“Il sogno della Brexit sta morendo”. Così ha scritto Boris Johnson nella lettera di dimissioni da Ministro degli Esteri del governo di Teresa May, a poco più di due anni dal referendum sull’uscita dall’Ue. Le dimissioni, insieme a quelle del Ministro per la Brexit David Davis, hanno seguito la decisione del premier di andare verso una soft Brexit, ovvero un’area di libero scambio con l’Ue per i prodotti agricoli e industriali sulla base di regole comuni. Una scelta necessaria sia per salvare l’economia britannica, fortemente integrata con quella europea, sia per evitare il ritorno di un confine tra Repubblica d’Irlanda e Ulster.

I negoziati saranno ancora lunghi e difficili ma perlomeno il governo May sembra aver fatto un po’ di chiarezza sulla strada da intraprendere, dopo due anni persi su opzioni irrealistiche di accordi in cui la Gran Bretagna avrebbe ottenuto tutti i vantaggi dall’Ue – dal libero scambio commerciale all’accesso al mercato dei servizi – senza dover rispondere alle regole e politiche comuni dell’Ue. Un sogno indotto dalla trance del referendum sulla Brexit, e da una classe politica che l’ha sostenuto o permesso prospettando benefici improbabili e nascondendo problemi certi e rischi elevati.

Nella politica come nella vita, i sogni prima o poi devono fare i conti con la realtà. Il gap tra le rosee aspirazioni dei leavers e la dura realtà della Brexit è emerso con forza. Dalla perdita dei fondi Ue per l’agricoltura o la ricerca scientifica a quella degli studenti Erasmus, alla svalutazione della sterlina di circa il 10%. Con l’approssimarsi dell’uscita dal mercato interno Ue, si è man mano avvertita la riduzione degli investimenti in Gran Bretagna, stranieri e non, e la delocalizzazione di imprese (e non solo) verso altri stati Ue. Il gigante manifatturiero dell’aerospazio Airbus ha messo nero su bianco il rischio di licenziare parte dei 15.000 dipendenti nel Regno Unito se continua l’incertezza sulle future relazioni commerciali con l’Ue. Per un Paese che da un secolo attrae cervelli da tutta Europa, la notizia che nel 2017 ben 13.000 cittadini britannici abbiano chiesto la cittadinanza di un Paese Ue – rinunciando così a quella del Regno - è un ennesimo campanello d’allarme. Notevole il rallentamento della crescita dell’economia nazionale, che ha fatto del Regno Unito il fanalino di coda tra i Paesi del G7.

Cosa più grave, il percorso per dare seguito a un referendum vinto con solo il 52% dei voti ha creato, o riaperto, una serie di fratture nel tessuto istituzionale, politico e sociale britannico. L’opposizione a una “hard Brexit” si è manifestata nelle strade di Londra, con oltre 100.000 persone in marcia in un Paese in cui sono rari i raduni politici di massa, così come nella Camera dei Lord che ha approvato ben 14 emendamenti al disegno di legge per lasciare l’Ue contro il parere del governo – tra cui la rimozione della data stessa di uscita. La Camera dei Comuni è poi riuscita in extremis a eliminare le modifiche decise dai Peers, ma la presa governativa su Westminster è tutt’altro che solida. I conservatori hanno infatti perso la maggioranza assoluta ai Comuni nelle elezioni del 2017, e il governo May dipende dai voti degli Unionisti Nord Irlandesi.

Proprio il Nord Irlanda – dove il 56% degli elettori aveva votato per restare nell’Ue – rappresenta la ferita più profonda e grave che la Brexit sta riaprendo. Trent’anni di guerra civile a bassa intensità con più di 3.500 morti – tra cui circa 1.800 civili – e oltre 47.000 feriti non sono stati dimenticati, e ancora oggi i caduti irlandesi sono ritratti nei murales di Belfast e celebrati da canzoni come Sunday Bloody Sunday degli U2. Gli accordi di pace del 1998 hanno funzionato, e la ferita si è rimarginata, anche perché il ritrovarsi tutti sotto lo stesso tetto Ue ha reso per il Nord Irlanda un po’ meno importante, simbolicamente e concretamente, l’essere governati da Londra piuttosto che da Dublino. Infatti, la partecipazione di entrambi le capitali al mercato interno ha eliminato un confine di oltre 300 miglia, con 250 punti di passaggio, attraversato ogni giorno da più di 30.000 pendolari. Niente più guardie, filo spinato o telecamere, a separare fisicamente e politicamente i due spicchi dell’isola.

Proprio per questo, nel compromesso preliminare sull’uscita dall’Ue faticosamente raggiunto nel 2017, Londra ha dovuto accettare una specifica clausola al riguardo. Si specifica che le due parti vogliono trovare un futuro accordo che eviti un confine, ma che se non dovessero riuscirci allora come opzione di ripiego la Gran Bretagna assicurerà anche in futuro la piena conformità alle norme Ue in modo da non danneggiare l’attuazione degli accordi del 1998 né l’economia irlandese. Ma ciò implica di fatto che tutto il Regno sia in un’unione doganale con l’Ue, oppure che conceda uno status speciale all’Irlanda del Nord spostando di fatto il suo confine doganale nel mare tra le due isole. Un’opzione inaccettabile sia per gli Unionisti Nord Irlandesi sia per i Conservatori, perché avvererebbe il loro incubo di un distacco dell’Ulster da Londra e un suo avvicinamento a Dublino.

Se ha ripreso a sanguinare la vecchia ferita nell’Isola di Smeraldo, anche oltre l’antico Vallo di Adriano rullano i tamburi di guerra (politica). La maggioranza degli scozzesi (60%) nel 2016 aveva votato per restare nell’Ue, e il percorso verso la Brexit ha ravvivato le spinte secessioniste che avevano raggiunto il 45% dei voti nel referendum del 2014 sull’indipendenza della Scozia. Il parlamento scozzese ha approvato una mozione vincolante per negare il proprio consenso alla legge che regola l’uscita dall’Ue, spingendo per un’unione doganale con Bruxelles. Se il governo britannico dovesse ignorare la mozione, si aprirebbe uno scontro inedito tra Londra e Edimburgo, che potrebbe anche portare a un nuovo referendum in Scozia. A differenza del 2014 però l’appartenenza all’Ue, con relativo accesso ai fondi e al mercato europei, sarebbe motivo per secedere dalla Gran Bretagna e non per restarvi. Un altro scenario da incubo per l’Inghilterra.

Proprio l’unione doganale resta quindi un nodo non solo economico ma politico, istituzionale e sociale. Tre scenari sono in teoria ancora possibili. Nell’ipotesi più positiva, Gran Bretagna e Ue si accorderebbero per un’unione doganale, di fatto se non di nome, che non solo salverebbe l’economia britannica ma eviterebbe rotture difficili da sanare con Nord Irlanda e Scozia. Lo scenario peggiore è invece quello di un fallimento dei negoziati tra Londra e Bruxelles, che all’indomani del 29 marzo 2019 renderebbe la Gran Bretagna un Paese terzo con un confine a tutti gli effetti con l’Ue. In questo caso, oltre a una crisi economica, l’Inghilterra dovrà affrontare uno scontro politico-istituzionale senza precedenti con le componenti scozzese e irlandese del Regno Unito.

Nello scenario mediano, quello di un accordo di libero scambio tra Gran Bretagna e Ue cui sta puntando ora il governo May, sarà molto complicato ma non impossibile trovare la quadra tra l’assenza di un confine in Irlanda, il rispetto delle regole del mercato interno dell’Ue, e l’effettiva autonomia di Londra quanto a politica commerciale e poteri regolatori. Probabilmente quest’ultimo elemento andrà sacrificato per mantenere il Regno veramente unito, scontentando ulteriormente i fautori di una hard Bexit. Bisognerà vedere se il governo May troverà la forza di farlo superando l’opposizione interna ai Tory. Le dimissioni di Johnson e Davis promettono un brutto risveglio dal sogno della Brexit, ma potrebbero evitare che si trasformi in un incubo ben peggiore.

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