora una Revolución a resistere? Emiliano Terán Mantovani riflette sul suo paese: “Il chavismo politico ha resistito alla tormenta perché ha ancora una base importante, seppur minoritaria, che lo sostiene o lo accetta. Ma il vero capitale politico non sta là o non solo là, ma nella quantità di micro-ribellioni, scioperi, proteste che in tutto il paese la gente comune mette in piedi in modo autonomo, fuori dai partiti. Dai conducenti di bus ai maestri, dottori e infermieri, contadini, ambientalisti, studenti. Si organizzano per la mancanza di acqua, luce, trasporti, cibo e medicine, per il territorio saccheggiato e le loro comunità ferite dalla repressione. Un pulviscolo critico con un gran potenziale democratico”.

Héctor Mairena si chiede: “Quella che si è prodotta in Nicaragua in questi mesi di proteste è una rivoluzione? Io credo di sì: una rivoluzione civica. In nome di tre pilastri su cui qualunque rivoluzione deve poggiare: il rispetto della democrazia come spazio plurale, vivo, libero, pulsante di idee diverse; il rispetto dei diritti umani; il rigetto della corruzione”. Saranno queste le nuove revoluciones che l'America Latina aspetta?

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